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Il scolo XIX, 22 Febbraio 2010



«Morgan è una delle poche persone che meritano di mettere le mani sulla chitarra preferita di Luigi». A parlare sono Graziella e Patrizia Tenco, cognata e nipote del compositore morto a Sanremo durante un festival, in circostanze spesso associate al mistero. Era il 1967. Luigi Tenco aveva quasi 29 anni.

«Ed era un ragazzo del suo tempo – dice Patrizia - oltre che un artista. Era appassionato di tecnologia, sempre alla ricerca di uno strumento all’avanguardia con cui esprimere al meglio la propria sensibilità».

In questi giorni la chitarra di Tenco è stata restaurata nel cuore del centro storico, grazie all’interessamento di Claudio Guidetti, uno di quei musicisti genovesi che “ce l’hanno fatta”: da tempo è l’autore di Eros Ramazzotti.

 

Per farla rimettere a posto l’ha affidata a Carlo Pierini, il liutaio rock dei caruggi (ne parliamo qui a fianco). La famiglia Tenco ha voluto incontrare il restauratore. Nella bottega, mentre l’artigiano lavora di fino, la chitarra aiuta a ricordare un artista all’avanguardia: «Luigi era un ragazzo che sperimentava nella musica, con il cinema e l’elettricità. Si dilettava con gli ultimi modelli di cineprese e macchine fotografiche» dice Patrizia «poi incideva musica nel suo “home studio” con i primi registratori multitraccia e progettava impianti che sapeva far funzionare solo lui.

È stato davvero un musicista moderno, nella sua massima espressione possibile, persino nel look. Guardando le sue fotografie si ha l’impressione che siano state scattate oggi». Graziella ricorda: «aveva carisma e sapeva usare le parole giuste. Una volta mi ha convinto a cambiare casa, da Genova a Recco, nel tempo di un caffè». Tante le emozioni legate a quel periodo. «Mi ricordo il sorriso» prosegue Graziella «il suo vivere da artista, il rapporto che si era creato tra noi, al punto da incaricarmi della gestione del suo archivio. Spesso è ricordato per le canzoni dolci, struggenti. Ma ha scritto anche testi impegnati e ironici».

«Sono proprio le canzoni poco note le più attuali» spiega Patrizia «le stesse che sta facendo riscoprire Morgan (l’ex leader dei Bluvertigo, nell’occhio del ciclone dopo un’intervista sulla droga). Voglio ringraziarlo per aver portato la musica di Luigi nella trasmissione X Factor, dove ha fatto interpretare a un concorrente “Giornali femminili”. E nei suoi concerti trova spazio “Il mio regno”. Quando l’ho ascoltata, ho provato un’emozione, perché ho sentito Luigi rivivere. Morgan è un personaggio unico, non copia artisti venuti prima di lui. Penso che li porti avanti». Marco “Morgan” Castoldi sarà in concerto il 7 marzo al Teatro comunale di Alessandria. «Ci piacerebbe incontrarlo» conclude Patrizia «per esprimergli la nostra gratitudine, magari invitandolo a suonare la chitarra di Luigi, ora che è tornata a splendere».

 

LA BOTTEGA DEL LIUTAIO PIERINI

La chitarra preferita da Luigi Tenco è stata restaurata in vico del Ferro, nelle stanze di un antico palazzo appartenuto ai Doria, dove dal 2000 ha sede Guitarland, il negozio-laboratorio del liutaio Carlo Pierini e del socio Marcello Rizzi. Lo strumento è stato creato nel 1961 dal maestro Carlo Raspagni che, con questa chitarra, si aggiudicò un premio dell’Associazione nazionale dei liutai artistici, dando poi vita a una collaborazione con i cantautori dell’epoca, lunga quarant’anni.


