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Rockt, 6 Giugno 2015

Morgan Marco Castoldi

De André e Tenco: un confronto attraverso la poesia

(Il testo contiene un estratto dal volume “IN pARTE MORGAN” di Marco Morgan Castoldi e Mauro Garofalo edito da Elèuthera nel 2008) 

Prima di arrivare a parlare del parallelo occorre distinguere, intanto, la carriera di De André in fasi: la prima è quella delle canzoni sparse, dove Fabrizio riprendeva i vecchi madrigali, le forme antiche, le canzoni dei trovatori. È l’epoca della poesia, a cui si ispira come testo e come struttura. A quel periodo appartengono, per esempio, le canzoni "La Storia di Marinella" o "La Preghiera in Gennaio".
La seconda fase è quella dei concept album, dove l’idea era sviluppata integralmente nell’arco del disco, sia per legame letterario che musicale. Questi lavori erano organismi interi, immaginifici, con un’ambientazione spazio-epoca-regione molto dettagliata e immediatamente riconoscibile. Qualcosa di simile a un film senza film, solo colonna sonora. Nel 1968, pubblica l’album "Tutti morimmo a stento" con l’orchestrazione del maestro Gian Piero Reverberi. È questo il momento in cui De André crea arrangiamenti tragici ed elegantissimi, in cui lo stile è barocco, rock, sanguinario, violento, sinfonico, epico e lirico. I temi sono tutti forti, si occupa dei miserabili. L’album è un Tutto intero, un’unica utopia del notturno che, secondo me, insieme a quello tratto dall’"Antologia di Spoon River" di Edgar Lee Masters, "Non al denaro non all’amore né al cielo" rappresenta la punta più alta di De André, in cui ogni brano è un pezzo raro. Siamo di fronte ad Anna Karenina in letteratura: opere d’arte da guardare quasi con timore, dove inizia a sperimentare un linguaggio definitivo, che parte da "Il cantico dei drogati", in cui c’è l’auto-misericordia e una tremenda consapevolezza della propria miseria finanche una disperata richiesta di aiuto, fino alla frase di "Recitativo (Due Invocazioni e un Atto di accusa)": «Uomini, poiché all'ultimo minuto non vi assalga il rimorso ormai tardivo per non aver pietà giammai avuto e non diventi rantolo il respiro: sappiate che la morte vi sorveglia, gioir nei prati o fra i muri di calce, come crescere il gran, guarda il villano finché non sia maturo per la falce». Sembra Dante. E poi, subito dopo, la sua poetica svolta in politica con l’album "Storia di un impiegato" e le sue canzoni, tra cui "Il Bombarolo".
La terza fase è quella etnica che comprende gli album della maturità: inizia con l’album "L’indiano", dove collabora con Massimo Bubola, e termina con i tre grandi capolavori etnici quali "Creuza de mä", "Le nuvole" e "Anime salve", cioè i dischi della maturità.

