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Quotidiano.net (La Nazione - Toscana), 11 Ottobre 2012



Da segnalare il concerto del 27 ottobre al ridotto del Goldoni e del 19 al Teatro C per la presentazione della compilation di cover del celebre cantautore livornese

Livorno, 11 ottobre 2012 - Annunciati oggi a Firenze dal direttore artistico Franco Carratori i protagonisti dell'edizione 2012 del premio Ciampi: Roberto Vecchioni, Eugenio Finardi, Claudio Lolli, Morgan e Bobo Rondelli.

Il premio dedicato al celebre cantautore livornese Piero Ciampi, scomparso nel 1980, dal 19 al 27 ottobre animerà la città labronica con tante iniziative.

Nella serata conclusiva dell'iniziativa al ridotto del Goldoni, Vecchioni e Finardi riceveranno un riconoscimento per la loro carriera musicale, durante un grande concerto al quale prenderanno parte tra gli altri, Lolli, Morgan e Rondelli.

Tra gli eventi in programma, da segnalare il 19 ottobre al Teatro C, la presentazione della compilation 'Cosa resta di Piero Ciampi', con cover dei suoi brani cantate tra gli altri da Brunori sas., Cristina Donà, Paola Turci, Ginevra di Marco e John De Leo.

Mentre, il 25 ottobre al centro musicale polifunzionale, sarà la volta del live del pianista degli Area Patrizio Fariselli.

Un premio speciale andrà poi al poeta francese Charles Juliet, il 'Valigie rosse', per la sua antologia 'Mietiture' e all'italiano Giacomo Trinci per il suo lavoro inedito 'Sul finire'.

Il premio Ciampi è promosso dall'omonima associazione in collaborazione con Regione Toscana, Comune e Provincia di Livorno, Fondazione Cassa di risparmio di Livorno, Fondazione teatro Goldoni e Siae.

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GBOpera, 10 Ottobre 2012



Recarsi a Novara per Il matrimonio segreto fa rivivere suggestioni degne d’altri tempi, se è vero che un appassionato come Stendhal vide una rappresentazione dell’opera di Cimarosa proprio in quella città nel 1809, sulla via di ritorno per Parigi. Del resto, se anche si trattasse soltanto di un aneddoto, sarebbe davvero ben trovato; quale altro melodramma di fine Settecento potrebbe meglio rappresentare il congedo dal mondo italiano? E quale potrebbe alternare in maniera più commovente episodi comici ad altri di crisi, di angoscia, di disperazione di anime amanti?

Appunto sulla compresenza del comico e del serio si è basato il nuovo allestimento proposto dal Teatro Coccia, tra l’altro con il debutto alla regia operistica dell’artista Marco Castoldi, in arte Morgan (volto assai conosciuto dal pubblico televisivo, forse un po’ meno dai frequentatori del melodramma). Lo spettacolo è stato di alto livello, molto curato e di felice riuscita sia nella parte più propriamente musicale sia in quella registica. In particolare il direttore, Carlo Goldstein, ha guidato orchestra e cantanti con grande padronanza della partitura; e l’Orchestra Filarmonica Italiana ha presentato al pubblico i frutti di uno studio preciso e serrato: felice l’idea di evidenziare il ruolo dei fiati fin dall’ouverture, e poi nei pezzi d’insieme drammaticamente più importanti. Goldstein si è rivelato molto equilibrato anche nel lasciare ai cantanti il giusto spazio, di volta in volta imponendo il ritmo orchestrale oppure accompagnando i virtuosismi richiesti agli interpreti. Forse, in un teatro così piccolo come il Coccia, le sonorità dell’orchestra avrebbero potuto essere modulate anche sulle mezze tinte e sull’attenuazione dei volumi; il direttore ha invece preferito offrire una lettura di tutta evidenza, per certi aspetti “didascalica”, da cui ogni pagina dell’opera riuscisse perfettamente chiara. Anche nello stacco dei tempi, Goldstein non ha mai ecceduto né in velocità né in lentezza; e si sono ascoltati alcuni momenti di buon brio, indispensabili in qualunque opera buffa.


