TranTran, 26 Maggio 2010

di Marta Migliardi


Sono l’ultima persona al mondo in grado di scrivere giornalisticamente di Marco Castoldi, quello che si fa chiamare Morgan. Domando scusa in anticipo ai lettori, per questa occasione perduta o forse per questa occasione d’oro, a seconda di ciò che vorreste trovarvi scritto.

Conosco Marco dal 1989. 21 anni esatti. Sono una di quelle che si imbarazza a chiamarlo Morgan, arrossisco, credo di non averlo mai chiamato così. E non per cadere nella semplificazione banale di una qualsivoglia schizofrenia tra Marco e Morgan. Quella a cui si aggrappano normalmente i giornali, quella che quando fa scalpore è Morgan e quando commuove è Marco. E’ il mio modo di unificare una personalità di certo complessa e contrastante, in una sola parola, quella con cui io lo riconosco: Marco.

A 14 anni per me non c’era cosa più commovente che sentirlo suonare. La cosa che mi stupisce oggi è che non gli ho mai domandato di suonare per me.  Era sempre lui a sedersi sul seggiolino del suo pianoforte e a cominciare, senza che io proferissi parola. Spesso, quando terminava, mi domandava con tono dolce e rassicurante “ Ti sei annoiata? “.  Questa è la gentilezza del suo animo. Disarmante e crudele, perché mi impediva qualsiasi moto di ribellione. Marco a 16 anni. Il primo dandy nell’epoca del paninaro che ebbi modo di conoscere. Al Liceo Ginnasio Bartolomeo Zucchi di Monza, non potevi non notarlo, con i suoi cravattini, le giacche e le camicie stile Spandau Ballet, estrose manifestazioni del suo senso estetico sentimentale. Il suo profumo era un concentrato di vaniglia e non mangiava formaggi, a parte la mozzarella sulla pizza. Era già allora un abile sofista, in grado di sopraffarti con le parole e la musica. Innegabile il suo talento genialoide e la perseveranza con cui riuscì a passare dai concerti della scuola a palchi prestigiosi. E per il mio diciottesimo compleanno mi regalò una pelliccia ecologica azzurra e una zebra di peluche. Capirete da questi piccoli aneddoti, quanto sia distante la mia idea (nello spazio e nel tempo) di lui da quella dei più, da quella mediatica, del poeta maledetto, talvolta arrogante, sempre sopra le righe: io vi vorrei dare un’altra visione. E credo di non far dispiacere a nessuno, essendo trascorsa più di una decade, nel raccontare di questo grande amore che segnò la mia adolescenza per dieci lunghi anni. Dimenticate il gossip, non ci saranno rivelazioni inattese, outing o cattiverie, ma solo un grande affetto, che rimane indelebile e anzi, invecchiando, si contorna di tenerezza . Del resto, quando 10 giorni fa mi sono recata a casa sua per intervistarlo, ero partita con tutti i buoni propositi del caso: avevo preparato 8 domande, domande più filosofiche ed esistenziali che legate ai clamori che ultimamente lo accompagnano. Lui però sorprende sempre, e prima di cominciare a registrare le sue risposte mi chiede se lo aiuto a ripassare la Divina Commedia: “La devo ripetere ogni tanto sennò la dimentico”. E così mi dà in mano il libro e lui comincia con il quinto e poi il primo canto, si arrabbia se sbaglia e io lo correggo, talvolta. Poi si mette al piano, e suona. E’ generoso, Marco quando vuole.

 

Il pittore Basquiat sosteneva che quando si diventa famosi non si cambia atteggiamento verso gli altri ma che sono gli alti a cambiare il modo di rapportarsi a te che sei diventato famoso…nel tuo caso?

