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The Walwian, 25 Marzo 2010



March 25th, 2010 in walwian.com by Luca2

Morgan mette la testa sul palmo della mano.
E’ l’incrocio tra uno che ascolta con attenzione e il teschio dell’Amleto.
Una ex ministra racconta e piange.
Una ministra racconta e non piange.
Morgan sta attento. Ascolta.

Chi non lo conosce lo odia.
Chi lo conosce lo disprezza.
Quando è così, qualcosa deve essere andato molto storto.
E lui sembra dannatamente uno che ci è rimasto male.

Flashback.
I Bluvertigo suonano L’Assenzio sul palco dell’Ariston.
E’ il canto del cigno della band. La band funziona. La band soprattutto, ha funzionato.
E’ un adieu. Mille miglia lontano dal carrello dei bolliti.

Flashback.
Morgan si agita sulla poltrona. Cita e sorride.
E’ una scena splendida. Sta cercando, con lucido entusiasmo, l’approvazione di Corrado Augias, che per un periodo è sembrato suo mentore.
Dietro le quinte della vita, Augias legge gialli a casa. Morgan prende crack.

Erano amici? Erano davvero in confidenza?
A lume di naso:
Morgan non fumava crack davanti ad Augias.
Gradi di separazione.
Menzogne sostenibili.
Distanze.
Corrado A. accarezza con paternalismo e simpatia il giovane uomo.
Morgan non gli sta leccando il culo.
Vuole sinceramente piacergli.
A lume di naso.

Vecchie immagini.
Morgan che suona il pianoforte, very sixties, bohemien, in mezzo ai monti.
L’acustica delle Dolomiti è da buttare. Lo show è delizioso.
Augias lo definisce con parole molto vecchie, un po’ fuori moda:
figlio dei fiori.

Flashforward.
Una rivista di donne nude e marchette, fa chiacchierare Morgan.
Dice alcune cose oggettivamente vere.
“Gli psicofarmaci sono pesanti”
“La coca era prescritta da Freud”
Dice cose oggettivamente vere, dice cose opinabili. O meglio, opinioni.
Dice cose socialmente inaccettabili.
Come oltremanica succede ogni due settimane, scoppia il casino.
Siccome siamo un Paese che non è in grado di stabilire un ordine di priorità neanche vagamente dignitoso, il casino scoppia a livello istituzionale.

Inizia la lista delle cose patetiche.
Non è patetico Morgan a chiedere scusa, visto che tutti l’hanno fatto, dopo aver detto qualcosa.
Chiedere coerenza al rock & roll è come chiedere ad un’ala di calcio di saper difendere.
E’ una richiesta tanto ragionevole quanto fuori luogo.
E’ una richiesta giusta nel momento sbagliato, al tizio sbagliato.
E’ patetico il pubblico ad accusare Morgan di incoerenza.
La coerenza si chiede ragionevolmente ai decisori pubblici, forse ai propri genitori, e sicuramente ad Eddie Vedder.

Chiedere coerenza al resto dello show biz, è una pretesa radicale e vagamente schizofrenica, nevrotica, che genera confusione nelle intenzioni, rivela un bisogno di sicurezze e certezze, mal riposto, mal indirizzato.
E’ patetico.

Ogni singolo drogato dello show biz,
diventa patetico, in lasso di tempo ragionevolmente lungo.

I Bluvertigo forse sono stata la band più brillante degli ultimi trent’anni di musica italiana.
Sicuramente sono stati la band più moderna, esportabile ed intelligente.

Per scrivere una frase come:

“I professori sono quasi tutti fuori dal tempo“

ci vogliono una misura, una intelligenza, una lucidità assolute.

“Quando mi fido io non c’è bisogno che ti fidi tu“

(non) è solo il verso di una canzone. E’ l’evidenza artistica, è la solidificazione discografica di cosa accade a far germogliare una certa arroganza dialettica su uno strato di intelligenza squisitamente urbana.

Borghesi.
Nei momenti di crisi, nello scivolo a spirale, vien fuori il background.
Fuori dai denti. Sans doute.
Morgan non è stato incoerente nel chiedere scusa.
Morgan non è stato incoerente a fare X-Factor. X-Factor è una parte. E’ una perla nel curriculum.

Morgan è andato in tv per poter far dire a tuo nipote:

“Ma lo sai che Morgan faceva un reality show?“

Che è come dire, con un certo gusto antiquario-nerd:

“Ma tu sapevi che De Andrè ha condotto per sei mesi Novantesimo Minuto?“

Ma Morgan che si arrabattava tra ministre riscaldate nel salotto buono della tv italiana, può trovare spiegazioni, sì, ma nessuna consolatoria.
E’ come se Morgan avesse temuto – sinceramente e follemente temuto, una debolezza forse causata all’abuso delle droghe, prolungato, non più ludico – di poter finire reietto, escluso, ramingo e abbandonato dall’industry. La reazione alla sparata, dopo le ovvie e indolori scuse, è stata di paura, abnorme paura. La paura di essersi bruciato, di finire à la Mia Martini, o qualcosa del genere. E’ sembrata una reazione alimentata dalla paranoia, più che dal calcolo opportunista, di cui è stato non troppo giustamente accusato.

Un parallelo chiarificatore e fuori luogo, è con working class hero/Noel Gallagher, fondamentalmente sereno nella consapevolezza della sua misera provenienza: non avevo niente, male che vada, ho comunque vinto.

Un parallelo imbarazzante e spietato, è con bohemien/Pete Doherty, viveur sinceramente incosciente e mostruosamente puro, nel suo tirare la corda, senza preoccuparsi delle conseguenze, e nel farlo senza un’ombra di maledettismo o nichilismo grunge.

