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Gazzetta di Mantova, 6 Marzo 2010




Genio e sregolatezza. Il binomio è fin troppo facile se parliamo di Morgan. Nell’occhio del ciclone per le sue recenti dichiarazioni sull’assunzione di droghe, ma comunque artista dall’indiscutibile genialità e dall’inesauribile conoscenza su tutto ciò che è musica. Arriverà a Mantova martedì per esibirsi al Teatro Palabam. Ci ha raccontato la sua musica e il recente scandalo che ha compromesso la sua partecipazione, inizialmente prevista, all’ultimo Festival di Sanremo.

Che suonerà a Mantova?
Non lo so. Mi rompo un po’ le scatole a fare le cose automaticamente. L’automatismo va bene solo se riguarda l’abilità tecnica, ma il repertorio deve essere snodato. Non voglio fare un pezzo solo perché è in scaletta, ci deve essere un motivo in più. Ci sta anche l’errore. Anche la qualità dell’errore è importante per capire un musicista.

In questo periodo è impegnato a registrare il nuovo album; uscirà a breve?
Quando uscirà non lo so e non è un mio problema; penso solo a fare cose belle. Sarà un nuovo genere di musica, almeno per me lo è. Le canzoni sono state coltivate come fiori, senza moduli prefabbricati, ma andando a scardinare i princìpi. E’ musica che ha una sua organicità come un essere vivente. Pubblicare l’album significa un po’ bloccarne la crescita.

Un altro album da solista. L’avventura coi Bluvertigo è da considerarsi chiusa?
Non è chiusa. Vorrei tanto che non fosse chiusa.

Nel precedente cd recuperava alcuni grandi autori della musica italiana. Anche stavolta usa la storia per fare innovazione?
Nell’ultimo album mi ero ispirato molto a Bindi e Tenco, in questo mi sono appassionato a Piero Ciampi. Le influenze ci sono sempre perché c’è bisogno della conoscenza, come anche della pratica. L’importante è fare cose belle, non è importante che siano nuove.

Cos’è per lei la creatività?
Uno stato d’umore, che bisogna rendere quotidiano per creare un’alternativa alla violenza e ai sentimenti negativi come la rabbia, la vergogna, l’ira. La creatività è la condizione sine qua non per vivere. E’ quello che tutti hanno nel momento in cui stanno bene, hanno una naturale creatività.

Parliamo del polverone suscitato dalla sua ormai celebre intervista. Si è sentito strumentalizzato dalla Rai e, in particolare da Vespa, Mazza e Masi?
No, se mi hanno strumentalizzato è nel senso positivo del termine. Vespa mi ha sorpreso: ovviamente ha portato acqua al suo mulino, ma io mi sono prestato consapevolmente; mi ha trattato bene, con assoluto rispetto. Quello che non capisco è perché mi hanno fatto fare quel passo se poi non mi hanno riabilitato.

Quindi le è spiaciuto non partecipare a Sanremo?
Certo mi è dispiaciuto non suonare la mia canzone. Ma soprattutto voglio continuare a fare musica in tv. Non capisco cosa stia facendo la Rai. Dovrebbero riflettere sul fatto che c’è una competenza da tenere presente e non rinunciarvi per colpa delle mie cazzate, che non c’entrano con la musica. Ho fatto bene alla rete, sia in termini di audience che di qualità e loro lo ammettono. Sbagliano perché non ci sono tante competenze come la mia in giro.

Serena Marchini

Fonte





Il Giorno, 4 febbraio 2010



Il musicista e la cocaina: "Quello che è stato mandato alle agenzie è gravissimo. Sembra che io incoraggi l’uso della droga, ma io penso esattamente il contrario: non fumo crack dalla mattina alla sera, ho solo testimoniato la mia dipendenza in un momento di grave depressione. Ho iniziato a disintossicarmi"

Milano, 4 febbraio 2010 - Cronaca di un’intervista lunga un giorno. Ore 8,30.