Luigi Tenco è morto a ventinove anni, giovane. L’opera di Tenco si può dividere in due fasi perché il ragazzo purtroppo ha scritto soltanto fino all’età di 29 anni, anche se molte delle sue canzoni sembrano scritte da una persona molto più avanti con l’età: ci sono una profondità di sguardo, un buio, una disillusione che in genere non si addicono ai giovani, ma soltanto agli adolescenti o ai vecchi. Tenco invece, a quell’età dove si è normalmente sistematici, capaci di tanti ragionamenti logici, dove l’esistenza si affronta con forza ed energia, aveva una sorta di resa, ovviamente trasformata in opera d’arte con grandissima maestria. Si tratta di una poetica attraversata dalla resa o meglio dalla tragica consapevolezza di stare in un posto sbagliato, con una persona sbagliata, di aver vissuto momenti sbagliati e quindi di aver fatto continuamente passi falsi, di non essere riuscito nell’intento. Ovviamente, dall’esterno, le cose non stanno così: un ascoltatore di fronte alla bellezza di certe composizioni di Tenco e soprattutto alla loro compiutezza, si domanda come chi sia dominato interiormente dal pensiero della resa, del nascondimento, della debolezza, della delusione possa tuttavia essere un artista in grado di scrivere, di realizzare, di avere successo nella sua arte, e quindi di gestire una quotidianità, di fare dischi e concerti, di adempiere a degli impegni. Ecco la contraddizione. E fu così che arrivò, dopo una fatica immensa, al crollo. Il gesto del suicidio certifica e conferma tutta quella sua poetica. Chi sostiene il tema del complotto è come se non conoscesse quello che Tenco ha scritto. Leggere ciò che ha scritto infatti porta a comprendere come lui stia andando in quella direzione: non è sorprendente per chi lo conosca, il fatto che metta in pratica, da filosofo, quello che ha sempre scritto e fantasticato. Per tornare alle sue fasi, direi che possiamo individuarne due: quella del giovanissimo Tenco e quella del giovane Tenco. Il giovanissimo Tenco è sociale e ironico e sarcastico, dunque molto più simile al modello di De André, perché nelle canzone costruisce i personaggi, comune denominatore di tutte le fasi di De André (infatti lui costruisce sempre personaggi ad eccezione del brano Valzer per un amore - assoluta rarità - dove parla in prima persona). In questa fase Tenco fa quasi musica demenziale ante litteram, diciamo così, scrive ballate e contemporaneamente lavora alla traduzione di testi di Bob Dylan, conosce l’inglese e gli piace tradurre. Molto di questo lavoro è stato pubblicato recentemente, come per esempio la sua versione di "Blowing in the wind". Inoltre traduce canzoni dall’italiano all’inglese, come per esempio "Parlami d’amore Mariù". A questa fase, totalmente diversa da quella che verrà dopo e che rivela un Tenco molto denso, appartiene solo un disco. Non c’è niente in comune tra "La ballata della moda" e "Vedrai vedrai": siamo davanti ad una scissione radicale, a due persone diverse. Forse ciò che lega le due fasi è un po’ di Genova, dentro certi accordi. Il giovane Tenco invece è quello che conosciamo tutti. 

 

Sicuramente la morte di Tenco è un argomento che va visto sotto una prospettiva generale. In lui ci sono molti aspetti importanti, ma analizziamo quello tecnico. Per me è stato il musicista italiano più moderno, se parliamo di testi. Musicalmente, invece viene dal jazz, era un sassofonista. Era un grande musicista che in più musicava anche parole. Da un punto di vista di poetica, invece, idealmente è un filosofo che si può iscrivere nella schiera degli Esistenzialisti francesi, e si collega a quel tipo di visione della vita che si può facilmente accostare al pensiero di Jean-Paul Sartre. Anche se per estensione mi vengono in mente altri pensatori non esistenzialisti come Jacques Derrida, Louis Althusser, Carlo Michelstaedter a cui collegarlo, in qualche modo. Tenco, tra l’altro, ha scritto anche dei racconti molto belli, nelle sue parole c’è una grande ferita. È la frattura con la realtà, verso la quale è in continuo conflitto. Se analizzi un testo di Tenco troverai sempre un condizionale, un «forse», un «non». Un «Non mi», o un «E allora io faccio così». Un contrastare l’esistenza. Non accetta mai la cronologia dell’accadere. E questa visione non riguarda soltanto il mondo esterno ma quello che è il suo tempo, quello che lui stesso è, e quello che è in grado di dare o che sarà. A Tenco interessa quello che era ed è sfuggito per sempre, in definitiva, gli interessa ciò che non sarà mai più.
È un uomo che non ha saputo reggere l’impatto col mondo, per troppa purezza e troppo idealismo. E che, quindi, ha sviluppato una sorta di incapacità ad adattarsi. È il contrario di me: io sono un adattato, Tenco è un disadattato. Non può accettare la realtà e il mondo, quindi lo snobba, lo fugge. Sono molti i testi in cui ritrovi questo atteggiamento, che racchiude in parole come «Vi saluto amici», oppure «Ciao amore Ciao» e ancora «Dire addio al cortile, andarsene sognando» o «Se mi avessero detto mai che le fiabe sono storie non vere, ora là io sarei». Ci trovi sempre un’impossibilità di vivere il momento.
È una fuga continua al di là del tempo e dello spazio, Tenco si immagina sempre, fatalmente, nel momento in cui non è.

