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La Repubblica



Vulcanico e in perenne mutazione, ecco Morgan alias Marco Castoldi, il musicista milanese che a 32 anni continua a spiazzare l' ascoltatore con scelte sempre diverse e audaci. Domani al Transilvania Live, ripropone in concerto le fortunate «Canzoni dell' appartamento» dal suo primo album-solo, premiato da referendum, vendite e gradimento di pubblico e critica. Torna a grande richiesta Morgan, subito dopo avere sorpreso un po' tutti, a Capodanno, con l' inattesa riunione dei Bluvertigo, la rockband che lo ha lanciato ed era data per dispersa. Poco prima a Siena, su invito di Dori Ghezzi, aveva suonato dal vivo, canzone per canzone, lo storico album di Fabrizio De Andrè «Non al denaro non all' amore né al cielo», ispirato all' «Antologia di Spoon River», del poeta americano Edgar Lee Masters. Senza contare i concerti da pianista colto e salottiero o la colonna sonora del film di Alex Infascelli Il siero della vanità con Margherita Buy, Francesca Neri e Valerio Mastandrea, nei negozi dallo scorso aprile sul cd «Il suono della vanità». «Mi aspetto che il pubblico sia preparato a non attendersi da me quello che faccio», annuncia Morgan tra il serio e l' ironico. E spiega: «Sono un tipo molto curioso e mi diverto ad ascoltare, infischiandomene dei generi, l' ultimo disco degli Interpol, i vecchi esperimenti di Stockhausen o le canzoni di Walt Disney che sente mia figlia Anna Lou. Questa eterna voglia di cambiare si ritrova anche nella musica che faccio. Mi piacciono Battiato e David Bowie perché cambiano costantemente. Quando sta per uscire un nuovo album, spero vivamente che cambino ogni volta. Se no, mi annoio». Come mai, allora, riunire i Bluvertigo per sole due apparizioni? «Per un eterno ritorno di fiamma. L' intenzione era di essere la coverband di noi stessi, ma è difficile far credere di non ricordare. Nel frattempo non è cambiato nulla nel pop-rock elettronico e, dopo quattro anni di silenzio, non abbiamo perso la nostra lucidità». E adesso torna alle "Canzoni dell' appartamento"... «Sì, ma l' appartamento è un luogo metafisico, con tutte le evoluzioni e le involuzioni del caso. Rimane il significato di canzoni che possono essere suonate per tutta la vita, alle quali inserirò altri pezzi miei e di altri. In questi giorni sto finendo di missare in studio il nuovo album di Morgan, che poi è il disco di Fabrizio De Andrè "Non al denaro non all' amore né al cielo". Non so che farci, forse tra quindici anni si potrà capire che musica faccio io. O neanche allora, cambiare è la mia ossessione». Transilvania, via Paravia 59, ore 21.30 ingresso 12 euro

Giacomo Pellicciotti




La Brigata Lolli, 8 Settembre 2005 



Buio in sala, luce sul palco. Un piano a coda. Entra Morgan (Marco Castoldi), saluta, si siede al piano e inizia a suonare. Le note hanno un sapore antico. Questa la so, è il primo pensiero. E all’inizio del canto il dubbio si scioglie: “La festa appena cominciata è già finita”. “Canzone per te” di Sergio Endrigo, l’incontro inizia bene, con un omaggio, il migliore omaggio possibile a un grande esponente della canzone d’autore, morto appena la sera prima. Morgan dimostra di conoscere la canzone, la suona divinamente e la voce, in genere forte e sicura, ogni tanto si appanna e si incrina sulle punte più ossute, ma l’effetto d’affetto è ancora maggiore, perché le incertezze ricordano al meglio l’ultima voce dell’ultimo Endrigo, quando la sua sordità incipiente rendeva difficile cantare nei toni appropriati. Oh, intendiamoci, soltanto un accenno. Morgan ne dà davvero una grande versione della canzone per intero.

Stupisce il pubblico che applaude cortese: non hanno capito l’omaggio. Enzo Gentile è il sodale di Morgan in questo incontro ed esce in aiuto: “Ci sono artisti che non conoscono le radici della musica d’autore italiana. Che è un po’ come se un pittore o uno scultore non conoscessero Michelangelo. Morgan no. Le radici le conosce e le pratica. Fa eco Morgan: “Certo non ho imparato questa canzone in queste ultime quattro ore. E’ pure una canzone complicata”. Quella che segue è la cronaca di un’ora di chiacchiere e canzoni, condotta con maestria e classe dai due protagonisti. Morgan molto sicuro, padrone del palco e del rapporto col pubblico, in grado di dare sempre riposte intelligenti e piacevole e per nulla affrettate. In mezzo ancora omaggi ai grandi della musica d’autore italiana. Un’ottima impressione per Morgan: cultura, sensibilità e coraggio.