Morgan, che cosa hai combinato? Come stai?
"Sono distrutto, non ho chiuso occhio tutta notte. Io non ho detto le cose con quel senso, che la droga è bella ed è meglio che prendere un tranquillante. Per me è disperazione, lotta quotidiana. Il contrario della vita e del bene".

Lo hai ripetututo anche in radio nella trasmissione di Diaco, con il ministro Meloni.
"Si. Sono devastato, preoccupato, amareggiato. Leggo e ascolto di una persona che non mi piace, che non sono io. Mi spiace per mia figlia, per Asia. Per mia madre che sta male, è arrabbiata, ma combattiva (ho preso molto da lei). Vorrebbe che io risolvessi le cose".

A caldo hai parlato di trappola, di intervista sostanzialmente estorta.
"Mi riferivo a come si è svolto l’incontro e come è stato riferito. Non dico di non averle dette quelle cose, ma sono state strumentalizzate, scritte al di fuori del loro contesto. E penso a mia figlia che ha 8 anni e viene coinvolta in questa vicenda molto brutta che riguarda suo padre".

Le hai parlato?
"No. Ho sentito Asia nel pomeriggio (ha chiamato durante la nostra intervista, ndr). Anche lei è spaventata e arrabbiata. Non vuole che io venga strumentalizzato dai media".

La prima cosa che hai pensato?
"Panico. Non riuscivo a ricordare esattamente, a crederci. Quello che è stato mandato alle agenzie è gravissimo. Sembra che io incoraggi l’uso della droga, ma io penso esattamente il contrario: non fumo crack dalla mattina alla sera, ho solo testimoniato la mia dipendenza in un momento di grave depressione. Ho pensato terrorizzato: mi tolgono mia figlia. Non riuscivo a dormire. Invece...".

Forse è meglio cominciare daccapo.
"Invece ho sempre cercato di proteggerla dai miei problemi, lasciandola con la madre. Non sono un irresponsabile, mi sono disintossicato, mi curo. Combatto la mia dipendenza ogni giorno e chi ci è passato sa che cosa voglio dire".

Perché ne hai parlato a un giornalista?
"Ho solo detto senza falsità che in un momento di profonda depressione ho cercato di resistere come meglio ho potuto. Ho fatto passi falsi e usato stupefacenti, non certo per cercare lo sballo. Stavo molto male e pensavo erroneamente di risolvere in questo modo il problema. Ho provato a uscirne in tutti i modi, ero disperato e cercavo di uscire dalla sofferenza. Ma questo mi ha reso ancora più debole".

A quel punto hai iniziato un percorso di disintossicazione?
"Sono stato in Inghilterra, non l’ho mai detto a nessuno (confermo: me l’aveva accennato con discrezione un’amica comune, ndr). Nella Casa della Nuvola ho imparato a mettermi in contatto con me stesso, la mia vera vita. Che è quella di una persona semplice che vuole fare musica e vivere d’arte. Come tu sai".

Che cosa ti ha detto il ministro Meloni?
"È stata molto umana, mi ha ricordato che le mie dichiarazioni possono avere una grande influenza sulla vita di migliaia di persone che rischi di mandare allo sbando. Io ho solo risposto con onestà sulle debolezze del mio passato. Dico: ho toccato il fondo e ho cercato di risolvere i miei problemi anche con l’uso di sostanze tossiche e di farmaci altrettanto negativì. Ho raccontato al giornalista (e anche a me, ndr) che in quel periodo uno psichiatra mi avrebbe prescritto volentieri la cocaina (non poteva) perché ‘faceva quasi meno male’ di alcuni farmaci che lui poteva legalmente prescrivermi. Deve avere frainteso".

Che cosa pensi sulla tua esclusione da Sanremo?
"Ho fatto un errore colossale e questo va oltre il regolamento del festival. Ma vi ridico che il crack è devastante e non ve lo consiglio, non consiglio qualunque cosa tossica, alcol compreso. L’apologia della droga è quanto di più lontano da me".