Una situazione tremenda, come la bellezza delle sue canzoni.
Vediamone una a caso, in Vedrai Vedrai lo dice il titolo. Ma prendiamone anche una meno famosa, "Una brava ragazza".

Sul parallelo, Tenco è importante da un punto di vista contenutistico. Personalmente, è quasi un’icona. Se non ci fosse, dovrebbe inventarlo qualcuno. È l’eroe romantico della musica, un poeta maledetto. Più poeta, addirittura, di De André. Perché Tenco gioca in modo pericoloso con le parole, ma sempre in modo personale, mentre De André poggia sulla tradizione dell’antica canzone medievale, recupera la lingua dei trovatori e la forma della ballata nella lingua d’Oc: abbiamo il romanzo cavalleresco, mi viene in mente la canzone di Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers. E poi, De André è un intellettuale e se serve usa anche parole libresche. Tenco invece è come Ungaretti, non ne ha bisogno perché, per lui, parole come «pane» o come «casa» sono sufficienti per esprimere quel concetto. È poeta, e il poeta dà profondità alle parole, usando la semplicità: Tenco aveva capito che lo spessore della parola ha una quantità di strati da attraversare, ne aveva capito il significato nascosto. De André gioca con le parole in modo raffinato ma complesso. Pensa alla traduzione della canzone "Mourir pour des idées" di Georges Brassens in "Morire per delle idee", dove adatta così il testo del cantautore francese: «…e la mia musa insolente, abiurando i suoi errori aderì alla loro fede dicendomi, peraltro, in separata sede, moriamo per delle idee…». Guarda quanti sensi importanti ci sono dentro: «la mia musa insolente», «abiurando i suoi errori», «dicendomi peraltro in separata sede». Abbiamo un linguaggio burocratico «peraltro in separata sede» è un po’ ironico e sarcastico, però abbiamo «abiurando» che è un linguaggio avvocatesco, aulico. È tutto così bello, quasi troppo!
Tenco invece è meno bello, quasi povero di descrittività. Non ha la necessità di mostrare conoscenza, quasi se ne vergogni. Tenco parla di sé, può parlare solo di sé, di quello che vede. Anche se quello che vede non gli piace.
Forse Tenco era l’individuo che non riesce a trovare posto nel mondo, mentre De André cantava l’universalità del destino dell’uomo.
De André è epico, fondamentalmente, mentre l’altro è lirico. L’uno costruisce personaggi e, nel Paradigma del personaggio, mette dentro emozioni da esterno agli accadimenti. L’altro ha una frattura insanabile che blocca il suo rapporto con il mondo.
Tenco è dentro le storie e ci si schianta, De André canta l’epica e le gesta degli uomini.

Tenco è disgustato quando canta, soffre l’impossibilità di essere lucido. De André canta in modo sempre uguale, è quasi neutro, nel suo narrare… una voce narrante di fantastiche storie.
Quando ho rifatto il disco "Non all’amore, non al denaro, né al cielo" di De André, sono entrato in quei personaggi, ho vissuto "Il Suonatore Jones", o "Il Chimico"… è questione di identificazione nel canto, lo senti. Non ho avuto la neutralità di Fabrizio, tanto che sono stato criticato da alcuni per questo. Ma io entro nei personaggi, e quindi li impersono, li personifico. Sono uno che si adatta, simpaticamente, che imita molto ironizzando ciò che ha intorno, e a cui piace conoscere. Però non vorrei essere qualcun altro. Mi basta essere quello che sono perché, e adesso scomodiamo Friederich Nietzsche, dico: «Sì alla vita e all’Eterno ritorno», cioè ri-farei tutto quello che ho fatto, compresi gli errori. Io sono sbagliato, ma è proprio lì che vivo.

