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Panorama, 3 Febbraio 2010



Il prossimo disco di Marco Castoldi, in arte Morgan, si aprirà con una cover di Nessuno mi può giudicare di Caterina Caselli.
Non è vero, ma sicuramente all’artista sarà venuto in mente il verso “La verità ti fa male, lo so..” quando ha saputo della sua esclusione dal Festival di Sanremo per un’intervista pubblicata sul numero in uscita del mensile Max in cui ammette di fare uso abituale di cocaina “come antidepressivo”.

E non gli è valsa molto la repentina retromarcia in cui afferma: “L’intervista mi è stata sostanzialmente carpita, io penso esattamente il contrario: la droga fa male, la considero pericolosa e inutile. Mi hanno teso una trappola“. Fosse così (ma dal direttore Andrea Rossi è giunta la conferma di tutto: “Il servizio, in lavorazione da tempo, è stato pienamente concordato”), c’è cascato appieno.
E, dopo i panni del rocker maledetto e dell’artista geniale, ora Morgan è costretto a indossare quelli della vittima: bersaglio del coro di sdegno, un po’ ipocrita, montante dalla politica e del politically correct che impera al Festival di Sanremo in quanto massima espressione di Mamma Rai (o almeno è così che la pensano i numerosi fans dello showman, che su Facebook stanno lanciando una campagna di protesta e di boicottaggio del Festival).

Ma la sua vicenda non è certo un “unicum” nel panorama italiano. Vizi privati e pubbliche virtù si accompagnano da sempre e chi si sbottona un po’ troppo davanti a taccuini o registratori spesso poi si trova costretto a imbarazzate smentite.
Certo, in un paese cattolico e facile all’oblio spesso la si scampa: basta lasciare che le acque si calmino. Ma non sempre: i casi di personaggi pubblici costretti al pubblico pentimento, multati o ostracizzati per parole un po’ troppo in libertà sono parecchi.

Guardando al recente passato, ad esempio, il caso del vescovo lefebvriano Richard Williamson è esemplare: con le sue frasi negazioniste a una tv svedese imbarazzò parecchio la Santa Sede e fu alla fine espulso dall’Argentina (dove risiedeva) e dalla congregazione (la Fraternità di San Pio X).
Meno sconquassi costò a un’altra assente eccellente del prossimo Sanremo, Carla Bruni in Sarkozy, la battuta in tv da David Letterman “Sono solo francese”. Se la cavò con un’intervista riparatrice da Fabio Fazio in cui sfoggiava tutto il suo amore per l’Italia e la doppia nazionalità.

Anche in politica la troppa disinvoltura davanti a telecamere o microfoni può giocare brutti scherzi: chiedere al leghista Stefano Stefani, sottosegretario con delega al Turismo, costretto a dimettersi dopo aver creato un caso diplomatico per le sue parole sui tedeschi (”Biondi stereotipati dall’orgoglio ipernazionalista” che “invadono rumorosamente le nostre spiagge”) riportate sulla Padania.

Andò meglio a Francesco Caruso, leader dei “Disobbedienti” napoletani, eletto nella precedente legislatura che fu costretto a roboanti marce indietro e ad autosospendersi dal partito (ma non da onorevole) dopo aver imbarazzato il suo partito (Rifondazione) con frasi come queste: “Ho seminato marijuana nelle fioriere della Camera” o “Tiziano Treu (suo compagno di maggioranza, ndr) e Marco Biagi sono assassini“.
E proprio una frase infelice sul giuslavorista ucciso dalle Br rubata da due giornalisti costò il posto di ministro a Claudio Scajola, nel 2002.

Altro caso diplomatico nato da dichiarazioni poco diplomatiche è quello recente di Guido Bertolaso ad Haiti, con le critiche alla gestione degli aiuti umanitari. Ma in questo caso, dopo le scuse della Farnesina a un’indispettita Hillary Clinton, il capo della protezione civile non ne ha risentito. Anzi, (per il “miracolo” compiuto all’Aquila) è stato promosso a ministro da Berlusconi.
Anche Massimo D’Alema ha dovuto fare fronte a proteste furibonde da buona parte del suo stesso partito e dei giornali affini come Repubblica per il suo recente “elogio dell’inciucio” a mezzo stampa. E di certo quell’uscita non ha contribuito a spingere il suo candidato Boccia alle primarie pugliesi contro Nichi Vendola.

Politica a parte, lo sport è un altro ambito in cui chi esce dal coro è visto come un marziano e rischia di farsi parecchi nemici. Lo sa bene Zdenek Zeman: una sua intervista all’Espresso in cui sollevava dubbi sulle esplosioni muscolari di Gianluca Vialli e Alex Del Piero gli costò l’ostracismo di gran parte dell’ambiente calcistico e ovviamente di tutti i tifosi juventini.
Eugenio Fascetti, da allenatore del Bari, si lasciò andare nel dopopartita di un Bari-Inter e ai giornalisti commentò così la rissa tra un suo giocatore e il senegalese Diawara: “Diawara ha sputato a Garzya. Meglio che stiano a casa loro, anche perché lo sputo può essere infetto“. Bufera immediata, accuse di razzismo e scuse imbarazzate.