Si diventa famosi per scelta, normalmente. Per cui questo rapporto con gli altri è sempre stato un rapporto diverso. Ma ci sono due modi di diventare famosi, anche se io, francamente non ragiono molto in questi termini di fama. Non amo definire me stesso in questo modo. La fama non mi interessa. Io ho sempre avuto bisogno degli altri, perché gli altri sono quelli che ti permettono di esistere quando fai una cosa di cui c’è una fruizione. Qualsiasi opera d’arte viene fatta per gli altri. Non credo agli artisti che fanno le cose per se stessi. Si fa per esprimere, almeno nel mio caso, un bisogno di farsi amare, una specie di richiesta di contatto. Una rappresentazione che un artista regala agli altri, l’arte è un dono che si fa. Non è data a se stessi. Poi c’è chi è naturale nel suo produrre, chi macchinoso e artificioso: quelli che mettono insieme delle equipe perché da soli non ce la fanno. Questo è un po’ artificiale, a me piace chi è indipendente e artigianale, chi lo fa perché ha la necessità di fare quello che fa come una naturale pratica di espressione. Per cui il rapporto con gli altri fondamentalmente non cambia, è sempre stato, per me, voler l’attenzione degli altri, che sono il principale oggetto della mia comunicazione. Cioè quando io faccio una canzone la faccio perché possa essere ascoltata e capita. In questo però io non faccio quello che gli altri vogliono, ma porto gli altri verso di me. Dipende anche come si diventa famosi, ad esempio in questo momento storico la deriva del mondo dello spettacolo permette a qualcuno di diventare famoso senza saper fare nulla, ma soltanto perché si sono imbellettati e vanno in tv a fare i ciarlatani, non hanno arte, non fanno nulla che gli altri possono apprezzare e di cui nutrirsi. Certo a quel punto la fama diventa solo il fatto di essere riconosciuti per strada o privilegiati, ma questo non è il mio caso, io cerco di far capire il mio mondo interiore. Ed allora ecco che gli altri si avvicinano a me, perché mi hanno compreso, perché mi sono espresso. L’artista ha la necessità di aprire il suo mondo interiore all’altro e quindi di essere amato dagli altri. Se diventa famoso evidentemente è perché c’è tanta fruizione e quindi è ovvio che gli altri lo ameranno.

Qual è, quindi, per te il rapporto tra depressione e arte?

Riallacciandomi al  discorso di prima, l’artista può essere anche amato, ma è un amore ideale, intellettuale,  platonico che non ha niente a che fare con lo stare al mondo. La solitudine dell’artista rimane, sempre, anche se viene capito molto: gli altri rimangono veramente qualcosa di altro. L’artista è sempre da solo. Nella sua visione delle cose e nella sua disperazione. La depressione c’è sempre, questa disperazione latente che è parte della poetica che permette la vita dell’arte almeno nel senso romantico del termine, dell’ispirazione romantica, forti emozioni e uno sguardo sul mondo molto profondo e anche sturm und drung. Sì, c’è sempre una depressione latente.

A questo punto suona il suo cellulare, spengo il registratore: peccato, stava parlando liberamente, era bello ascoltarlo. Numero sconosciuto. “Non rispondo” mi dice accendendosi una sigaretta. Poi mi fa ascoltare i suoi brani preferiti del momento, con l’entusiasmo di un innamorato che presto tradirà: “Try to Remeber” e “Albergo a ore”. Un anno fa era Fossati con “Parole che si dicono”. Mi suggerisce l’ascolto di  Scott Walker e ci perdiamo in una conversazione fatta di musica, dove io posso solo stare zitta e imparare, da lui e dal suo entusiasmo, dagli occhi lucidi che trapelano l’amore per quello che fa: il musicista. Quant’è lontano adesso il personaggio che rilascia interviste sul crack e si pavoneggia in televisione agitando le mani. Ma forse sono io che lo vedo così, è la mia visione di lui. O forse fa parte del gioco, e lui ha scelto di diventare famoso. O meglio, non aveva altra scelta.

1992: un giorno fui presa da un violento attacco di gelosia: ero giovane e innamorata. Credevo che la musica fosse una rivale imbattibile, e senz’altro lo era. Così, dopo una lunga litigata, dove minacciai di lasciarlo riuscii a fargli firmare un contratto, che ancora oggi conservo. C’era scritto così su quel pezzo di carta: Io sottoscritto Marco Castoldi prometto solennemente che da oggi in avanti non suonerò mai più in pubblico e che mi occuperò di musica solo dietro le quinte.

Meno male che Marco non sempre mantiene le promesse.

 

Che cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo. (Giulietta: atto II, scena II)

 


La Repubblica, 19 Marzo 2010



ROMA - L' intervista è necessariamente breve: ieri mattina Morgan è stato operato alle corde vocali ed è quindi ancora afono. Al telefono risponde la mamma, che gli è accanto in ospedale in questa sua convalescenza: sarà lei a riportare le domande che gli poniamo e a riferire le risposte del cantautore.