Tenco la acquistò qualche tempo dopo, e non se ne separò più. Pierini, 39 anni, ora guarda la tavola armonica d’abete e si emoziona: ha davanti un pezzo di storia della musica italiana. Il primo strumento l’ha costruito quando aveva 17 anni. Dopo una lunga gavetta oggi ha la soddisfazione di collaborare con Claudio Guidetti, autore di Eros Ramazzotti e promotore di questo restauro, e con Massimo Varini, che ha portato il suono delle chitarre intagliate nei vicoli sui dischi di Mina, Vasco Rossi, Nek e Laura Pausini.

«Ci sono due persone molto importanti da dover rispettare, prima di avvicinarsi a questo intervento conservativo: Tenco e Raspagni. Il lavoro d’autore trasmesso nella chitarra» dice Pierini «si vede e si tocca ancora oggi, ma il tempo non è clemente con gli strumenti». Il restauro non è stato invasivo, e ha conservato ogni millimetro dello strumento originale. «La tastiera d’ebano ha il segno delle dita del proprietario» prosegue «la tavola ha graffi impressi nel legno. Fanno parte della sua vita. E così resteranno».

«È la chitarra che Luigi ha usato di più» spiega Patrizia Tenco «la portava sempre con sé, è riprodotta sulla locandina del film “La cuccagna” e in molte altre fotografie. Per noi ha un valore affettivo inestimabile. Negli ultimi anni è stata esposta all’interno di tre mostre dedicate al maestro Raspagni. Vittorio De Scalzi l’ha poi suonata in occasione di una Notte Bianca genovese. Ora Claudio Guidetti, col suo amore per la musica, ci ha convinte a farla restaurare, insieme con altre due chitarre appartenute a Luigi».

Pierini stende la lacca con perizia, accarezza la cassa armonica e sorride: «Per me nella vita non c’è nulla di meglio di costruire o restaurare chitarre, e questa è un’occasione d’orgoglio . Avere fra le mani questo piccolo gioiello mi rende felice e mi fa ricordare che il violino di Paganini, o la chitarra di De Andrè sono stati restaurati a Genova. Non riescono a portarci via questi tesori, perché il nostro artigianato è considerato tra i migliori».

Fonte

 


Maurizio non ha niente da dire, 17 Febbraio 2010



February 17, 2010 – 1:51 pm


La prima volta che ho visto Andy è stato al Grunf. Lo studio Grunf (il nome dice tutto a chi ricorderà Alan Ford) era lo studio di registrazione del mio amico Alberto. Non che fosse proprio Abbey Road ma ci si lavorava bene se si accettava il fatto che l’ossigeno fosse la risorsa più scarsa fra quelle disponibili.

Era il 1993 (più o meno) e in quel sottoscala Alberto stava registrando il primo disco dei Bluvertigo. Il disco era teoricamente prodotto da Mauro Paoluzzi, Alberto era un suo stretto collaboratore all’epoca e il programma prevedeva le registrazioni al Grunf e i missaggi nel vicino studio di Paoluzzi. Dico teoricamente perché già allora Marco (Morgan), Andrea (Andy) e l’altro Marco (Pancaldi, il chitarrista originario, prima di Livio) erano perfettamente in grado di autoprodursi e di gestire al meglio il lavoro in studio senza direzioni artistiche esterne. Così in grado che quando ho ascoltai per la prima volta il materiale ancora non mixato decisi subito che non avrei potuto permettere che i missaggi li facesse qualcun altro. I Bluvertigo erano la cosa più simile ai Depeche Mode che mi potesse capitare tra le mani in Italia e quel disco lo dovevo missare io, punto e basta.