La compagine vocale era composta da artisti molto amati dal pubblico internazionale, in particolare Stefania Bonfadelli e Bruno Praticò. Ma va detto subito che tutti i cantanti della locandina erano perfettamente a loro agio nei rispettivi ruoli, e hanno senz’altro conseguito risultati apprezzabili, nella costante coniugazione di canto e arte attoriale. La voce della Bonfadelli ha molti caratteri positivi: ampia, vibrante, dotata di armonici; e alla bellezza si unisce una grande musicalità. Ma soprattutto essa risuona “in avanti”, sicura e bene appoggiata. Uniti alla bravura scenica, i mezzi vocali della Bonfadelli hanno confezionato una Carolina perfettamente adeguata, efficace soprattutto nei momenti elegiaci e di disperazione. Anche Maria Costanza Nocentini ha una voce molto bella, e correttamente impostata; grazie alla diversità nel colore rispetto a quella della Bonfadelli, essa risaltava ancora meglio nei vivaci dialoghi e nei duettini dei soprani. Forse in taluni passaggi di agilità qualche tratto della coloratura di Elisetta è stato un poco semplificato, ma nel complesso la Nocentini ha offerto una prova più che buona.

Giudizio positivo anche per la Fidalma di Irene Molinari, dalla voce più leggera rispetto alle precedenti. Sul fronte maschile si contrapponevano alte tre voci interessanti: Bruno Praticò ha interpretato Geronimo con scaltrita esperienza – originando l’immediata simpatia del pubblico – ma soprattutto con grande rispetto per tutti i dati musicali. Anziché aggiungere ingredienti comici, che in un’opera buffa si possono comunque apprezzare (se di buon gusto), l’artista ha preferito fare emergere l’innata comicità del personaggio o con l’espressività vocale o con una gestualità muta (abilissimo nel mimare i movimenti labiali degli altri cantanti per fingere la sordità di Geronimo). Edgardo Rocha è tenore di grande eleganza e correttezza vocale; la sua prestazione è stata in crescendo nel corso dell’opera, perché dopo un avvio leggermente freddo nel I atto è giunto all’aria del II pienamente padrone dei suoi mezzi. Filippo Fontana è stato un ottimo conte Robinson sulla scena, sebbene la sua voce di baritono chiaro, dalle risonanze tenorili, non sia propriamente adeguata alle richieste della partitura: per questo il cantante, e non per difetti di tecnica vocale, ha dovuto ricorrere a volte ad inflessioni di parlato. Ma la prestazione complessiva di Fontana introduce alla congiunzione di canto e di recitazione, che ha contraddistinto la recita; e questo si deve certamente al regista. Morgan, al secolo Castoldi, ha allestito uno spettacolo vivace, coerente nell’impostazione dall’inizio alla fine, rispettoso del libretto e della musica. Oggi è raro che un regista resista alla tentazione di avviare i movimenti scenici durante la sinfonia; Morgan, al contrario, ha avuto l’umiltà di lasciare la musica in primo piano, con il sipario chiuso per tutto il tempo dell’ouverture (non ha invece resistito alla tentazione di comparire personalmente all’interno dell’esecuzione musicale, enunciando parte del recitativo di Fidalma nella terza scena del II atto, dal palco di proscenio; ma con garbo discreto, senza interpolare nulla).