A un passo dal ritiro obbligato per dichiarazioni sopra le righe anche Bernie Ecclestone, patron della Formula1: sfoggiò tutto il suo cinismo in un’intervista al quotidiano Folha de Sao paulo in cui definiva la morte di Ayrton Senna “Un bene per la Formula 1 perché ci ha fatto conoscere in tutto il mondo”. Ovviamente smentì le frasi ma il giornalista era in possesso della registrazione e alcuni deputati del Brasile chiesero di dichiararlo “Persona non grata”.

Chi non si è scusato per niente e ha pagato per la sua maleducazione è Diego Armando Maradona, che dopo la qualificazione della sua Argentina ai mondiali ha apostrofato i giornalisti con un elegantissimo “Que la chupen. Y que sigan chupando“, che tradotto è un invito a praticare sesso orale su di lui. La volgarità gli è costata due mesi di squalifica dalla Fifa.

E di certo quando tornerà in panchina non sarà accolto da un coro di elogi.

Emanuele Rossi

Fonte

 


Corriere della sera, Febbraio 2010



L'ARTISTA felice e anche un po’ commosso AL TERMINE DELLO SPETTACOLO

Il primo concerto dopo le frasi sulla droga e l'esclusione da Sanremo. fan e contro-fan al Verdi

PISA – Nella notte più lunga, quella del «grande ritardo» e dell’«esame dei fan», Morgan non si smarrisce. Riesce a dribblare cronisti e paparazzi impertinenti, curiosi petulanti e, passando da un’entrata secondaria, evita persino una contestazione dei contro-fan. O meglio una rappresentanza dei fan pisani di Vasco Rossi, che in più di quattromila hanno organizzato un gruppo su Facebook, e ora vogliono testimoniare la loro rabbia composta contro Marco Castoldi (in arte Morgan, appunto) dopo le sue dichiarazioni sulla «violenza che si respira ai concerti di Vasco» e, dicono loro, apprezzamenti sprezzanti anche sul popolo del cantautore di Zocca. I contestatori, per la verità molto urbani, si piazzano davanti alla «porta degli artisti» sul retro del Teatro Verdi, aspettano la fine di Porta a Porta trasmissione tv che per prima ha catturato Morgan dopo l’outing e la cacciata da Sanremo e soprattutto l’arrivo del "nemico". Che vogliono accogliere con un grande striscione tipo stadio, ma dal sapore vagamente pedagogico, con su scritto «Morgan, Vasco e i suoi fan possono educarti».

«SCUSATE, SONO STATO DA VESPA» - Non riusciranno a vedere dal vivo il giudice più amato di X-Factor, i seguaci di Rossi e non sanno neppure che Vasco ha appena inviato al suo «rivale» un messaggio di solidarietà: «Mi sei ancora più simpatico». Rischiano di rimanere a secco anche i fan veri che hanno riempito il Verdi, perché nel primo spettacolo dopo il "crack" di Sanremo, Morgan riesce ad arrivare faticosamente (qualcuno racconta che andava a 220 in autostrada ma forse è una leggenda metropolitana) con un ritardo di due ore e inizia lo spettacolo (bello e originale come sempre) in una nuvola di fumo arrabbiato (dice lui) come mai. «Ho chiesto ai grisù, ai vigili del fuoco del teatro, di fare un’eccezione con le sigarette. Gli ho detto che è una trovata scenica, ma così mi calmo». Mentre lui, grazie a un effetto del computer, fa finta di accordare il pianoforte a coda, dalla platea una ragazza gli grida: «Morgan, sei in anticipo». E lui, con un vocione rauco, si scusa in inglese. «I’m sorry». E poi dice di essere stato da Vespa e «sapete che lui è un po’ lento».

VELATI ACCENNI - Reinterpretando successi degli Anni Sessanta, racconta la sua impresa con la macchina lanciata in autostrada per raggiungere Pisa dopo la registrazione pomeridiana di Porta a Porta e qualche velato accenno alla sua disavventura. Nel foyer del teatro, prima del concerto, il popolo di Morgan aveva discusso le gesta del "mitico". Valentina: «La droga? È un suo problema personale, lui non ha mai fatto l’apologia del tossico». Francesco: «Assolto? Non c’è neppure il processo». La lunga notte di Pisa finisce con un applauso liberatorio e con un Morgan stanchissimo, felice e anche un po’ commosso. Lo spettacolo può continuare.