EG – “Vuoi spiegare allora come un giovane entra in contatto per la prima volta con le tradizioni della musica d’autore? Perché tu, in fondo sei un giovane. Quanti anni hai?”
Morgan – “Io sono del ’72. Il primo contatto è stata la televisione e poi naturalmente i miei genitori. Che non erano patiti di musica, avevano una cultura normale e una passione media per la musica. Mia madre suonava il piano: musica classica in genere, che a me fungeva da sonnifero. Mi ricordo che a 5/7 anni sono rimasto sveglio per guardare in televisione l’ultimo concerto di Elvis Presley prima di morire. Era una grande emozione stare svegli a guardare la televisione! Un po’ mi chiedevo chi fosse quel signore che buttava via tutti quei fazzoletti bianchi. E poi non sapevo che nel repertorio che eseguiva c’erano canzoni di italiani come Pino Donaggio e Domenico Modugno. Di Endrigo, più o meno nello stesso periodo, mi ricordo “L’arca di Noé”, che non posso aver visto in diretta al Festival di Sanremo, ma che devo aver visto in qualche replica.

Da subito imparai che c’erano due categorie: chi si cantava le proprie canzoni e chi cantava quelle di altri. Ricordo che i miei genitori sostenevano che se uno le sue canzoni se le scrive da sé è più “importante” di uno che canta soltanto. Per cui Simon & Garfunkel erano importanti, i Beatles erano importanti (anche se mio padre sosteneva che suonavano bene, ma i testi erano un po’ leggerini).Chi scriveva testi importanti? Secondo mio padre Donovan. E così ho ascoltato moltissimo Donovan da piccolo. Ma, ripeto, i miei genitori avevano una conoscenza media della musica: non conoscevano i Velvet Underground, eppure i loro migliori dischi sono di quel periodo, non conoscevano (o poco e male) i Doors di Jim Morrison. Poi, crescendo, grazie a una sorella un po’ più grande di me, ho conosciuto le canzoni di Fabrizio De André e poi di De Gregori, di Edoardo Bennato e altri. Ma De André, i primi anni che andavo via in campeggio da solo, verso i 14 anni, era il mio preferito e soprattutto “Non al denaro, non all’amore, né al cielo”. Uno dei primi dischi che invece ho acquistato è un vecchio disco dimenticato di John Mayall, l’alfiere del british blues. La musica comunque per me è terapeutica. Quando sento musica io sono sano, tutto il resto è caos”. Dopo De André mi ha folgorato Umberto Bindi, sempre intravisto in una replica televisiva. Mio padre mi ha spiegato la sua storia, la sua solitudine, l’emarginazione. Io sentivo che Bindi portava nella musica leggera lo stesso studio dell’armonia della musica colta. Bindi mi ricorda un po’ Gershwin, lo stesso approccio, con questi spunti tra la classica e il jazz”.

A questo punto canta “Se ci sei” di Umberto Bindi

”Guarda, è finito l’inverno,
non poteva durare
perché se ci sei
ritorna l’estate” …

EG – E ti sei mai confrontato con gli altri artisti, con questi artisti “storici” diciamo?
Morgan – Mah, è un po’ difficile, perché a me in genere piacciono quelli morti (risate del pubblico). Ho conosciuto David Bowie, gli regalai una bottiglia di Brunello di Montalcino. Non so se la apprezzò.

EG – Però conosci Battiato …
Morgan – “Battiato sì. Ed ha un grosso vantaggio. Dal vivo è identico ai suoi testi! Quando ho fatto “Non al denaro” gli ho lasciato il disco in portineria a Milano. Qualche giorno dopo mi chiama e mi dice: “complimenti. E’ il tuo primo lavoro da interprete. Ma perché tutta quella introduzione all’inizio? Mettila alla fine”. L’introduzione era il “ta-tan-ta-tan che introduce “La collina”! A volte i consigli di Battiato non vanno ascoltati! (risate). Gli ho risposto che forse, avendo sentito tanto Bach avevo mutuato questo bisogno di spazi musicali … lui mi ascolta e poi mi fa: “evidentemente per te Bach è un problema!” Vabbè … (risate)

EG – Sgalambro? Non dice niente Sgalambro?
Morgan -. “Quando ho visto Sgalambro era sempre celato dietro certi tomi! Libri importanti come “La poetica” di Aristotele o i “Dialoghi sui massimi sistemi”. Mi ricordo che una volta gli ho fatto leggere un mio testo. C’era una frase che suonava all’incirca come “se avessi già capito la vita, sarei ad un passo dal cielo”. Lui ci pensa su e mi fa, con quel suo vocione: “Morgan … è interessante “già”! Tutto lì. Poi coi camerieri al ristorante passa un sacco di temo a parlare sul concetto di caldo, freddo, semifreddo… evidentemente ama di più parlare coi camerieri. (risate)!