La scena si è aperta con un’impalcatura di scale in simmetria sullo sfondo in ombra (la componente elegiaca dell’opera), mentre nel primo piano illuminato trovavano spazio pochi oggetti scenici funzionali all’interlocuzione dei personaggi (poltrone variopinte, un mobile bar). Unitamente alla gestualità dei personaggi (minuziosa per Praticò; sempre nervosa e scossa da esasperanti tic e scatti per Fontana) vanno menzionati i costumi di Giuseppe Magistro, di rara funzionalità e coerenza. Se Fidalma, il conte, Elisetta erano accomunati da un sobrio motivo a scacchi, Paolino, Carolina e Geronimo si distinguevano per il nero; abiti moderni, s’intende, ma con qualche svolazzo settecentesco quale Leitmotiv (sbuffi alle camicie, merletti ai polsini). Su tutti erano imposte trionfanti parrucche di color perlaceo, venate di tinte sgargianti; a ognuno la sua, più o meno vaporosa, con treccia o codino, a seconda del personaggio: un modo semplice ed efficace di riassumere il Settecento, che ricorda il capitolo d’apertura dei Cento anni di Rovani, appunto dedicato alle forme più stravaganti di parrucca da esibire a teatro. Del resto, ci si poteva attendere che un regista come Morgan curasse in particolare, con meticolosa estrosità, le pettinature dei suoi interpreti …
Foto Finotti © Teatro Coccia di NovaraMichele Curnis

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il Corriere Musicale, 8 Ottobre 2012



Il noto cantante pop debutta alla regia con l’opera di Domenico Cimarosa, in scena a Novara.  Quando il Settecento diventa punk, tra ammiccamenti e manichini (di Morgan). Carlo Goldstein ha diretto l’Orchestra Filarmonica italiana

di Laura Bigi

Il novarese Teatro Coccia, come purtroppo molti altri teatri ed enti lirici italiani, ha dovuto affrontare nei mesi scorsi, e affronta tuttora, la realtà di un dissesto finanziario importante. Congedato tra molte polemiche (anche politiche) il precedente direttore artistico e sovrintendente Carlo Pesta, ora con un organigramma rinnovato il teatro vuole di iniziare la sua stagione al meglio delle possibilità. Perchè, si sa, quando c’è un cambio al vertice si cerca di ripartire con ottimismo, con entusiasmo, col “botto” (?). Bisognava pensare e fare qualcosa di nuovo, di giovane e stuzzicante, magari vagamente trasgressivo (almeno rispetto alle pacate abitudini novaresi): insomma qualcosa in cui ci fosse lo zampino di Morgan,  altrimenti detto Marco Castoldi.

L’idea concilia più o meno pacificamente diverse esigenze: creare curiosità nel pubblico attraverso il coinvolgimento di un noto personaggio (ora soprattutto della tv, ma prima di tutto della musica) carismatico, dall’immagine forte, fuori daglCarlo goldsteini schemi della pacifica e ordinata vita di provincia, fuori dal mondo dello spettacolo d’opera; realizzare un progetto autonomo e del tutto nuovo rispetto a ciò che le stagioni precedenti avevano sempre offerto; attrarre in maggior misura gli spettatori giovani, quelli che la tv la guardano e che sicuramente conoscono il temperamento bizzoso e trasgressivo del Morgan, nella speranza di conquistare pure il placet del pubblico ordinario e un po’ agé. Un esperimento o un’operazione di marketing, sia quello che si vuole; ma, diremmo subito, riuscito, e che certamente avrà giovato agli utili, vista l’affluenza degli intervenuti. D’altra parte, essendo Marco Castoldi musicista abituato a mettere sempre bene in chiaro il suo proprio pensiero creativo, non c’era da dubitarsi che anche questo Matrimonio segreto gli somigliasse parecchio ed anzi lo citasse e coinvolgesse.