Con Mauro Paoluzzi un po’ ci avevo già avuto a che fare ma mai credo mi avrebbe affidato i mix, era anche per lui un progetto troppo importante da lasciare in mani altrui e poi io avevo un problema: costavo troppo e per lavorare volevo il mio mixer Solid State, quello del Metropolis. Quindi mio costo più costo dello studio, che sarebbero andati ad aggiungersi al già esaurito budget per un primo album di un gruppo esordiente.
Per risolvere la questione fu necessario un piccolo colpo di mano. Era indispensabile dimostrare a Paoluzzi che i pezzi missati da me sarebbero stati molto ma molto meglio. Come fare? In combutta con Alberto preparammo una copia dei nastri e in una calda giornata estiva mi chiusi al Metropolis per mixare un pezzo a scopo dimostrativo. La scelta cadde su “I Still Love You”. Motivo? Era innanzitutto completo, con la voce definitiva (molte canzoni erano a quel punto ancora da terminare, Marco ancora oggi finisce le canzoni quando praticamente il disco è già stampato…) e, soprattutto, mi piaceva moltissimo.

Fu un successo, il risultato al di sopra delle aspettative di tutti e così il disco lo finimmo al Metropolis, riregistrando anche da capo “Complicità” che era la versione italiana di “Here Is The House” dei Depeche Mode. Fu in quell’occasione che conobbi anche Sergio, il batterista, bravissimo a risuonare il pezzo da capo sulla traccia di una batteria elettronica già programmata. Al pezzo aggiungemmo poi anche una bella introduzione suonata solo da Marco al pianoforte, improvvisata al volo contandogli in cuffia i secondi che mancavano all’inizio della base. Dovete sempre pensare che all’epoca non c’erano i ProTools a rimettere a tempo le cose e la batteria non si dovrebbe suonare dopo, ma prima degli altri strumenti…

Tutto questo lungo preambolo per raccontare com’è iniziata la mia relazione con i Bluvertigo. Poi sono successe un sacco di cose e la maggior parte di queste ha coinvolto più Marco, per i più vari motivi. Di Andy ho sempre seguito le vicende, ma spesso solo da lontano; ci siamo incontrati ogni tanto e ci si domandava ogni volta se per caso ci fosse ancora uno spiraglio per i Bluvertigo. E lo spiraglio parve esserci un paio d’anni fa, con l’occasione di un disco dal vivo acustico da registrare durante una puntata di Storytellers.
Era poco più di uno spiraglio, s’era capito quando il classico nuovo singolo registrato in studio che ormai d’abitudine accompagna i dischi dal vivo come traino per la radio non si materializzò: Marco non finì il testo, credo, o qualcos’altro del genere. Ma poco importa, la sostanza fu che la reunion rimase cosa effimera. Ciò non toglie nulla al fatto che rivedere il gruppo insieme la sera della registrazione della puntata e del disco fu emozionante, erano in grande forma e in qualche modo si chiuse un cerchio: avevo mixato le canzoni del primo disco e scattato la foto di copertina dell’ultimo.

Infatti la foto di quella sera divenne la copertina del cd e ha una sua storia bizzarra. Gli studi di MTV non avevano degli spazi adeguati e l’unico set possibile era un corridoio stretto dove erano stipate tutte le custodie delle chitarre e degli amplificatori durante il concerto. Un posto disordinato e angusto, ma ideale per ambientare una foto di un disco dal vivo. Solo che appena finito lo spettacolo i roadie cominciarono a portar via tutto, totalmente incuranti delle nostre necessità prima e delle nostre implorazioni poi. Nel giro di cinque minuti sparì tutto e del set non rimase più nulla (tranne l’eco delle mie inutili imprecazioni). Ci salvo l’intervento di Andy e del manager del gruppo, Stefano Senardi.
Senza Andy e Stefano che pazientemente convinsero gli energumeni promettendogli in cambio cose che non so nemmeno immaginare, la foto sarebbe stata impossibile. A quel punto riportarono indietro il materiale (furenti, e dio solo sa quanto pericoloso sia un roadie con la luna storta e in animo di vendetta) e attesero quei cinque minuti in più (davvero, poi alla fine ci concessero solo cinque minuti!) per ricominciare con lo sgombero selvaggio.