Il blogger Adinolfi ti ha difeso parlando di ipocrisia generale, perché se si facesse la prova del capello in televisione (in politica) e a Sanremo avremmo un sacco di sorprese.
"Sarebbe facile citare chi ha confessato pubblicamente di avere fatto uso di ogni tipo di droga. Quasi tutti gli artisti del rock e del pop, dai Beatles ai Rolling Stones. Anche visti a Sanremo, come Eminem. Ma non voglio parlare degli altri. Voglio superare questo momento. Voglio dire la verità, che è più forte di tutte le cose: io amo la vita e per questo, per me e per mia figlia, per la musica, continuerò il mio percorso ogni giorno".

Marco Mangiarotti

Fonte



Max, Febbraio 2010



La palazzina è rosa, nascosta in una viuzza residenziale di Monza. Due piani, infissi in ottone, linee tondeggianti e aria borghese-kitsch, quasi fiabesca. Potrebbero uscirci la Barbie e Ken tenendosi per mano e non ci sarebbe nulla di cui stupirsi. Sulfureo e brianzolo, in un grande appartamento al piano terra pieno di oggetti e torpore, di buio e odor di chiuso, ci abita invece Marco Castoldi in arte Morgan. Un avvertimento per la signora delle pulizie è appeso al muro: “libri a terra e giornali in genere non sono cosa strana”. E poi foto di Anna Lou, la figlia avuta da Asia Argento, e l’intero Canto V dell’Inferno, quello dedicato ai viziosi e ai lussuriosi, stampato su una lunga pergamena appesa a una colonna. Morgan è al centro della stanza, pronto a parlare di tutto, anche di cocaina, «che uso tutti i giorni», e del suicidio del padre. Sbattutto su un divano mezzo sfondato e pieno di macchie, suona un piccolo ukulele accompagnando una canzone di Georges Brassens, Morire per un’idea, cantanta dai Gufi. “Morire per un’idea, vabbé, ma di morte lenta, vabbé, ma di morte le-eeen-taaaaa”. Scalzo, con indosso una vestaglia scura appare vigile e intorpidito allo stesso tempo. A un tratto sembra persino sul punto di addormentarsi. Poi mi scavalca con un balzo e afferra una bottiglia da uno scaffale: «Questo è il vino della vendetta!!», annuncia, per raccontare poi che non si tratta di vino bensì di sangue e urina, che dice di aver pisciato per mesi fino a raccoglierle in questa bottiglia appartenuta a un anarchico di Milano. Un po’ Jacques Brel, un po’ Jerry Lewis, un po’ David Bowie e un po’ Rita Levi Montalcini, Morgan vive con un giovane musicista, Fabio Cinti, che dorme nella stanza di Anna Lou. Ospitale e assonnato, mi accoglie con indosso una maglietta col volto di Cesare Pavese: «le serigrafie le faccio realizzare io, mi costano 250 euro l’una. Una collezione battezzata Eroi. Credo che le metterò in vendita». C’è quella di Antonin Artaud, di Dario Argento, di Erik Satie, di Arturo Benedetti Michelangeli, di Baudelaire: «questa la devo regalare a una tipa stasera. In questo periodo ho bisogno di essere amato». Con X Factor alle spalle, il 6 febbraio sale sul palco del Festival di Sanremo con una canzone intitolata La sera. «La vuoi sentire?», chiede. Appoggia l’iPhone su un amplificatore e il brano parte: un intro di carillon e poi campanelli, controfagotti, tromboni, clarinetti bassi. Un pezzo pieno di romanticismo e di streghe.

Sembra un pezzo di Umberto Bindi scritto per un film di Tim Burton.
«Davvero? Grazie». (E attacca a cantare l’inciso: Rimandare il mattino/Che il modo migliore/ consumare le ore/Facendo l’amore...).

