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Centro congressi, 16 Luglio 2005



Il percorso di studio SDC Scrittori di Canzoni ha come compito quello di indagare le formule dello scrivere ed, in particolare, lo scrivere un testo musicale. In primo luogo, lo studio nasce con lo scopo di sviluppare occasioni di incontro tra autori e studenti: reading, performance e dibattiti. In secondo luogo, il Laboratorio di ricerca vuole intraprendere un percorso che avvicini gli studenti universitari e la cittadinanza alla musica che, oltre ad essere uno straordinario strumento comunicativo, rappresenta un interessante settore di lavoro ed occupazione. Ma chi sono gli SDC? Geniali artigiani della comunicazione o tecnici di una scienza matematica, la musica, che uniscono le note musicali alle parole? Lo SDC è un artista che trasforma un impulso in arte, un etnologo che capta delle onde emotive talmente forti da riuscire a incanalarle su uno spartito, un sensitivo che concentra in poche frasi tutta la potenza emotiva della sua creatività. Lo scorso anno (2005 ndr) sono saliti in cattedra artisti come Niccolò Fabi, Fabio Canino, Cristiano Godano, Emidio Clementi, Giampaolo Rosselli, Francesco Di Giacomo, Meg, Morgan, Federico Zampaglione, Alice Pelle, I Torpedo, Simone Cristicchi, Marco Fabi,Riccardo Sinigallia, Alda Montellanico. Fonte


«Prova microfono; Aspettiamo 10 minuti? Allora andiamo a fumare» Così si presenta Morgan, al secolo Marco Castoldi, voce e anima dei Bluvertigo: con i suoi capelli neri e l'abbigliamento "alla Morgan"; incarna alla perfezione il personaggio che avevamo in mente per questo incontro di Scriptorium. Un architetto dello spartito in grado di tenere una lezione in piena regola sulla struttura della canzone e della musica in generale. Una miscela incontenibile di sofisticatezza, provocazione, stile e cultura musicale che raramente capita di poter ascoltare. Con la sua ultima fatica musicale, Non al denaro non all'amore né al cielo, rende omaggio e prosegue l'opera di Fabrizio De Andrè uscita nel 1971: non un semplice disco di cover, ma, come un remake cinematografico, riadatta L'antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters a suo modo, curandone e riarrangiandone i minimi particolari pur restando fedele all'opera originale del compianto autore genovese.

Come nasce questo lavoro?
Era una cosa che avevo in mente da tanti anni. Più passavano gli anni, più aumentava la voglia di fare un remake discografico con un procedimento analogico: analogicamente a come si fa in musica classica e nel cinema. Nella musica leggera, nel pop questo non esiste se non come parodia: come ad esempio The dark side of the mug (parodia di The dark side of the moon, dei Pink Floyd). Non c'è nulla nella musica leggera che si possa chiamare lavoro analitico: lavoro che parte dal rispetto per l'originale, esaminarlo e traghettarlo nella nostra epoca. Nel 1986 avevo 14 anni ed ero in campeggio con i miei genitori e in roulotte con mio padre ascoltavo il vinile di Non al denaro . I grandi ci insegnavano ad ascoltarlo e a noi adolescenti piaceva la bellezza delle canzoni. 3-4 anni dopo ho sempre avuto a cuore di arrivare a quel disco. E' una perfetta armonia tra arte alta e arte bassa: una musica che sta in equilibrio tra pop e arte alta ha una complessità superiore rispetto a dischi di pura musica leggera che può essere definita come funzionale. La musica disfunzionale – concepita per l'ascolto - è una musica che mi attrae. Questo disco di De Andrè mi è piaciuto per la sua organicità, l'album che si ascolta dall'inizio alla fine, come un film, come un libro: non è un'accozzaglia di musica leggera. E comunque non sono solo un artigiano della musica, sono anche un ascoltatore: desidero ascoltare la musica che non c'è e faccio la musica che mi piacerebbe ascoltare, ad esempio i Blur che rifanno Sgt. Pepper. Spero solo di aver aperto una nuova strada: non mi piace che venga bollata come mancanza d'ispirazione. Nessuno ha creduto fino in fondo al mio progetto. Solo Dori Grezzi nel settembre 2004 mi ha chiesto di fare il concerto di Spoon river per inaugurare il centro studi intitolato a Fabrizio istituito nell'Università di Siena: Non al denaro Fabrizio non l'aveva mai fatto dal vivo. Mi aveva quasi letto nel pensiero: ma non per l'interpretazione dal vivo, ma di riprodurre l'album. Questo fu per convincere i miei discografici. Ora sento che c'è più interesse, ma anche un dibattito: se non altro si parla di qualcosa e il disco originale di De Andrè è rientrato in classifica. La cosa più importante da dire è che volevo fare un'esecuzione come le opere classiche: restando fedeli al compositore. Mancavano delle parti che Nicola Piovani non aveva messo: rapporti armonici tra le note e gli strumenti. Ho apportato modifiche formali. Innanzitutto ho rallentato tutto: il disco dura un quarto d'ora in più. Poi ho clonato delle parti utilizzando cellule staminali delle canzoni creando code o raccordi per rendere il disco ancora più omogeneo. La mia intenzione non era quella di ricopiare la voce di De Andrè. Ho cercato di ampliare la sua interpretazione: cantando come Modugno, Bindi, Tenco, Endrigo, ma anche Bob Dylan (quando ha preso la china americana). Un giudice l'ho cantato più alla Modugno. Il mio lavoro è sul disco. Ci sono tecniche, strumenti e l'uso dell'elettronica che ho aggiunto: elettronica anni Sessanta. Ho arricchito e non ho mai sottratto. Ho proceduto per addizione, mai per sottrazione. Così come Lee Masters fu completato da De Andrè. Non ho fatto niente di letterario: ho fatto una cosa musicale.