Insomma, anche questo per dire che Andy è stata sempre l’anima equilibrata del gruppo, il perno senza il quale era difficile procedere concretamente. Senza Andy anche la voce di Marco non sarebbe la stessa. È infatti poco noto, anche se i più attenti se ne saranno certo accorti, che tutte le canzoni dei Bluvertigo sono cantate a due voci, e la seconda voce è sempre stata quella di Andy.
Andy è stato i Bluvertigo almeno tanto quanto lo è stato Marco e se io fossi stato uno di loro, sarei stato Andy.

Fonte

 


Il Messaggero, 5 Febbraio 2010



Giallo su partecipazione di Paolo Rossi
Vertice Rai definisce irrevocabile la decisione. Fossati: non è un cattivo maestro. I fan di Vasco Rossi: ora ti educhiamo noi

ROMA (5 febbraio) - «Morgan è un artista raro e prezioso, la sua riammissione al Festival di Sanremo porterebbe migliori risultati che non il suo allontanamento». Ivano Fossati difende il cantautore escluso dalla gara dopo le dichiarazioni a Max sull'uso della droga che hanno fatto scandalo. Ieri a Porta a Porta il cantautore ha ammesso le sue colpe, si è scusato e ha detto che, a questo punto, non gli interessa più parteciapre al Festival. Il vertice Rai definisce irrevocabile la decisione. Resta irrisolto il problema di chi lo sostituirà.

La difesa di Fossati. «Conosco Morgan da abbastanza tempo per poter dire che non si tratta soltanto di un musicista bravo quanto altri possono esserlo, ma di un artista raro e prezioso - ha detto - inciampato certamente in alcune dichiarazioni inopportune e infelici. Se chi ne parla e lo giudica avesse una più precisa idea della sua portata musicale e artistica, lo guarderebbe con altri occhi e comprenderebbe forse meglio i suoi sbandamenti e il suo essere indifeso». Fossati racconta di aver visto Morgan «suonare e poi spiegare frammenti della musica di Rachmaninov a migliaia di ragazzi a bocca aperta durante un suo concerto estivo e mi domando se questo può essere un cattivo maestro».

I fan di Vasco Rossi: possiamo educarti. Una decina di fan di Vasco Rossi, posizionati fuori dal Teatro Verdi di Pisa dove ieri sera era in programma un concerto di Morgan, ha accolto il cantante con uno striscione che riportava la scritta: «Morgan: Vasco ed i suoi fan possono educarti». «Visto che Morgan - ha spiegato uno degli autori del blitz - disse una volta che Vasco doveva educare i suoi fan, ora glielo diciamo noi». Morgan non ha visto lo striscione, perché è entrato in teatro da un ingresso secondario. Al concerto hanno assistito 700 spettatori.

Ed è giallo sulla partecipazione di Paolo Rossi. chiamato a salire sul palco dell'Ariston come ospite (secondo indiscrezioni la trattativa era in dirittura d'arrivo), la sua partecipazione viene però smentita dalla direzione di Raiuno e dalla direzione artistica. Anche se ufficialmente l'ipotesi sarebbe stata accantonata per una scelta artistica (per la presenza di numerosi ospiti nazionali e internazionali), in realtà secondo indiscrezioni si tratterebbe di una questione di opportunità politica, legata anche alla par condicio. Rossi non avrebbe proposto Mistero Buffo, ma comunque un monologo dai contenuti un po' spinosi. Nulla di particolare, sembra, ma dopo il caso Morgan in Rai il timore di altre polemiche pare essere salito alle stelle.