Tempo fa avevi parlato di un progetto di “falsi d’autore”, pezzi scritti da te ricalcando lo stile di grandi musicisti del passato. Stai lavorando a questo?
«In parte. Per ora so solo che il disco sarà una cosa strana, un frattale di psichedelia del 1800, una creatura lacustre, come il mostro di Lochness. Si aprirà con un brano strumentale, alla Gershwin, intitolato Desolazione, nel senso etimologico di mancanza di sole».

Una condizione che ti si addice?
«Di giorno non riesco più a vivere. Ormai da tre anni faccio una tirata unica, da mezzanotte a mezzogiorno. La notte mi fa sprofondare e mi rende libero. Anche se contemporaneamente mi rende schiavo e mi fa ammalare. La solitudine, la distanza dagli altri. La mia è una notte, calma, non violenta, dove succede la musica. Hai presente l’Ossianesimo, Ugo Foscolo e ISepolcri? Ecco. Bello essere quasi morti».

Quando dormi, almeno dormi bene?
«Dormo sul divano. Cerco di far finta che il sonno non esista. In camera non ci vado mai. E soprattutto ho ripudiato il letto coniugale. Sono incazzato con quel letto. Ci faccio dormire gli ospiti. Putroppo la mia vita è così. Poteva andare meglio. Potevo essere ancora quello di una volta».

E com’eri “una volta”?
«Non lo so, è come se non riuscissi più a riconoscermi. Ho cassetti pieni di manoscritti che ogni tanto rileggo e penso cavolo, come scriveva bene quello là. Ma non sono più io, io quelle cose non le sento più, io non sento più nulla. Non ho stimoli, e quello che faccio lo faccio per inerzia».

Questo ragazzo che ti sei preso in casa cosa rappresenta? un fratellino, un protetto...
«Direi un allievo. Puramente una questione didattica. Sono interessato alla conoscenza per tramandarla.M’interessa il trasferimento dei dati».

Con milioni di spettatori ogni sera, X Factor è una grande opportunità per trasferire dati. Riuscirai a farne a meno?
«X Factor mi piaceva perché potevo prendermi la resposabilità di un’idea, e sfidare il pubblico con gli argomenti. Il format non impone certo di parlare della Trilogia berlinese. Facendolo, l’ho reso migliore. Ma il fatto che me ne vada, alla fine toglierà un peso di dosso a tutti. La televisione è fatta da gente cattiva. Tipo la De Filippi».

Dove vedi la cattiveria nella De Filippi?
«Cattiveria intesa come sete di potere, di numeri, di soldi e pubblicità. Un capitalismo sfrenato che ha perso di vista qualsiasi senso dell’esistere. Ha fatto cose cattive anche contro di me, lo sai? Ora che Berlusconi ha infarcito la Rai di scagnozzi, la De Filippi comanda pure lì».

Possibilità di ripensamento?
«Solo se accetteranno la mia richiesta: voglio essere sia giudice che direttore artistico. Ma credo che sia una proposta a perdere. Io sono un artista, e quindi ingestibile. Loro non vogliono artisti in mezzo ai coglioni. Loro sono gente di potere. Io invece sono potente. Uno che realizza quello che ha in testa».

Da bambino com’eri?
«Uno che non usciva molto. A dodici anni stavo in casa a leggere Leopardi e a suonare Bach e Chopin. Uno svenevole bambino prodigio».

Svenevole nel senso che svenivi?
«Sempre. Mi piaceva sballare con l’aria. Facevo respiri così profondi da provocarmi attacchi di iperventilazione, e cadevo a terra stordito. Ero fuori di testa. Come i bambini che sniffano colla, solo che io avevo capito che l’aria era gratis».

E i tuoi genitori come reagivano? «A sei anni mi hanno fatto visitare all’Istituto Besta di Milano. Perché ero strano: per certe cose geniale, con la musica ad esempio, dove dimostravo una manualità pazzesca. Per altre sembravo completamente tonto, tipo che andavo in stand-by, immobile a fissare le cose. Alla fine è venuto fuori che avevo un quoziente intellettivo una volta e mezzo la media».