Morgan, hanno radiato Aldo Busi per quello che ha detto sull' omofobia da tutti i programmi della Rai: una vicenda che ricorda quanto è avvenuto a lei con l' esclusione dal Festival di Sanremo.
«Aldo Busi è una delle poche presenze intelligenti che ci sono in televisione di questi tempi. Mi stupiva anzi il fatto che ci fosse. È tutto secondo copione: questi personaggi che si arrogano il ruolo di censori sono le persone che più hanno da nascondere. Quando si trovano di fronte alla purezza di qualcuno che dice semplicemente cosa pensa veramente fino in fondo, hanno paura di essere smascherati, e allora lo eliminano al più presto».

Cosa direbbe a Busi se potesse parlargli?
«Che è inutile mandarli all' inferno, perché tanto ci vanno da soli. Vorrei anche dire a Busi di non scoraggiarsi ché tanto finiranno presto di stare nel posto in cui si trovano, meglio, nel posto in cui qualcuno li ha messi».

Cosa intende dire?
«Intendo dire che mentre Busi ed altri, e tra questi mi ci metto anch' io, la loro posizione se la sono guadagnata con anni di studi e dunque la manterranno, i personaggi che si ergono a censori sono stati messi nei posti che occupano dai loro sponsor, per pratica di raccomandazione. La loro non è potenza, è solo esercizio del potere».

Carlo Moretti

Fonte




La Repubblica Palermo, 14 Marzo 2010




È un aspetto forse sottovalutato dal grande pubblico. Il Morgan musicista, infatti, è stato oscurato dall' altro Morgan, quello mediatico: il personaggio delle interviste controverse, il polemico presenzialista dei talk show, l' artista dal look ogni volta più eccentrico. Tant' è che si è parlato più dell' assenza di Morgan al Sanremo di quest' anno che della presenza al Festival di qualche anno fa, ai tempi dei Bluvertigo, quando ancora non esisteva "X Factor". Eppure Marco Castoldi, questo il vero nome, nutre un grande amore per la sua musica, come si vedrà alle 21 al teatro Abc di Catania e domani alla stessa ora all' Auditorium Teatro Dante di Palermo (ingresso 26,50 euro). Un concerto classico eppure innovativo. Nello stile del cantautore brianzolo. Morgan, stasera suonerà accompagnato da un pianoforte e da un iPhone. Dov' è l' errore?

«L' iPhone è uno strumento musicale a tutti gli effetti con cui si può fare dell' elettronica molto spinta. Quindi ho deciso di mettere insieme lo strumento acustico per eccellenza, il piano,e quello elettronico per eccellenza dell' ultima generazione, l' iPhone».

Lei per ora è alle prese con tanti progetti.
«Sto producendo il cd di Fabio Cinti. È un album molto bello»

Il nuovo cd di Morgan quando vedrà la luce?
«Non ho più voglia di fare cose che non mi piacciono. Tutto quello che faccio deve interessarmi. Deve essere affascinante non solo il risultato ma anche il metodo»

Qual è questo metodo?

«Ogni progetto è partorito con una metodologia sempre nuova. Tante volte questo sembra un inutile girare in tondo ma non è così. Per me è come far crescere dentro questi loop una pianta diversa dalle precedenti. Quello che non mi piace dunque è mettere un tappo. Adesso ho tantissimo materiale incompiuto. Quando dovrò fare il punto della situazione avrò bisogno di un periodo per analizzare quello che ho fatto. Il tutto potrebbe chiudersi bene e sarebbe un' impresa eroica. Se non ci riuscissi, perché è impossibile, perché muoio prima o perché mi rubano gli hard disk in una situazione di autogrill, allora vorrà dire che ho lavorato cinque anni a qualcosa che nessuno ascolterà»

Sarebbe un peccato.

«No»

Che cos' è il Morganicomio?
«"Morganicomio" è un greatest hits fatto senza la mia collaborazione, pubblicato per sfruttare il brano di Sanremo»

Ha visto il Festival?

«Solo la prima puntata. Qualitativamente era buona, nel senso tecnico, intendo. C' era la luce e l' audio, quindi tutto era predisposto. Non c' era la musica»

Manfredi Lamartina

Fonte




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