Morgan ne esce con le ossa rotte.

A noi piccoli borghesi una cosa amara rimane di traverso.
E in questo siamo patetici, sicuramente.
E’ condensabile in questo:
“Tu sei una rockstar. Se inizi a preoccuparti tu, che cosa dovremmo fare noi?
Prendi i milioni. Prendi i milioni per farci ridere. Quei soldi – parliamo di soldi
perchè siamo tutti borghesi – sono la tua assicurazione sulla vita. Sono la tua
personale cassa mutua, perchè tu possa mandare a fanculo la tua vita, mandare
a fanculo gli astanti, perchè tu possa – più serenamente di come hai fatto, decidere
di dire questo e quello, e chiedere scusa al limite, magari ipocritamente, per non
sentire scocciature. Ma tu ti sei andato a raccomandare.
Sei, oggettivamente, nella posizione di non doverlo fare. Se pensi di doverlo fare,
non sei così sveglio.
Non sei un dritto, né un incoerente.
Non ci stai capendo niente.
Una volta un tizio che mi voleva bene mi ha detto:”don’t put your life in the hands of rock & roll band“.
E non vengo qui a caricarti di chissà quale responsabilità. Vederti arrabattare
come uno stagista, mi mette tristezza. E tu non sei più divertente. Questo è il vero
punto. Questo, è un problema, tanto mio, quanto tuo.”

Morgan è un borghese. Scritto senza il minimo disprezzo. E’ una valutazione quasi
entomologica. Lo è nel chiedere scusa, preoccupato per il futuro, nella sua manifestazione più degradante. Lo è in modo splendido, nella cultura che infonde nelle sue creazioni.
Lo è a livello intimo, nella cangiante parata di versioni di sè che offre, da giovane rockstar a maturo compositore. Lo è nella parata di vesti e vestiti che ha messo su negli anni. Nella stupefatta, e stupefacente, varietà di luoghi non-comuni che ha sintetizzato attraverso un haircut o una giacca. Forse Morgan ha divertito, da Asia alla Del Turco, più di quanto si sia divertito, non è dato saperlo. Ha scritto dischi con la band assolutamente solidi, ha scritto album, un album soprattutto, da solista, che è la quintessenza del going solo.

Ha ricordato John Lennon, con il suo Appartamento, e lo ha ricordato anche nelle sue espressioni più incerte, con l’album successivo, di cui non ricordiamo il nome. Così fragile e fiacco, da far inquietare la major.

“Ehi major posso fare un album che non riesce a dire molto, con delle non-canzoni… sono Morgan!”
“Ti sei bevuto il cervello, ragazzo.”
“Ma io sono Morgan!”
“Ma quelli sono i miei soldi!”

L’altro polo dei Bluvertigo era Andy Fumagalli. The Quiet One, verrebbe da dire, tanto per ingabbiarlo in una definizione trita. Andy che suona le canzoni composte, con l’aria di chi ci ha messo del suo. Andy che non cambia stile da anni. Che mantiene da tempo immemore la stessa pettinatura, la stessa allure, le stesse giacche. E questa sua immutabile non-maschera, lo rende un milione di volte – usando categorie che trovo francamente odiose – più vero della sua controparte.

Una immutabilità che sa di vita, più che di arrogante, pervicace, coerenza.
Semplicemente, gli piacciono i capelli ossigenati e le giacche azzurrissime. Non è ossessionato, almeno non sembra, dallo scoprire un’altra possibile interpretazione di sè.
Alla tastiera, naturalmente alla console, gradevolmente, prevedibilmente, in modo discreto e divertente artista, con i suoi pupazzi colorati e pop. La forma e la sostanza coincidono. Poi c’è l’aurea. Quelle sculture, quei cuscinoni warholiani, e l’etichetta di “artista”, per una questione di sfumature invisibili, potevano risultare insopportabilmente pretestuose.

E’ la normalità di Andy, a renderle simpatiche. Impossibili da disprezzare, perchè impossibili da sopravvalutare. E’ la banalità del bene. E’ un taglio scalato di cui si intuisce la fattura e che non sembra una parrucca perfetta. E’ una ruga d’espressione al bordo del rossetto. E’ guardare un giovane uomo, che ha fatto una grande rockband, naked, sulle pagine di Rolling Stone Italia. Non imbarazzato dalla sua stessa nudità, vagamente sorpreso, razionalmente quieto per la anormalità – a prescindere dalla cornice – di starsene con il cazzo di fuori.

Raramente si è visto qualcosa di più spontaneo nella sua costruzione. E’ la sensazione di una ammissione preliminare al fondare una band come i Bluvertigo, di fare opere d’arte, di fare il dj, di posare nudo:

non è normale, ma non è neanche una cosa forzatamente eccezionale.

Sono le situazioni, è la vita, e la somma di entrambi sottointesa pudicamente. E’ l’allure delle persone speciali in storie che diventano assolutamente straordinarie se uno fa le cose giuste, le fa bene, e magari divide la strada con quello che qualcuno definirebbe, pesantemente, istrionico, Morgan.

Morgan & Andy adesso girerebbero in Bentley e l’ambiente avrebbe fomentato manifestazioni ancor più accentuate della loro persona. Andy raccoglie sguardi incuriositi e affettuosi, pieni di rispetto. Morgan viene osteggiato da ogni parte. I tipi come il primo vengono continuamente sottovalutati, quelli come il secondo sono in grado di irritare e rendersi invisi praticamente a chiunque. E’ una decina di anni che latita la loro musica. E’ un bene: Strade peculiari e discrete, o bruciarsi, essere travolti. Bolliti, mai.

Fonte

 

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