Vantaggi della scoperta?
«Che prima di raggiungere il livello degli altri posso spararmi tutte le droghe che voglio. Posso bruciarmi il cervello a cuor leggero».

Chiunque abbia lavorato con te in tv non perde occasione per raccontare le volte che ti sei presentato strafatto agli studi Rai.
Perché io sono trasparente. Questo è bello, sai? La gente parla di me perché sono aperto, e così si sentono in diritto di non rispettare la mia privacy. Gli stessi che magari tirano fuori i piatti e ci fanno le righe sopra, che si mettono la cravatta, fanno famiglia, e poi escono di notte a fare le cose strane, o s’infilano nel letto delle figlie».

Di solito succede proprio per via della coca.
«Dipende. Ladroga apre i sensi a chi li ha giàsviluppati,e lichiude agli altri.Io non uso la cocaina per lo sballo,a me lo sballo non interessa».

E per quale motivo allora?
«Come antidepressivo. Gli psichiatri mi hanno sempre prescritto medicine potenti, che mi facevano star male. Avercene invece di antidepressivi come la cocaina. Fa bene. E Freud la prescriveva. Io la fumo in basi (modalità di assunzione nota come crack, ndr) perché non ho voglia di tirare su l’intonaco dalle narici. Me ne faccio di meno, ma almeno è pura».

È proprio quella pura che genera i mostri. «Io non ho mai conosciuto nessuno che ci sta dentro come me a farsi le basi. Ti sembro uno schizzato?».

No, ma adesso non credo che tu sia fatto di crack.
«Invece sì, completamente. Ne faccio un uso quotidiano e regolare».

L’ultimo tabù: tuo padre. Perché si è ucciso?
«No, ti prego... Lasciamolo in pace... Mi dispiace tanto, poverino... è stata la depressione, problemi di soldi. Fine dello spettacolo».

Morgan è nato dopo quel colpo di pistola?
«Sicuramente è nata quel giorno la mia depressione. E anche la mia follia».

Si alza, siede al clavicembalo e inizia a improvvisare. Poi afferra una banana, mi guarda con un sorriso da gattoSilvestro e fa: «Lo sai cosa mi salva veramente? Mangio un sacco di frutta...».

Raffaele Panizza

Fonte

La prima smentita


2/2/10. Ore 19,23 «Sono molto sconcertato ed amareggiato, anzi profondamente addolorato, per non dire disperato, per le frasi che mi sono state attribuite».

«L’intervista mi è stata sostanzialmente carpita, io penso esattamente il contrario: la droga fa male, la considero pericolosa e inutile, mi riferivo all’uso che ne facevo in passato come terapia verso la depressione. E certo non mi sognerei mai di divulgare come insegnamento o consiglio per i giovani l’uso di stupefacenti. Forse mi è stata tesa una trappola e ci sono caduto ingenuamente».
«Non ho mai nascosto certe mie debolezze in quanto persona autentica e sensibile, quindi tutti sanno di certi errori commessi in passato di cui ho anche parlato con delicatezza nelle mie canzoni e non certo nel modo strumentale ed errato dell’articolo. Fatto sta che il mio presente è quello di una persona felice che collabora con i giovani in modo costruttivo e la mia modalità è sotto gli occhi di tutti perchè quotidianamente insegno e lavoro con i giovani in modo serio».






mag.sky.it,
12 gennaio 2010



Tanti hanno cantato le notti ma quasi nessuno si è fermato qualche ora prima. Ci pensa Marco Castoldi. Che, insaziabile, va anche in tour, lavora a un "manifesto...

A Sanremo risuona la sera. La fa echeggiare Marco Morgan Castoldi. Nella storia della musica ci sono tante notti, tante albe e altrettanti tramonti, ma la sera è una cometa. Ne arriva una ogni tanto. Eppure ha fascino, luce, odori speciali. All'Ariston avrà la meritata rivincita. Grazie a Morgan.