Fonte

 


Blog di Rodolfo Casadei, 5 Febbraio 2010



 
Il caso Morgan, musicista e giudice di X-factor protagonista di una devastante intervista al mensile Max dove la cocaina viene descritta come un farmaco antidepressivo, è approdato ieri sera a Porta a Porta con intenti catartici. Occorreva annullare l'effetto "cattivo maestro" dell'intervista con un'uscita pubblica nel corso della quale il cantante avrebbe chiesto scusa, condannato pubblicamente l'assunzione di droga, e gli altri partecipanti lo avrebbero aiutato a intraprendere il cammino della redenzione. Così è, in parte, stato. Anche se quella che avrebbe dovuto essere la giusta conclusione della serata -Morgan che dichiara di sua spontanea volontà, non per imposizione esterna, che non parteciperà a Sanremo- non si è veramente materializzata. Sull'argomento è stato tutto un andirivieni, con Morgan che prima dice "Non mi importa più nulla di partecipare a Sanremo" e poi sbotta "Ma perché non posso cantare a Sanremo? Io sono un artista e ho ammesso lo sbaglio".

Credo che tutti capiscano che la cosa giusta sarebbe stato un passo indietro di Morgan non solo rispetto a Sanremo, ma anche rispetto a tutte le trasmissioni televisive che ora invocheranno la sua presenza. Perché tutte queste apparizioni in pubblico contribuiranno a moltiplicare l'appeal della droga, e perché sarebbe sbagliato trasformare Morgan sia in un testimonial dell'antidroga che in un'icona della droga. L'uomo ha bisogno di essere comunque meno personaggio, se veramente vuole salvarsi come uomo.

E qui veniamo al punto dolente della trasmissione di ieri sera, di quelle che verranno e di tutta l'industria dello spettacolo, soprattutto televisivo. Bisogna guardare in faccia la realtà: c'è un link molto forte fra droga (e altre dipendenze) e spettacolo, non riducibile al mondo dellla musica pop e rock ma esteso a gran parte della tivù e a gran parte del cinema. E il motivo è chiaro. La droga è il sostitutivo di esperienze umane mancanti. Quando i rapporti umani diventano superficiali, quando la vita diventa consumo fra le quinte spettrali di centri commerciali e quartieri dormitorio delle città, la droga diventa il sostituto di sentimenti, emozioni, commozioni. Attori, musicisti, politici apparentemente vivono una vita non così povera e banale. Ma in realtà anche in loro c'è un'allarmante povertà di esperienza umana: la loro persona si identifica col ruolo, con la parte che recitano. C'è sovrapposizione fra il personaggio e la persona col prevalere del primo sul secondo. Ma un personaggio non vive veramente rapporti, tutto quello che gli accade gli è esterno, non implica veramente la sua persona. Di qui un'aridità affettiva dalla quale si cerca di liberarsi con la droga.

L'inghippo dunque è il seguente: la tivù non può, anche con le più edificanti motivazioni, contribuire a risolvere il problema di un Morgan che assume stupefacenti, perché è proprio la tivù nella sua essenza ad essere un fattore del disagio che sfocia nell'assunzione di stupefacenti. La tivù crea e propone personaggi, ma è proprio l'essere un personaggio che facilita la discesa nell'inferno della droga. Per liberarsi, Morgan ha bisogno di essere meno personaggio. Quindi deve apparire meno in tivù, e non di più, nemmeno "a fin di bene". Mille trasmissioni tivù contro la droga non servono a nulla come prevenzione o repressione del fenomeno, anzi: fanno pubblicità alla droga, oggetto proibito che invita alla trasgressione. Serve di più andare a giocare insieme una partita di pallone, raccontarsi storie di fidanzate, parlare con tuo figlio di una cosa che lo ha spaventato, zappare l'orto, aggiustare una porta che non si chiude, ecc. Mi spiego?