Marco Gasperetti

Fonte


Il fatto quotidiano, 3 Febbraio 2010


 
di Benedetta Mazzini

Qual è la scoperta? Dov’è la verità rivelata? Qual è la sorpresa
per la quale saremmo tenuti a schierarci, a scandalizzarci o
a solidarizzare? Il segreto di Pulcinella ha fatto le sue vittime. E qui
vittime lo sono tutti. A partire da chi istituzionalmente “è tenuto”
a commentare, stigmatizzare, a chi, dopo aver passato una vita
senza nascondere niente di sé, si trova bollato come “m o s t ro ” alla
più noiosa e sfiorita kermesse del Belpaese. Kermesse alla quale ha
partecipato e parteciperà il fior fiore, di loto, dei rappresentanti
del “sesso, droga e rock and roll” del mondo. Ah, ma certo, se sono
gruppi o solisti stranieri a parlare apertamente dei propri vizi e
schiavitù, nessuno dice nulla. Ma, all’ombra del Cupolone, ci
sentiamo alle corde se non alziamo il ditino di minaccioso
rimprovero verso un nostro compatriota. Posto che ognuno è libero
di assassinarsi come vuole, l’errore di Morgan, al quale voglio bene,
è aver detto, sempre se l’ha detto, che le potenti medicine che gli
prescrivevano lo facevano stare male: “… avercene invece di
antidepressivi come la cocaina. Fa bene…”. Credo che tutto il
casino, sproporzionato ma giustificato, sia nato soprattutto da
quello. Adesso spero, comunque, che questa sarabanda mediatica
abbia fine e che il mio amico Morgan stia bene. Ma non per andare
a Sanremo.

Benedetta Mazzini 

Fonte non più disponibile

 


Vanity Fair, Febbraio 2010




L’errore di sbattere i demoni in prima pagina. E l’affetto di una fan

Se uno non fosse autolesionista, si drogherebbe? Se uno non fosse autolesionista, racconterebbe i suoi problemi di droga a un giornalista, o a Porta a Porta?
Tutti a stupirsi dell’incoerenza di Morgan, che ama i poeti maledetti ma non disdegna la televisione generalista. In effetti, la dicotomia è straziante. È un ossimoro: non si può essere trasgressivi e integrati al tempo stesso. Ma se uno non avesse dei problemi, se non fosse incoerente, non si drogherebbe nemmeno, non si metterebbe nei guai.
Io a Morgan voglio bene. Non lo so perché. È un affetto istintivo. Le quattro volte che l’ho incontrato, ho sentito di avere a che fare con una persona generosa, intelligente e sensibile. Ma, soprattutto, sono una sua fan: il suo primo album, Canzoni dell’appartamento, è un piccolo capolavoro.
Recita Altrove, una delle canzoni più belle: «C’era una volta un ragazzo / chiamato pazzo / e diceva sto meglio in un pozzo / che su un piedistallo».
Non so da quanto tempo Morgan abbia problemi di droga, ma non credo che il successo popolare, le prime serate, gli possano fare bene. Per quel che ho capito, uno come lui ha bisogno soprattutto di creare, di dirottare la depressione, l’infelicità, il disagio, in qualcosa di creativo e di profondamente autentico e suo, come difficilmente può essere un ruolo in un programma di prima serata, con tutti i compromessi che richiede un ruolo del genere.
Non starò a dire delle responsabilità di chi fa comunicazione, ne è stato già scritto abbondantemente e ne ha parlato con equilibrio Aldo Grasso: se uno parla a tutti, deve fare molta attenzione a quello che dice e ai messaggi che manda. I conti con i propri demoni si fanno in privato, o in un libro, in una canzone, in un’opera d’autore. Fare i conti con i demoni è difficile: a volte è sufficiente il tempo dell’adolescenza, a volte non basta una vita. Molti artisti creano proprio grazie a quei demoni, perché il dolore tocca tutti, e, chi ci ha più familiarità, meglio lo sa comunicare, se è una persona dotata di creatività e talento. Ma la Tv, soprattutto la televisione d’intrattenimento, non è adatta a esprimere il dolore, né la complessità.
«Ho deciso / di perdermi nel mondo / anche se sprofondo», scriveva Morgan nel 2003. Basta ascoltare Canzoni dell’appartamento per intuire chi è Marco Castoldi (il suo vero nome), comprendere la sua inquietudine, capire i suoi disagi che sono i disagi di tanti. Il padre di Morgan si è ucciso quando lui era ragazzo. Morgan l’ha salvato la musica, perché è un musicista davvero bravo e dotato, oltre che una persona colta e buona a cui forse manca qualcosa (chissà che cos’è, un enzima, l’amore, nessuno in fondo sa quale sia la causa della depressione e dell’infelicità, ce ne sono tante) per stare in piedi nel mondo, per tenere la barra. Ed è terribile avere bisogno di un gancio da macellaio, per potersi sorreggere.

Daria Bignardi 

Fonte

 

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