EG – Parliamo del lavoro su “Non al denaro” …
Morgan – “E’ un lavoro eminentemente discografico. Non è un lavoro sul libro. Il lavoro sul libro lo aveva già fatto De André. A me interessava l’album, il concept, anche perché “Non al denaro “ è forse il miglior conceptc album italiano di sempre. Nel mio disco “manca” De André, nel senso che manca la sua voce, anche perché lui usa tonalità che io non ho. Io ho cercato di lavorare soprattutto sulle musiche di Piovani, che allora aveva 22 anni, ma ha inciso un lavoro che è un classico e che della musica classica porta tutte le caratteristiche di orchestrazione. Nessuno faceva dischi così curati e così strutturati allora. Ho cercato di mettermi in contatto con Piovani per procurarmi la partitura dell’album; volevo fare lo stesso lavoro che si fa su un’opera di Mozart. Uno prende “Il flauto magico” e gli dà una sua particolare lettura interpretativa. Finalmente ho raggiunto Piovani tramite Dori Ghezzi e la sorpresa è stata scoprire che la partitura non c’era. E’ evidente che ci deve essere stata sennò nona avrebbero potuto fare il lavoro che hanno fatto, ma è andata smarrita o perduta o chissà che. E allora ho dovuto rifarmi da solo tutta la partitura. E lì è scattato qualcosa e mi sono permesso “piccole correzioni”, ma può suonare presuntuoso, diciamo aggiustamenti, variazioni, anche “clonazioni”, nel senso che ho preso pezzi da un punto del disco, temi armonici, stacchi, per riportarli in altri punti, ma estirpando il materiale dal suo stesso DNA. Ne è venuto fuori un disco che è completamente diverso, ma del tutto rispettato.

EG – Hai compiuto un’operazione che al cinema è una costante, il famoso “remake”, ma che nel mondo della musica è ancora una rarità.
Morgan – Mah, sai, si fa, anche per riappropriarsi del catalogo discografico, e si faceva anche tempo fa. Modugno ad esempio ha fatto tante versioni diverse dei suoi successi, così tante che se uno andasse a cercare la versione originale di “Volare” non la troverebbe. Anche perché si chiama “Nel blu dipinto di blu”(risate!).

EG – Da cosa sei partito per affrontare “Non al denaro”? Quale è stato il punto di attacco?
Morgan – Sono partito dall’inizio, dalla prima canzone. L’ho solo fatta anticipare dal quelle poche note di piano che De André e Piovani avevano messo in fondo al disco. Ma poi siamo andati avanti in ordine: dalla prima canzone, dalle note che Battiato avrebbe voluto spostare in fondo al disco, fino alla fine. Che è stato anche un modo per imparare ad eseguirlo dall’inizio alla fine.

Canta “La collina”

”Dove se n’è andato Elmer che di febbre si lasciò morire,
dove Herman bruciato in miniera?
Dove sono Bert e Tom, il primo ucciso in una rissa
E l’altro che uscì già morto di galera?
E Charlie che cadde mentre lavorava
E dal ponte volò, volò sulla strada …
Dormono, dormono sulla collina …”

EG – Effettivamente sia la tua operazione, di reinterpretare un intero album, che quella di De Andrè di musicare un libro sono operazioni inconsuete. Esiste un libro che tu vorresti musicare? Tanto per richiamare il tema per cui siamo a Mantova a un Festival di Letteratura…
Morgan – No. E con questo la domanda è già finita (risate). Spesso vengo colpito da quello che leggo, ma ne prendo solo spunto e più sul piano dello stile che dell’argomento. Ci sono molti autori che frequento, soprattutto degli anni ’50 … anche loro tutti morti (risate). Nelle poesie, che poi è un altro discorso mi piace Leopardi, poi Dino Campana, Landolfi, Manganelli … ma non posso fare una canzone da Leopardi! Io ho iniziato a scrivere canzoni in inglese e il più delle volte erano fatte a slogan, frasi fatte. Poi ho iniziato a scrivere in italiano e vedevo autori come De André o Battiato che avevano uno stile proprio, qualsiasi cosa facessero. Allora la domanda era come farmi uno stile mio? Forse non ce l’ho ancora fatta, non lo so. Però Pavese mi ha aiutato: ho rubato intere frasi o pensieri da “Il mestiere di vivere” per scrivere la mia prima canzone in italiano (più tardi la eseguirà). Oggi, ad esempio, mi piace la matematica …

EG – Cerco di restare in tema. Tu hai scritto anche dei libri …
Morgan – C’è una raccolta di testi che non posso dire poesie e neanche canzoni, o almeno non lo erano quando li ho scritti. Si chiama “Dissoluzione” e, fedeli al concetto del titolo, quando è uscito il libro abbiamo usato poca colla per attaccare le pagine, in modo che il libro davvero si dissolvesse. Io ne ho fogli sparsi in mezzo alla libreria. A qualcuno è piaciuto questo sistema, ad altri no.