 

De André, che pur veniva da ambienti borghesi, raccontava la vita in modo anarchico. Qualunque fossero le sue origini, il suo punto di vista etico è condivisibile. Ecco perché si interessa ai miseri, ai dimenticati, agli ultimi. Pur se con una compassione da spettatore nello sguardo. In "Tutti morimmo a stento" stila un elenco, quasi una galleria di miserabili verso i quali, per forza, provi compassione. Dove parla di drogati, di puttane e impiccati: i randagi della società.
E persino lui stesso è forse uno degli ultimi, un artista in grado di costruire una prospettiva letteraria del mondo, del quale racconta – perché la conosce sulla propria pelle - sia la cattiveria sia l’estrema umanità.

Quando canto Tenco invece è pericolosissimo perché mi vengono tutte le sue voglie di scomparire e nascondermi.
«Il tempo veloce passò su favole appena iniziate… Su grandi avventure sognate sui libri di scuola» (…) Il tempo veloce passò su lunghe poesie mai dette a nessuno. Su vividi sguardi, su piccoli grandi segreti».
Vedi, ci sono i segreti e le poesie mai dette. Quanto non detto, quanto inespresso. Quanta frustrazione c’è in questa vita.
«Sul volto dell’unica donna, sul sogno di vivere insieme per sempre su grandi promesse, su poche parole d’addio»
Qui, dove alza di un semitono, sembra che la canzone giri pagina, e che il tempo passi: è una tecnica di altissimo livello, la possibilità di rappresentare musicalmente un concetto. Qui in questo caso è lo scorrere, ma di Tenco osservo la capacità di illustrare, con poche parole, un mondo intero.
Qui invece, all’ultimo, c’è una sferzata quasi disgustata, acida.
C’è l’odio! E poi c’è il disprezzo, la desolazione e l’auto-commiserazione. Ci sono tutti gli stati d’animo di una grande sofferenza umana.
Tenco, rispetto a De André, fa una cosa diversa anche nel rapporto con il potere: non credo avesse nessun tipo di rapporto con il potere. Non parla mai di governo, tanto meno interiore. Forse non lo interessava. Esistono però tutte le ballate ironiche, quelle del primo periodo, dove il suo impegno musicale era molto sociale, in cui era interessato allo scorrere dei giorni nei suoi aspetti di relazione.
Alla fine era uno che ragionava molto della società perché credo che, all’uomo Tenco, interessasse trovare il modo di vivere. Voleva, veramente, capire come si poteva stare al mondo nonostante tutte quelle controindicazioni. Per farlo, si metteva a studiare le persone. Ed ecco allora il "Prete in automobile", la ballata della "Vita sociale" oppure "Passaggio a livello". E l’altro pezzo dove emerge questo Tenco è la "Ballata della moda". O anche "Giornali femminili": storie di quotidianità, ma modernissime, espresse musicalmente con una descrittività quasi impressionista.
Sembra che attraverso la canzone inneschi un mezzo di contatto con l’essere uomo. Forse, in un rapporto mediato dalla musica, può scendere a patti con la vita.
Ma lui vuole il successo! Tenco non vuole essere dimenticato ma, quando si accorge che effettivamente il mondo non lo vuole, fa un gesto eclatante, a suo modo spettacolare: il suicidio a Sanremo!
Tenco voleva l’immortalità, sapeva di essere un genio, di essere il più grande del suo tempo. E non gli sembrò vero quando venne escluso da Sanremo. Non poteva accettarlo. È l’ultima cosa che non ha digerito. Anche se poi, lui non ha digerito l’esistenza. Tenco mi sembra come Emil Cioran che scrive "L’inconveniente di essere nati". Anche per lui vivere è insostenibile, non c’è ragione. È come se si chiedesse il perché doveva vivere sulla Terra, se non riusciva a trovare niente che gli piacesse. Ogni tanto c’era qualche sprazzo, ma durava il tempo dell’irrisione. Solo con quella riusciva a vivere, col distacco. Ed è un ragionamento che applica ovunque, anche ai suoi testi. Parla sempre di potenziale, di altro. La situazione migliore non è mai quella reale per Tenco, è sempre il «se» delle cose, il loro avvenire per caso.