Ci sono elementi autobiografici di De Andrè, come la libertà creativa, che senti più vicino a te? O anche personaggi descritti da Lee Masters, come il suonatore Jones, che ti somigliano?
Suonare ti tocca per tutta la vita e ti piace lasciarti ascoltare. Mi piace intrattenere il pubblico: Suonatore Jones è la metafora del suonatore che racconta la vita degli altri rinunciando alla sua. Suona e si dedica all'arte per fare in modo che le storie arrivino agli altri. Il matto potrebbe può essere considerato come il paroliere: ha imparato la Treccani a memoria, in modo folle, artistico. Questo soggetto è un uomo molto colto: è un personaggio risolto. Lui e il suonatore Jones hanno vissuto e sono risolti anche nella morte. Il corpo che diventa il mondo, gli alberi, le montagne, l'erba: è la concezione inglese della morte. Tutti gli altri personaggi sono altro e sono tutti un po' più cattivelli.

Hai mai pensato ad un disco che fosse un concept album?
Tutti i dischi che ho fatto sono così: c'è coerenza tra un pezzo e un altro. Tre dischi con una coerenza di sistema che formano una trilogia. Devo riuscire a fare un disco non coerente. Mi piacerebbe che questo venisse traghettato in altri generi artistici: un film, un videogames: Spoon River più va avanti e più migliora. C'è qualcosa che ha a che fare con un senso civico. L'opera diventa di tutti: l'opera è della collettività perché i protagonisti sono persone normali e non eccezionali. Un'opera -possiamo dire?- comunista.

E' vero che hai scelto l'Inverno di Vivaldi in coda?
E' vero: lo fece anche De Andrè. Nel disco di De Andrè però ci sono solo degli accenni a Vivaldi. Nella mia versione l'ho messo per intero. In altri brani ho inserito temi barocchi, in particolare uno di Bach (il Tema regio dell'arte della fuga), ma anche il canone di Pachelbel che è alla base della musica pop anni Sessanta e Settanta. Questo Piovani, che era l'arrangiatore del disco del 1971, lo sapeva. Quella che ho fatto io è stata un'aggiunta barocca nel senso letterale, con la presenza di strumenti seicenteschi come il clavicembalo.

Fernanda Pivano è la traghettatrice di quest'opera?
Si perché è la prima volta che lo fa in Italia: De Andrè si consultò con la Pivano e non nella traduzione, ma nell'adattamento. Io non ho avuto bisogno di lei per la stesura del disco.

Ti da fastidio che il tuo sia chiamato album post moderno?
Post moderno nel pop è qualcosa di chic.

Cosa ti guida nella scrittura di una canzone? Scrivi di getto? E quali sono gli autori che ti hanno maggiormente ispirato?
Innanzitutto scrivo con la mano sinistra. Mi interessano i metodi di scrittura: non ne uso soltanto uno perché le canzoni si prestano a tanti esperimenti. De Andrè, Battiato, Fossati, Conte. Negli anni Sessanta c'è stata tanta roba interessante: Calabrese (l'autore di Bindi), Sergio Endrigo, il primo Gino Paoli che reputo il primo cantautore, Tenco. A De Andrè piaceva molto la canzone popolare intesa come canzona. Ci sono vari modi di intendere la canzone. L'egemonia delle nazioni USA e UK ha imposto al mercato le loro canzoni e noi ce le siamo sorbite. Gli inglesi non conoscono Leopardi e noi conosciamo Byron. Ho iniziato a scrivere in inglese nel periodo new wave con ritornelli sloganistici un po' vuoti. A 14 anni ho scoperto Lou Reed perché i testi erano talmente lunghi che li volevo tradurre. Con Roger Waters (Pink Floyd) ho iniziato a capire che nelle canzoni potevo mettere qualcosa. La capacità di descrivere personaggi quasi da sceneggiatura con Lou Reed. Quello di Pavese (Il mestiere di vivere) era uno stile analogo e da li è nato il primo disco dei Bluvertigo. Il desiderio di essere antipoetico, di non avere quel birignao, quel legame che per forza bisogna mettere nella canzone amorosa, l'amore di coppia: nel mondo invece di argomenti ce ne sono molti. Perché bisogna sempre parlare d'amore? La prima canzone fu L'odio : sempre più legato allo stile prosaico piuttosto che poetico. Non cercavo le rime. Questa cosa ha un po' abbattiatizzato le mie canzoni: anche lui evita determinati meccanismi legati alle banalità della canzone con parole inusitate in ambito pop. Lui ha inventato lo stile di valorizzazione della lingua italiana nel pop: sono canzoni molto interessanti, molto strane. Con Pavese mi sono avvicinato all'ascolto di Battiato con la volontà di essere antiMasini (all'epoca, ma adesso Masini non mi fa più paura) e antiVascoRossi. Sono anche un po' stanco nel criticare gli altri: questo è perché penso che è un ideale di una canzone che non evolve.


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