Voce dal pubblico – Se volevi che i fogli si staccassero bastava che te lo facevi pubblicare da Mondatori!

Morgan – Hanno i fogli che si staccano? Colpa di Berlusconi. No, Berlusconi in realtà fa sparire i libri. “1984” di Orwell, che è Mondatori non è più ripubblicato ed è introvabile. Forse perché nel libro c’è la frase “chi controlla il passato, controlla il futuro” … (risate)

EG - Passiamo alle colonne sonore, perché hai fatto anche quelle! Ma dove lo trovi tutto questo tempo?
Morgan – Il tempo c’è. Ne ho fatto due, una per Infascelli “Il suono della vanità” e l’altra per Asia. Il principio è mettersi al servizio. Bach lo faceva con i principi e i re e io con i registi, ma distinguiamo le canzoni dallo “score”, la vera colonna sonora. I produttori pagano l’ira di Dio per avere le canzoni nella colonna sonora, ma non vogliono pagare le musiche di fondo. Danno davvero due lire. E io credo che se si andrà avanti così di nuovi Morricone in Italia non ne nasceranno più. Perché se uno deve mettersi a fare un lavoro faticoso e pure oscuro e non è neanche pagato, ma chi glielo fa fare? Ci sono comunque molti modi per fare le colonne sonore: prima si legge la sceneggiatura, poi si vedono le scene, ma adesso i registi, almeno quelli della mia generazione sono molto esperti di musica, quindi lo scambio con loro è continuo e proficuo. Infascelli suonava pure … Così nel film io ho fatto quello che voleva lui, ma l’ho fatto col mio stile. Mettersi al servizio, ti dicevo …


Canta “Una storia d’amore e vanità” dalla colonna sonora di “Il siero della vanità”, rivelando che il testo in realtà viene dritto dalle Metamorfosi di Ovidio, rispondendo così in ritardo alla precedente domanda di Gentile. Poi di seguito riprende gli omaggi a Endrigo con delle bellissime versioni di”Adesso sì” e “Dove credi di andare”.


EG – Un’ultima domanda. Tu mi dirai che non si sono mai sciolti i Bluvertigo e che quindi non posso rimettersi assieme. Ma allora quando e se suoneranno ancora insieme?

Morgan – Non posso saperlo, posso augurarmelo, posso fare in modo di … ma essendo in quattro, dipende anche dagli altri. Noi siamo stati sempre completamente liberi e poi avevamo deciso dalla formazione di incidere una trilogia, poi un best e poi di scioglierci. Siamo rimasti impressionati di quanto siamo stati bravi a prevedere il nostro futuro … che poi invece è semplicissimo: basta dire una cosa e poi farla! (risate). Direi che i Bluvertigo ci sono di più quando non ci sono. Posso anche dirti che ora sto scrivendo canzoni che potrebbero essere suonate da un gruppo. Ho chiuso la mia fase da interprete, per ora, e sto riprendendo a fare canzoni che i Blue Vertigo potrebbero suonare. Ma questo non vuol dire niente.

EG – Ma non hai nostalgia?
Morgan – Per ora no. Per altro anche il gruppo con cui suono adesso è ottimo. Poi devo dirti che rivedendo le canzoni che ho scritto con i Blue Vertigo qualche sprazzo di imbarazzo in me c’è! Le tappe immediate mie sono la partecipazione al prossimo “Premio Tenco” (potrebbe vincere la targa come interprete), la produzione del nuovo disco di Bugo che è un cantautore originale. Perché i grandi maestri muoiono e ci vuole qualcuno che li sostituisca! (Ndr – Morgan ha solo 32 anni, ha almeno 20 di carriera ancora davanti. Potrebbe anche essere lui una leva di ricambio? Forse sì. Almeno qui a Mantova ha mostrato ottime potenzialità. Speriamo! – Fine nota del Redattore).

Morgan si congeda cantando “Io che amo solo te”, ancora di Endrigo e chiude con il suo “La vita è impossibile”, il brano ispirato da Pavese. Applausi e ripetute chiamate in scena, ma l’ora tarda non consente bis.

Giorgio Maimone

Video-riassunto dell'intervista

Fonte  



Oltre magazine, 9 Settembre 2005



Diciamo subito che Marco Castoldi, in arte Morgan, ha avuto coraggio. Cimentarsi nella reinterpretazione di una delle opere più famose e apprezzate di Fabrizio De André richiede forza d'animo, se non altro perché il rischio di una operazione di questo tipo è quello di suscitare polemiche da parte di un'intera generazione, che di quel disco ha fatto una vera e propria bandiera. Uscito nel 1971, il disco di De André è un concept album liberamente ispirato alla "Antologia di Spoon River" di Edgard Lee Master, poeta americano che in questo libro raccolse 244 epitaffi di altrettanti personaggi che, come ricorda l'ouverture del disco "dormono sulla collina".