Finalmente anche il Festival di Sanremo avrà La Sera, la sua sera.
E una canzone stratificata con tanti significati: racconta la sera come di solito si raccontano le notti.

La sera questa sconosciuta. Almeno nelle canzoni, nella poesia.
E' vero. Le notti vivono in migliaia di brani, la sera l’hanno affrontata solo Eugenio Montale e Giacomo Leopardi. Nel mio testo non c’è alcuna speculazione canzonettistica, c'è un senso di straniamento che si mescola con dialogo e creatività.

Di che parla La Sera?
E’ una storia d’amore intensa che col calar della sera lo diventa ancora di più.

Chi dirigerà l'orchestra durante la sua esibizione all'Ariston?
Mi dirigo da me, nel senso che canto e dirigo l’orchestra.

Si troverà contro la sua ultima creatura, Marco Mengoni (vincitore dell'ultimo X Factor, ndr)
Perché nemico? E' bravissimo. E poi in gara ci sarà anche Noemi.

Aspettando Sanremo è in tour da solo col suo pianoforte. E, quasi inimmaginabile, senza una scaletta.
Il mio è un concerto assai mattacchione e mi serve un pubblico che sappia reagire alle mie pazzie che definisco di teatro estemporaneo.

Un azzardo.
Amo mettermi in gioco e chi paga un biglietto ha il diritto di richiedere l’unicità di un concerto, di poter vedere un artista nudo mentre pratica la sua musica.

Siamo ai confini dell'improvvisazione.
Fare concerti pre-impostati è fuori dal tempo soprattutto se sul palco si è soli. Vado a ruota libera e il concerto si sviluppa su ciò che io tiro fuori dal cappello.

Che c'è nel cappello magico?
Cose che hanno senso in sé e di volta in volta. Seguire una scaletta significa non far percepire la propria presenza: un concerto si identifica con un preciso istante. Un concerto è fatto di sentimenti che mandi al pubblico, vengono recepiti e restituiti. Non possono né devono esistere momenti uguali. Il musicista ha l'obbligo di rischiare e deve essergli concesso di sbagliare.

Quindi non ha senso un concerto con una scaletta, un suo svolgimento.
Assolutamente no. A meno che non si tratti di altra musica. Ascoltare Giovanni Pollini che fa Chopin può necessitare di una scaletta. Ma qui entriamo in altri ragionamenti.

Dunque ogni suo concerto è diverso dai precedenti.
Il luogo già garantisce un qualcosa di unico. Poi c’è la mia temperatura corporea e quella esterna. C'è la reazione del pubblico. La somma di questi e altri elementi non è mai la stessa. Aggiungiamoci che io sono un curioso e un amante della canzone, le affronto come fossero materie scolastiche. Finito un libro si passa a un altro e il mio repertorio cresce. Adesso sto dedicandomi alla canzone ottocentesca.

Ha altri progetti...attivi?
Sto producendo Fabio Cinti, un cantautore con ottime basi letterarie. La letteratura è spesso sottovalutata dai tanti colleghi. Si legge poco e quando ci lavora con le parole è un errore.

Per lei la canzone è letteratura?
Certo: per me Fabrizio De Andrè e Ivano Fossati sono alla pari con Pierpaolo Pasolini.

Cosa è il Manifesto dei Concordi?
Un inno alla gentilezza nelle relazioni umane. Ci sto ragionando col filosofo Stefano Bonaga.

A cosa ambite?
E’ una idea combattiva e innovativa. Cerca di risvegliare le menti dal torpore di questa epoca. L'Italia ha una grande storia ma un presente offuscato. Ricorriamo a invettive garbate e costruiamo una nuova coscienza.

Rifarà X Factor?
C'è tempo per parlarne e decidere.

Chi è Morgan?
Un proletario che porta la musica a livello di artigianato. Un proletario che fa, al contrario di tutte quelle persone che si atteggiano da artisti ma non sono capaci di andare oltre le parole.

Fabrizio Basso



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