 

In sintesi, la vita non è la contingenza, è sempre ciò che non accade. È il senso di un continuo condizionale, che descrive con frasi come «Vedrai Vedrai». Perché, comunque, ciò che è reale, a Tenco risulta misero, non vale la pena di essere vissuto. Così la vita. Ha avuto un periodo di gioia solo all’inizio, un grido ironico fantastico. Sentiamo "Giornali femminili", sembra addirittura futile.
Tenco canta:
«Leggendo certi giornali femminili verrebbe da pensare che alla donna interessino poco i problemi più grandi. Per esempio: trasformare la scuola, abolire il razzismo, proporre nuove leggi, mantenere la pace. Comunque per fortuna esiste l’uomo che si preoccupa, mi dovete scusare se mi scappa da ridere. Comunque l’uomo è certo, si preoccupa molto».
Riesce a esprimere questo ambientino senza significato, dove alla donna interessano i problemi del cuore, oppure «trovare il proprio grande amore, magari - e qui è geniale - con lo sguardo di quel famoso attore».
«… la donna si interessi dei problemi più grandi, la sua prima esigenza sembra essere una vita comoda, magari un po’ di lusso per essere invidiata».
E però, dice alla fine, «Forse questa canzone io non la so cantare»: è bello perché auto-referenziale, la canzone parla di se stessa. E in fondo c’è la sorpresa, perché allo stupore iniziale che segue a un primo ascolto, in cui ti chiedi se è possibile che per Tenco la donna sia futile, poi ti rendi conto che irride l’uomo.

Luigi Tenco è completamente puro, e poi partiamo da un livello di raffinatezza musicale e verbale magistrali. L’ho paragonato a Ungaretti non per niente. Perché queste parole hanno densità, pur utilizzando un linguaggio alla portata di tutti, ma organizzato da un poeta. E il poeta sa prendere la terra e l’erba, i sassi e l’acqua, l’amore e il sole, e metterli là in modo tale che sembrino una cosa bella, che ti riescano a scaldare.
Il grande poeta ti comunica con le parole che hai davanti e ti svela che hanno anche un altro senso rispetto a quello a cui sei abituato, e che quindi sottovaluti. La poesia è un recupero di intimità. Ridefinisce i contorni e li cura, come l’arte e la musica. Nella misura in cui ti pone di fronte alla tua realtà, che è solo semplice e vera. Fa male anche ma questo permette di usare la vita, che è solo quella che hai. Ti fa camminare su un muretto perché ce l’hanno tutti. E se impari a camminare lì sopra, scopri che di muri ce ne sono infiniti, e ovunque. Ti sta dicendo che il repertorio di elementi a disposizione è universale. Se sviluppi te stesso a partire da uno spazio chiuso, invece, hai una rappresentazione e un mondo raccolto su se stesso, definito solo all’esterno quindi non vero, che si traduce in un rapporto elusivo della verità. I tuoi muri rimangono una difesa verso il mondo, che non comprende la realtà. Esiste la poesia d’élite che abbellisce per evitare i confronti: Gabriele D’Annunzio, per esempio, è un poeta che in certi momenti si riferisce a chi ha accesso a quel linguaggio, a quella conoscenza. Ma questo equivale a mettere una «barriera all’ingresso». E allora preferisco la «verità camminata sui muri» di Guido Gozzano, Ungaretti e Palazzeschi…
Metaforicamente è come se riuscissi a camminare sul muretto, pur sapendo che sotto hai un regime coi fucili, pronto a impallinarti le ali, e però ci cammini lo stesso È qualcuno che oscura e ti fa oscurare il cielo, che tenta di rendere il mondo e renderlo perfetto, finto e asettico, perché non vuole fartelo vivere per quello che è. Il poeta usa le parole per rendere il respiro delle cose. 
Il linguaggio, secondo me, ha a che fare con ciò che l’uomo costruisce, senza troppe complicazioni, e quegli elementi di costruzione devono essere poveri. E anche la poesia è bella quando è nuda, pura, semplice, popolare. Per me la parola «semplice» non vuol dire «semplificare», è il suo contrario, significa «compiuto».

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