Il leader dei Bluvertigo ripropone nel 2005 una versione riveduta sicuramente, ma non troppo corretta. Il disco di Morgan non è un disco di cover, ma la cover di un album intero che volutamente si mantiene il più fedele possibile all'originale; uguali le atmosfere, medesime le partiture di un Nicola Piovani allora ventiduenne, mentre il cantato mantiene intatta la magia che De André aveva saputo dare alla versione originale. Quella di Morgan non è una libera e personalissima rivisitazione "alla moda sonora contemporanea", tanto meno una trasformazione-deformazione che avrebbe condotto ad un totale stravolgimento. Morgan ha agito nel rispetto, mosso da curiosità e desiderio analitico verso la cosa "per ciò che è" e non per "ciò che potrebbe essere" e, come posto di fronte ad un'opera classica (nessuno si sognerebbe mai di "liberamente alterare" le partiture del Don Giovanni di Mozart nel serio e serioso universo della musica colta), ma alleggerito dal trovarsi a lavorare una materia "pop", ha operato una sorta di ricostruzione filologica, soltanto filtrata inevitabilmente dai suoi gusti, dai suoi mezzi, dalle sue possibilità.

Accompagnato dalla band "Le sagome" Morgan ricanta e risuona (nel disco si diletta col clavicembalo, col piano, ma anche con i sintetizzatori e col suo strumento più consono, il basso). "Non al denaro, non all'amore, né al cielo" restituisce all'ascoltatore una versione sapientemente restaurata, una sorta di atto dovuto, quello dell'artista che con estrema intelligenza e umiltà "ricalca" e non "rivisita" (sarebbe stato un atto di estrema presunzione) un Autore e la sua opera. Voto: 8.

 

Abbiamo incontrato Morgan in occasione del grande concerto al Monumentale.

Un luogo inconsueto per fare musica.
"Ritengo il Monumentale uno dei luoghi più significativi di Milano dal punto di vista artistico e architettonico. L'idea di cantare 'Non al denaro, non all'amore, né al cielo' in una cornice come questa mi è sembrata un'idea originale ed interessante, oltreché pertinente".

Due parole su questo disco.
"È un lavoro piuttosto stratificato, basato principalmente sulla 'traghettazione', che comincia nel 1915 ed arriva ai giorni nostri. In qualche modo l'opera diventa più importante dell'artista che, in questo caso, si trasforma in un tramite, in un umile traghettatore. Questo è un disco cimiteriale, e si cerca di farlo vivere poiché le storie che sono raccontate sono storie di vita di persone normali inserite in una società organizzata nella quale ognuno di noi può ritrovarsi; sono quindi figure ancora molto attuali poiché, come allora, il loro mestiere mantiene le stesse regole. È, in un certo senso, una operazione controcorrente, fuori dal coro".

Che relazione c'è tra Morgan e la morte?
"In questo momento ho a che fare con la morte in modo apotropaico. Certamente per allontanarla, ma non perché io ne abbia paura. Comprendere la morte significa comprendere la vita ed è questa connessione che mi interessa. Avendo però una forte pulsione al rinnovamento, allo stare al mondo rinnovandomi, cerco sempre il modo di vivere delle nuove vite; questo, però, significa che ne abbandono molte. Simulare la morte in vita è in questo momento l'atteggiamento che ho nei confronti della morte. Se invece guardo al passato, alla morte vera… . Avevo 16 anni quando ho perso mio padre, ed è stato un evento che mi ha profondamente segnato: mi ha fatto crescere con maggiore consapevolezza ed è proprio grazie ad essa che ho sviluppato una più grande profondità rispetto a chi fortunatamente non aveva ancora vissuto questo tipo di esperienza".

I tuoi progetti futuri.
"Mi piacerebbe fare una tournée nei cimiteri, sempre che ve ne sia la possibilità. La musica può infatti essere associabile ad un momento di preghiera. I salmi sono canti. La preghiera, la musica e i canti sono strettamente collegati tra loro. Da non confondersi con ciò che può essere lo schiamazzo di un concerto rock. Il cimitero diventa un valore aggiunto, profondo, una cornice interessante per raggiungere un livello di spiritualità che non necessariamente deve essere collegata ad un credo. Nel pieno rispetto del luogo, naturalmente, dei corpi e di tutto ciò che ruota attorno al cimitero. In epoca neoclassica il culto dei morti aveva a che fare con un alto livello di civiltà e con una società che rispettava i propri protagonisti anche dopo la morte. Concetti che, per altro, esprime bene anche il Foscolo".

Vuoi consigliare ai lettori di Oltre Magazine tre dischi da possedere assolutamente?
"Bisognerebbe avere un disco dei Beatles, uno di Glenn Gould che suona Bach e uno di Tenco. Ma i miei tre cambiano ogni giorno!".