Siccome il soggetto – giocoso, vivace, titillante quanto basta per lasciare spazio alla levità dell’amore – del libretto di Bertati lo consente e così pure la musica di Domenico Cimarosa, complessivamente il lavoro di regia si realizza per il tramite di alcune trovate un po’ pungenti che rivalutano la vicenda nell’attualità volendo però evidenziare il messaggio di valori (sociali, storici, sentimentali) di cui l’opera di è esempio. Detto ciò il tutto si gioca sulla consapevolezza della finzione teatrale (quindi svelata), cioè di quella distanza tra la rappresentazione e chi la crea e chi la vede che si tramuta in vicinanza ideale ed emotiva all’universo della narrazione. Lo spettatore sa di esserlo perché accolto dai titoli di testa, come al cinema, proiettati in tridimensione ed è spesso destinatario degli sguardi ammiccanti, dei gesti allusivi e delle battute degli interpreti/personaggi. Poi c’è anche il narratore/Morgan che non perde certo l’occasione per intervenire nel dramma, cioè nell’azione, quando all’inizio del II atto (scena terza: Paolino tenta di parlar chiaro confessandosi a Fidalma, zia della sua amata e già segretamente moglie Carolina) crea un terzo carattere, una voce intrusiva che negli a parte invece è solo interiore ai personaggi; e quando nel finale balla tra baldoria e canti e contentezza insieme alle comparse e ai protagonisti. E comunque sul palcoscenico lui Morgan c’è quasi costantemente, seppure in forma di manichino, come il cantautore opportunamente abbigliato e acconciato.

Non è solo una questione di manichino, perchè, invero, tutti quanti i personaggi si sono, chi più chi meno, adeguati al loro stravagante istruttore. Se la scena (Patrizia Bocconi) è piuttosto minimale (vedi la carcassa di costruzione in cemento industriale che troneggia nel fondo e che accoglie qualche volta i personaggi e in altri momenti le comparse di nero vestite con capigliatura africana duplicanti l’azione narrata o agita) con qualche tocco di sgargiante dato dalle poltrone simil-barocche (Magis Proust disegnate appositamente dall’architetto Alessandro Mendini), i cantanti indossano costumi (Giuseppe Magistro) ispirati ad un abbigliamento che gli esperti direbbero punk/rock/grunge, ma più garbato, insomma senza borchie. Divertenti anche le parrucche settecentesche spettinate e spruzzate di fluo come graffiti (Morgan è un tricomaniaco).

Nota di molto merito al cast, che bene interpreta la musica e i gesti nell’azione. Bruno Praticò è un azzecatissimo Geronimo; oramai più che a suo agio nei ruoli buffi ai quali sa dare la giusta caricatura, qui si diverte ad esaltare l’idiozia del suo personaggio che consiste nell’esser per lo più sordo, tranne che al tintinnio del denaro. Orgoglioso nella sua figura anche fisica di buffo, intona con sicurezza le sue parti. Altrettanto disinvolti nei gesti canori e non Edgardo Rocha (Paolino) e Stefania Bonfadelli (Carolina), perfetta coppia di giovani innamorati appena (e segretamente) convolati a nozze e perciò desiderosi di consumare – e il regista ci tiene a sottolineare questo lieto aspetto dell’amore. Pulito e leggero il timbro di Rocha, non privo di quelle sottigliezze espressive necessarie alla sua voce di tenore; altrettanto saldo e senza sbavature il canto della Bonfadelli, civettuolo o accomodante all’occasione

Buona prova anche per Maria Costanza Nocentini (Elisabetta) e Irene Molinari (Fidalma, voce vagamente gutturale ma ben nel personaggio). La prima interpreta assai bene la parte della sorella bruttina e petulante, invidiosa della giovane parente e rivale Carolina, che ruba a lei le attenzioni del Conte Robinson (Filippo Fontana, molto bravo attore e voce corretta), con la seconda a favorirla perchè innamorata di Paolino. Tutti quanti si esibiscono in gesti giustamente distorti come da tic o in smorfie sguaiate di disapprovazione, di stupore, di schifo etc. Contribuisce ad un risultato generale di grande godibilità la direzione di Carlo Goldstein alla testa della Orchestra Filarmonica Italiana. Sobrietà di volume e ritmi, scorrevolezza gentile graziosa come si conviene ad un’opera che non possiede certe delicatezze alla Mozart, la cui suggestione è ben presente, né ancora la brillantezza frenetica di Rossini. E finalmente i fiati suonano in tono