Fonte non più disponibile

 


La Stampa, 3 Febbraio 2010



Decisa questa mattina l'espulsione

SANREMO
«La droga apre i sensi a chi li ha già sviluppati e li chiude agli altri. Io non uso la cocaina per lo sballo, a me lo sballo non interessa. La uso come antidepressivo. Gli psichiatri mi hanno sempre dato medicine potenti, che mi facevano star male. Avercene invece di antidepressivi come la cocaina. Fa bene, e Freud la prescriveva. Io la fumo in basi (la modalità di assunzione nota come crack, ndr) perché non ho voglia di tirar su l''intonaco dalle narici. Me ne faccio di meno, ma almeno è pura». Lasciano pochi dubbi le parole al periodico «Max» di Morgan. Uno che doveva cantare a Sanremo, e ora è quasi certo che non ci andrà.

Ma alla fine di una giornata convulsa, costellata delle più implacabili dichiarazioni (Mazzi, direttore artistico di Sanremo: «Di fronte a quanto ha dichiarato Morgan resto senza parole»; Gasparri: «le sue parole spero inducano i responsabili della Rai e del Festival di Sanremo a invitarlo a trattenersi a casa per meditare in quale luogo curare il suo stato di tossicodipendente») arriva nell''inconfondibile linguaggio dell''artista neoromantico, giurato di X-Factor e già iscritto alla gara del Sanremone, una smentita alle agenzie: «Sono sconcertato, amareggiato, anzi profondamente addolorato per le frasi che mi sono state attribuite... l''intervista mi è stata sostanzialmente carpita, io penso invece che la droga fa male, la considero pericolosa e inutile, mi riferivo all''uso che ne facevo in passato come terapia verso la depressione».


Si pensa subito alla fine del suo rapporto con Asia Argento così difficile e lunga da digerire. Poi la mente va a X-Factor, a quel ragazzo con i capelli bianchi, così dotto, intelligente e sempre un po'' su di giri, mentre dispensa analisi e consigli e scatena polemiche sotto l''occhio spesso stupefatto dei compagni di gioco. Morgan così apertamente scoperto, fragile, vittima di se stesso, delle proprie passioni, senza controllo. E arriva puntuale la smentita del direttore di Max, Andrea Rossi: «Sono altrettanto sconcertato e amareggiato dalle parole di Morgan, l''intervista non è stata per nulla carpita e tanto meno gli è stata tesa una trappola».

Hanno due ore di registrazione, a Max. Les jeux sont fait. Lui ha telefonato piangente al team di Sanremo: «Aiutatemi». I grandi capi sono ormai tutti in Riviera. C''è tenerezza nei suoi confronti, Morgan è fin troppo e scopertamente solo, un uomo che lotta contro i propri fantasmi, un bel cervello che non ce la fa. Fra tv e musica, ma anche fra ragionieri e commesse, la coca scorre a fiumi: lui però ha ammesso le sue colpe. Ora, paghi.

Addio Sanremo, e subito dopo addio X-Factor. Che ne sarà, di Morgan improvvisamente così solo? Poi, anche l''aspetto spettacolare, quell''inconfondibile fattore X che ne avrebbe fatto uno dei protagonisti del Festival con una sfida artistica molto forte, ha la sua importanza, via: «Per noi è un danno enorme», sussurrano ai piani alti, in zona Rai. Ma poi dicono anche: «E'' indifendibile. Lo stanno attaccando tutti».

Già, ci vorrebbe un gesto forte, evangelico. Un prete, un filosofo, un Padre della Patria. Qualcuno che dica: diamogli una chance, mandiamolo in clinica e facciamolo uscire solo il 16 per la gara, già mezzo rimesso a nuovo. Ma nessuno, finora, lo ha fatto. Voleva anche andare a sfogarsi da Chiambretti, ieri notte Morgan, qualcuno gli ha pietosamente raccomandato di lasciar perdere.

Unica chance: Il rinvio della decisione a stamattina, quando Mazza e Mazzi, il direttore di Raiuno e il direttore artistico del Festival, si sono incontrati. E hanno detto di no, spezzando un filo esilissimo, nell''Italia che chiude gli occhi spesso, ma non sempre.

Marinella Venegoni 

Fonte

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