Marco Pipitone

Fonte


 


Centro congressi, 16 Luglio 2005



Il percorso di studio SDC Scrittori di Canzoni ha come compito quello di indagare le formule dello scrivere ed, in particolare, lo scrivere un testo musicale. In primo luogo, lo studio nasce con lo scopo di sviluppare occasioni di incontro tra autori e studenti: reading, performance e dibattiti. In secondo luogo, il Laboratorio di ricerca vuole intraprendere un percorso che avvicini gli studenti universitari e la cittadinanza alla musica che, oltre ad essere uno straordinario strumento comunicativo, rappresenta un interessante settore di lavoro ed occupazione. Ma chi sono gli SDC? Geniali artigiani della comunicazione o tecnici di una scienza matematica, la musica, che uniscono le note musicali alle parole? Lo SDC è un artista che trasforma un impulso in arte, un etnologo che capta delle onde emotive talmente forti da riuscire a incanalarle su uno spartito, un sensitivo che concentra in poche frasi tutta la potenza emotiva della sua creatività. Lo scorso anno (2005
ndr) sono saliti in cattedra artisti come Niccolò Fabi, Fabio Canino, Cristiano Godano, Emidio Clementi, Giampaolo Rosselli, Francesco Di Giacomo, Meg, Morgan, Federico Zampaglione, Alice Pelle, I Torpedo, Simone Cristicchi, Marco Fabi,Riccardo Sinigallia, Alda Montellanico. Fonte


«Prova microfono; Aspettiamo 10 minuti? Allora andiamo a fumare» Così si presenta Morgan, al secolo Marco Castoldi, voce e anima dei Bluvertigo: con i suoi capelli neri e l'abbigliamento "alla Morgan"; incarna alla perfezione il personaggio che avevamo in mente per questo incontro di Scriptorium. Un architetto dello spartito in grado di tenere una lezione in piena regola sulla struttura della canzone e della musica in generale. Una miscela incontenibile di sofisticatezza, provocazione, stile e cultura musicale che raramente capita di poter ascoltare. Con la sua ultima fatica musicale, Non al denaro non all'amore né al cielo, rende omaggio e prosegue l'opera di Fabrizio De Andrè uscita nel 1971: non un semplice disco di cover, ma, come un remake cinematografico, riadatta L'antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters a suo modo, curandone e riarrangiandone i minimi particolari pur restando fedele all'opera originale del compianto autore genovese.

Come nasce questo lavoro?
Era una cosa che avevo in mente da tanti anni. Più passavano gli anni, più aumentava la voglia di fare un remake discografico con un procedimento analogico: analogicamente a come si fa in musica classica e nel cinema. Nella musica leggera, nel pop questo non esiste se non come parodia: come ad esempio The dark side of the mug (parodia di The dark side of the moon, dei Pink Floyd). Non c'è nulla nella musica leggera che si possa chiamare lavoro analitico: lavoro che parte dal rispetto per l'originale, esaminarlo e traghettarlo nella nostra epoca. Nel 1986 avevo 14 anni ed ero in campeggio con i miei genitori e in roulotte con mio padre ascoltavo il vinile di Non al denaro . I grandi ci insegnavano ad ascoltarlo e a noi adolescenti piaceva la bellezza delle canzoni. 3-4 anni dopo ho sempre avuto a cuore di arrivare a quel disco. E' una perfetta armonia tra arte alta e arte bassa: una musica che sta in equilibrio tra pop e arte alta ha una complessità superiore rispetto a dischi di pura musica leggera che può essere definita come funzionale. La musica disfunzionale – concepita per l'ascolto - è una musica che mi attrae. Questo disco di De Andrè mi è piaciuto per la sua organicità, l'album che si ascolta dall'inizio alla fine, come un film, come un libro: non è un'accozzaglia di musica leggera. E comunque non sono solo un artigiano della musica, sono anche un ascoltatore: desidero ascoltare la musica che non c'è e faccio la musica che mi piacerebbe ascoltare, ad esempio i Blur che rifanno Sgt. Pepper. Spero solo di aver aperto una nuova strada: non mi piace che venga bollata come mancanza d'ispirazione. Nessuno ha creduto fino in fondo al mio progetto. Solo Dori Grezzi nel settembre 2004 mi ha chiesto di fare il concerto di Spoon river per inaugurare il centro studi intitolato a Fabrizio istituito nell'Università di Siena: Non al denaro Fabrizio non l'aveva mai fatto dal vivo. Mi aveva quasi letto nel pensiero: ma non per l'interpretazione dal vivo, ma di riprodurre l'album. Questo fu per convincere i miei discografici. Ora sento che c'è più interesse, ma anche un dibattito: se non altro si parla di qualcosa e il disco originale di De Andrè è rientrato in classifica. La cosa più importante da dire è che volevo fare un'esecuzione come le opere classiche: restando fedeli al compositore. Mancavano delle parti che Nicola Piovani non aveva messo: rapporti armonici tra le note e gli strumenti. Ho apportato modifiche formali. Innanzitutto ho rallentato tutto: il disco dura un quarto d'ora in più. Poi ho clonato delle parti utilizzando cellule staminali delle canzoni creando code o raccordi per rendere il disco ancora più omogeneo. La mia intenzione non era quella di ricopiare la voce di De Andrè. Ho cercato di ampliare la sua interpretazione: cantando come Modugno, Bindi, Tenco, Endrigo, ma anche Bob Dylan (quando ha preso la china americana). Un giudice l'ho cantato più alla Modugno. Il mio lavoro è sul disco. Ci sono tecniche, strumenti e l'uso dell'elettronica che ho aggiunto: elettronica anni Sessanta. Ho arricchito e non ho mai sottratto. Ho proceduto per addizione, mai per sottrazione. Così come Lee Masters fu completato da De Andrè. Non ho fatto niente di letterario: ho fatto una cosa musicale.