Fonte




Autore: Domenico Cimarosa
Regia: Marco Castoldi (Morgan), direttore Carlo Goldstein
Genere: opera
Compagnia/Produzione: Fondazione Teatro Coccia
Cast: Stefania Bonfadelli, Bruno Praticò, Edgardo Rocha, Maria Costanza Nocentini, Irene Molinari, Filippo Fontana

Scheda spettacolo a cura di
Roberto Mazzone


La recensione di Maria Luisa Abate per teatro.org

Si può scherzosamente giocare con libertà linguistica affermando che Il Matrimonio segreto di Cimarosa nella produzione della Fondazione Teatro Coccia di Novara, sia stato Morgan...atico, in quanto il regista Marco Castoldi in arte Morgan ha assunto un ruolo predominante. La scelta compiuta del neo eletto direttore artistico Renata Rapetti ha palesemente privilegiato criteri mediatici. Perché no? L'adeguamento alle esigenze di mercato è indispensabile per traghettare il genere operistico nel terzo millennio, inoltre la prima legge teatrale recita: "non importa come, purché se ne parli". E' questo oltretutto il caso di parlarne bene, lasciando margine a poche perplessità. La trama è atemporale: un genitore fa di tutto per procurare alle due figlie un matrimonio che assicuri solidità economica e posizione sociale. Si potrebbe dire che l'impostazione non abbia brillato per singolarità, avendo rapportato la vicenda all'odierno sentire mediante l'utilizzo di spunti figurativi e cinematografici. Già visto, ma gli elementi da considerarsi forieri di individualità sono il metodo, il percorso e il modo, qui indubbiamente originali. Estrosi costumi (di Giuseppe Magistro realizzati da Simone Racioppo con la Scuola Pianeta Moda di Pescara) che, al pari delle imponenti parrucche rosa-lilla per le donne e verde-blu per gli uomini (di Marco Gabellini) sembravano forgiati a immagine e somiglianza del regista, perciò atti a concretizzarne scenicamente le idee con grande efficacia. Affascinanti le luci in perenne metamorfosi (lighting designer Marcello Jazzetti). Poltrone (di Alessandro Mendini) in miniatura a delimitare il proscenio e a dimensioni reali declinate in diverse tinte corrispondenti ai protagonisti; più una che riassumeva tutte le sfumature riservata simbolicamente a Cimarosa, la quale sul finale ha accolto lo sfinito padron di casa preda di "testa imbrogliata" al dipanarsi delle multicolori matasse amorose. Scenografia fissa (di Patrizia Bocconi) riproducente uno scheletro di palazzo che da solo ha svolto buona parte del disegno registico conferendo movimento e suggerendo soluzioni drammaturgiche. Stralci delle parole del libretto di Bertati e i nomi in locandina sono apparsi sovraimpressi e sfasati, commistione di ieri con l'oggi, mentre le finestre hanno incorniciato in quadri viventi i doppi dei personaggi: figure in bianco e nero che hanno traghettato le rispettive matrici settecentesche nell'era industriale.