Ci sono elementi autobiografici di De Andrè, come la libertà creativa, che senti più vicino a te? O anche personaggi descritti da Lee Masters, come il suonatore Jones, che ti somigliano?
Suonare ti tocca per tutta la vita e ti piace lasciarti ascoltare. Mi piace intrattenere il pubblico: Suonatore Jones è la metafora del suonatore che racconta la vita degli altri rinunciando alla sua. Suona e si dedica all'arte per fare in modo che le storie arrivino agli altri. Il matto potrebbe può essere considerato come il paroliere: ha imparato la Treccani a memoria, in modo folle, artistico. Questo soggetto è un uomo molto colto: è un personaggio risolto. Lui e il suonatore Jones hanno vissuto e sono risolti anche nella morte. Il corpo che diventa il mondo, gli alberi, le montagne, l'erba: è la concezione inglese della morte. Tutti gli altri personaggi sono altro e sono tutti un po' più cattivelli.

Hai mai pensato ad un disco che fosse un concept album?
Tutti i dischi che ho fatto sono così: c'è coerenza tra un pezzo e un altro. Tre dischi con una coerenza di sistema che formano una trilogia. Devo riuscire a fare un disco non coerente. Mi piacerebbe che questo venisse traghettato in altri generi artistici: un film, un videogames: Spoon River più va avanti e più migliora. C'è qualcosa che ha a che fare con un senso civico. L'opera diventa di tutti: l'opera è della collettività perché i protagonisti sono persone normali e non eccezionali. Un'opera -possiamo dire?- comunista.

E' vero che hai scelto l'Inverno di Vivaldi in coda?
E' vero: lo fece anche De Andrè. Nel disco di De Andrè però ci sono solo degli accenni a Vivaldi. Nella mia versione l'ho messo per intero. In altri brani ho inserito temi barocchi, in particolare uno di Bach (il Tema regio dell'arte della fuga), ma anche il canone di Pachelbel che è alla base della musica pop anni Sessanta e Settanta. Questo Piovani, che era l'arrangiatore del disco del 1971, lo sapeva. Quella che ho fatto io è stata un'aggiunta barocca nel senso letterale, con la presenza di strumenti seicenteschi come il clavicembalo.

Fernanda Pivano è la traghettatrice di quest'opera?
Si perché è la prima volta che lo fa in Italia: De Andrè si consultò con la Pivano e non nella traduzione, ma nell'adattamento. Io non ho avuto bisogno di lei per la stesura del disco.

Ti da fastidio che il tuo sia chiamato album post moderno?
Post moderno nel pop è qualcosa di chic.

Cosa ti guida nella scrittura di una canzone? Scrivi di getto? E quali sono gli autori che ti hanno maggiormente ispirato?
Innanzitutto scrivo con la mano sinistra. Mi interessano i metodi di scrittura: non ne uso soltanto uno perché le canzoni si prestano a tanti esperimenti. De Andrè, Battiato, Fossati, Conte. Negli anni Sessanta c'è stata tanta roba interessante: Calabrese (l'autore di Bindi), Sergio Endrigo, il primo Gino Paoli che reputo il primo cantautore, Tenco. A De Andrè piaceva molto la canzone popolare intesa come canzona. Ci sono vari modi di intendere la canzone. L'egemonia delle nazioni USA e UK ha imposto al mercato le loro canzoni e noi ce le siamo sorbite. Gli inglesi non conoscono Leopardi e noi conosciamo Byron. Ho iniziato a scrivere in inglese nel periodo new wave con ritornelli sloganistici un po' vuoti. A 14 anni ho scoperto Lou Reed perché i testi erano talmente lunghi che li volevo tradurre. Con Roger Waters (Pink Floyd) ho iniziato a capire che nelle canzoni potevo mettere qualcosa. La capacità di descrivere personaggi quasi da sceneggiatura con Lou Reed. Quello di Pavese (Il mestiere di vivere) era uno stile analogo e da li è nato il primo disco dei Bluvertigo. Il desiderio di essere antipoetico, di non avere quel birignao, quel legame che per forza bisogna mettere nella canzone amorosa, l'amore di coppia: nel mondo invece di argomenti ce ne sono molti. Perché bisogna sempre parlare d'amore? La prima canzone fu L'odio : sempre più legato allo stile prosaico piuttosto che poetico. Non cercavo le rime. Questa cosa ha un po' abbattiatizzato le mie canzoni: anche lui evita determinati meccanismi legati alle banalità della canzone con parole inusitate in ambito pop. Lui ha inventato lo stile di valorizzazione della lingua italiana nel pop: sono canzoni molto interessanti, molto strane. Con Pavese mi sono avvicinato all'ascolto di Battiato con la volontà di essere antiMasini (all'epoca, ma adesso Masini non mi fa più paura) e antiVascoRossi. Sono anche un po' stanco nel criticare gli altri: questo è perché penso che è un ideale di una canzone che non evolve.



La Repubblica, 04 Giugno 2005



«E' la prima volta che la musica leggera entra nel regno dei morti, e lo fa col disco più appropriato». Spoon River al Cimitero Monumentale. La poesia di Edgar Lee Masters riarrangiata 34 anni fa da Fabrizio De André entra nella cornice del Famedio. A introdurla è Morgan, l' ex leader dei Bluvertigo, musicista polivalente e amante dei riferimenti colti, dei padri nobili come Umberto Bindi. Il suo recente Non al denaro, non all' amore né al cielo è qualcosa di più di un omaggio a Faber e all' Antologia. Disco-cover dichiarato, esperimento di filologia, è un viaggio nella memoria collettiva che al cimitero ritrova il suo teatro naturale.

Che concerto sarà, Morgan?
«Puro canto, che per i cattolici è preghiera anche se il mio punto di vista sarà agnostico. E poi ci saranno i racconti delle anime: vorrei che chi ascolta li prendesse a pretesto per trovarci la vita dei propri cari. Sarà un momento di emozione da vivere senza volgari schiamazzi da concerto rock, né la compostezza ipocrita della musica classica. è musica pop, da ascoltare per riflettere».

E' la prima volta che suona in un cimitero?
«Prima volta che porto la musica, ma avevo già fatto un reportage fotografico sulla tomba di De André allo Staglieno di Genova. Qui, al Monumentale, è sepolto Gaber: dedicherò a lui Non arrossire. Mi dispiace piuttosto, che non ci sia la tomba di Bruno Munari».

Significa che Milano non ha memoria per i suoi artisti?
«è stata costretta a dimenticare, dalle guerre e dalle ricostruzioni, obbligata a vivere il presente. Se solo Milano si ricordasse di com' era stata progettata da Leonardo da Vinci lacrimerebbe sangue. E invece è stata deturpata dalla barbarie fascista, privata della sua natura elegante e razionale di città concentrica e traghettabile. Dovrebbe far riaffiorare i Navigli per riscoprire la sua poesia».

Ma c' è spazio per le Spoon River a Milano?
«Pochi spazi, pochi luoghi di scambio, ma molte menti aperte. è una città business-oriented, deve aprirsi all' arte, ai suoi scrittori, ai musicisti, al cinema: potrebbe fare business su di loro».

Torniamo a Non al denaro, non all' amore né al cielo. Chi sono i personaggi di Spoon River?
«Gente di mestiere come molti milanesi. Un medico, un chimico, un ottico, un suonatore. Ma è anche un disco visionario: c' è il matto, il malato di cuore, il blasfemo. Quello sarà un momento alto, nel mio concerto, dialogando con Dio. Sarà un concerto con molti strati, come il disco di De André».

Quali?
«C' è il lato cinematografico degli arrangiamenti del giovane Nicola Piovani, la collina, gli epitaffi dei morti che parlano. Cercheremo di ricrearlo con lo sfondo del cimitero. E poi un lato politico, che mi ha fatto scoprire Fernanda Pivano. E infatti porterò il disco a Recanati, prossimamente (a Musicultura, il 23 giugno, ndr), proprio con lei, per riscoprire l' America libertaria e antifascista di Roosevelt».

Che rapporto ha con l' eredità di De André?
«Lo amavo come artista, non avendolo conosciuto personalmente. Sono diventato amico di Dori Ghezzi e Cristiano e ho cercato di riscoprire le musiche e i testi di Fabrizio. Che continua a farci pensare in maniera libertaria, a farci rifiutare gli abusi del potere costituito».

Cimitero Monumentale, domani sera alle 20.30. Ingresso libero.

Massimo Pisa

Fonte

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