Il Matrimonio segreto, come ricordato nelle note alla brochure di sala a cura di Alessandro Mormile, "è opera che aveva perso i toni farseschi e si era nobilitata". Invero qui le escursioni nella farsa non sono mancate, in una sorta di rivisitazione pop delle Maschere della Commedia dell'Arte, ma possono etichettarsi come un procedere per iperboli che ha rimpolpato di vis comica il bellissimo minimalismo di base. Gli eccessi si sono verificati in alcune invenzioni (Geronimo che chiede caffè e sigaretta o che distrattamente accenna al Barbiere rossiniano, salvo poi scusarsi con il direttore d'orchestra) ed hanno toccato l'apice con l'autocitazione di Morgan inseritosi in carne ed ossa all'interno della finzione da lui medesimo creata. Il leader dei Bluvertigo si è cimentato nel canto ("questo gabinetto è un logo adattissimo per parlar di segreti") con esiti sui quali preferiamo sorvolare. Gli intenti sono stati smaccatamente autoironici, intelligente presa in giro di sé stesso, tuttavia superflui: l'insert ha ricordato che di operazione mediatica si trattava. A far da contrappunto alle marcature espressive, la distanza rigorosa frapposta tra i soggetti, le cui interazioni ridotte al minimo hanno comunicato incapacità di condivisione umana che non fosse di facciata; un senso di esasperata individualità rasentante l'a-socialità. Concetto di egocentrismo interiore molto moderno. Capovolgendo Hemingway, per Morgan ciascun uomo è un'isola. Solo l'indole di Carolina ha subito qualche sbalzo in itinere: la ragazza ribelle e insolente tratteggiata da Morgan ha dovuto cedere il passo a quella di Cimarosa, romanticamente sensibile a fiori e gioielli. Perché in fondo l'anticonvenzionalità del regista ha consistito nel riappropriarsi coraggiosamente di una convenzionalità atavica, alla riscoperta di valori apparentemente decaduti. Buoni belli puliti sentimenti governati dall'amore, più consoni, lo diciamo con ammirazione, alla mutaforma Fata Morgana (appellata anche Morgane, Morgaine o, guarda caso, Morgan) che ad un pirata del ventunesimo secolo.

Per bilanciare siffatta forte impronta era necessario un direttore di altrettanto spiccata personalità. Carlo Goldstein ha condotto l'Orchestra Filarmonica Italiana con polso e limpidi slanci temperamentosi che hanno musicalmente supportato i caratteri decisi tratteggiati in scena. Padrone della buca così come abile nel riprendere le redini di qualche intemperanza sul palco. Stefania Bonfadelli ha confermato la pura e semplice bellezza del timbro, la padronanza delle dinamiche duttili e agili, la perizia nella tecnica vocale gestita in ammirevole sincronia con la recitazione, ben dosata tra smoderatezza e ragionevolezza, studiate malizie e spontanee innocenze di Carolina. Edgardo Rocha possiede un patrimonio di mezzi del quale deve ancora acquisire piena consapevolezza. La titubanza nel "lasciarsi andare" nei panni di Paolino è stata compensata da una linea di canto attenta alle torniture, di grande facilità negli acuti forse un poco nasali comunque dalle gradevoli sonorità. Il basso Bruno Praticò ha affinato un'arte del buffo nella quale è impossibile scindere l'aspetto vocale da quello attoriale, compenetranti. Una interpretazione di Geronimo tarata sull'affinato metro personale indulgente alla sempiterna gag, alla compiaciuta consacrazione degli estremi, spingendo a tavoletta sull'acceleratore delle "sporcature" burlesche nel canto. Buona la prova del soprano Maria Costanza Nocentini, Elisetta spiritosissima nell'aver stemperato in toni ludici la scena conclusiva ironicamente sado-maso, svolta in coppia con la scatenata Irene Molinari, Fidalma. Sia quest'ultima che Filippo Fontana, Robinsonhanno denotato voci corpose, in grado di spaziare anche in altri repertori. Il mezzosoprano, dall'affinata capacità di chiaro-scuri, ha ben tarato la potenza di cui dispone, mentre il baritono, grazie alla ragguardevole naturalità di emissione è talvolta incappato in sovradosaggio di volumi; bellissima timbrica, brillante e suadente unita all'accurata dizione nello scioglilingua del second'atto.

Inizio con il quarto d'ora accademico di ritardo, molti posti vuoti in loggia e loggione, presente un parterre vip: Franca Valeri, Ivano Fossati, Dori Ghezzi e alcuni concorrenti di X Factor. Chiamate alla ribalta equamente divise tra tutti i protagonisti.

Visto il 05/10/2012 a Novara (NO) Teatro: Coccia


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