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La Repubblica, 09 Settembre 2004



Alla serata finale del Videominuto, il festival dei supercorti di Controradio e Centro Pecci di Prato (sede della rassegna, proiezioni anche stasera dalle 20.30, ingresso libero), domani (10 euro) ci sarà anche Morgan, voce dei Bluvertigo avviato anche ad una bella carriera solista. Ci sarà come giurato ma anche perché coinvolto in una delle opere fuori concorso, Minute stanze del fiorentino Graziano Staino (qui il video) : un corto tutto giocato sullo scontro luce-buio, realizzato su brevissime composizioni di musicisti di culto italiani, tra cui Cristina Donà, Marco Parente e Paolo Benvegnù (gli ultimi saranno a Prato per la presentazione, clou della lunga maratona che si svolgerà in contemporanea, e in collegamento video, a Ostia e Napoli).

La breve durata è una forma che piace a Morgan «perché in una creazione di un minuto può esserci creatività in sovrabbondanza, così come un lungometraggio può essere spoglio e rudimentale. è di facile fruizione (ma non elaborazione, sia ben chiaro) può rimanere impresso per tutta la vita».

Morgan, che ha firmato molti dei suoi videoclip, appartiene con orgoglio alla generazione cresciuta a pane e clip, «sono nato nel 1972, nell' 83 aprì Videomusic e fin da allora mi ha attratto la possibilità di tradurre la canzone in veri cortometraggi, territorio che sta tra l' arte pura e quella funzionale: pubblicizza una canzone in tv ma è totalmente staccata dalle convenzioni, osa, ricerca. Non è un caso che molti registi abbiano sperimentato nuove tecniche di ripresa o montaggio prima su clip poi su film».

La democrazia tecnologica, che ha trasformato persino i telefonini in piccole macchine da presa capaci di girare brevi filmati, renderà accessibile a tutti il formato superbreve «ma la bellezza ha le sue regole: di fronte alla diffusione popolare l' arte del videominuto dovrà essere molto più selettiva per difendere il proprio status di, appunto, arte, e non di mera documentazione del nostro vissuto».

Forse in futuro, come Battiato e Ligabue, anche Morgan si cimenterà con un lungometraggio, da regista, «per adesso trasferisco questo mio desiderio in musica, registrando concept album in cui esprimo la voglia di narrare una storia, di svolgere un tema attraverso parole e musica».

Il minuto di note per Minute Stanze, che sarà presentato da Enrico Ghezzi anch' egli giurato a Prato, «è in realtà un frammento di una mia suite per pianoforte preparato, Heart of mother: le musiche non sono nate per le immagini, ma Staino ha scelto quella microsezione che più sentiva vicina a sé e al senso della sua opera. Sono suoni che non hanno a che fare col rock né, tantomeno, con il punk hardcore, che ha fatto della velocità e della brevità la base delle sue canzoni: a me la prestazione atletica del suonare il più veloce possibile non interessa affatto».

Fulvio Paloscia

Fonte


 


RockShock, 30 Giugno 2004



In occasione del premio De Andrè, che si è tenuto il 24-25 e 26 Giugno nella piazza romana a lui dedicata, abbiamo intervistato Morgan, uno degli ospiti d’onore della serata, per parlare del suo rapporto con la musica di De Andrè e del suo nuovo album Il Suono Della Vanità.

Quando arrivo nella piazza, un caldo venerdì pomeriggio romano, con tutti che già sentono profumo di week-end, c’è un atmosfera molto intima; gli altri gruppi in programma per la serata già stanno provando e con loro c’è anche Mauro Pagani, un altro dei protagonisti della rassegna.

Morgan arriva sorridente, accompagnato dalla sua band abbracciato alla sua Asia, che abbandonerà per l’intervista con me (!!!).

Morgan al camerino preferisce il tavolino di un bar, decisamente più tranquillo di un backstage inondato dalle note dei gruppi che stanno provando. Ci accomodiamo e in un’atmosfera assolutamente rilassata cominciamo l’intervista.

Rock Shock. Stasera sei quì al premio De Andrè, so che per te è un’artista molto importante. Avevi pensato di inserire nel tuo primo album da solista una sua cover “Il Cantico Dei Drogati”, perchè avevi pensato proprio a quella? Morgan. Perchè…forse per un meccanismo di identificazione nei confronti di quel testo.

RS. E’ quindi quello in cui più ti rispecchi?
M. No…ma in realtà io mi identifico in tutta la disperazione di De Andrè, cioè nella descrizione di questi personaggi reietti, rifiutati dalla società. Soprattutto in Tutti Morimmo a Stento…è un disco dove proprio tutte le figure descritte sono come degli emarginati, nel senso che vengono allontanati da quella che è la società per bene perchè hanno qualcosa di strano, o vuoi che sono drogati, vuoi che sono puttane o sono…delle bambine stuprate o sono dei suicidi.

RS. Dei diversi, in una qualsiasi cosa.
M. Si…degli emarginati, in senso etimologico. Quindi…beh, è bellissimo il testo de Il Cantico dei Drogati, un testo importantissimo. Poi è una delle canzoni che ha una parte orchestrale molto ricca rispetto alla solita sobrietà di De Andrè, mi piaceva molto questo arrangiamento così barocco.

RS. Un arrangiamento chi si addiceva di più a Canzoni Dell’Appartamento, rispetto alla classica voce e chitarra di De Andrè.
M. Si…oggi invece ne facciamo altre (dice pensieroso).

RS. Che pensate di suonare stasera?
M. ( ci ripensa )…forse anche Il Cantico Dei Drogati.

RS. Parliamo del tuo nuovo album. Uscirà qualche video, singolo…ad esempio di Una Storia D’amore e Vanità?
M. No, è uscito l’album…della vanità, che tu hai.(guardando la mia copia del disco sul tavolino).

RS. Si, è un grandissimo capolavoro quest’album, come tutti gli altri, soprattutto l’ultima traccia Una Storia D’amore e Vanità appunto, che mi ha emozionato molto. A proposito di questa canzone, molti dicono maliziosamente che possa avere più riferimente a te e ad Asia piuttosto che ad Eco e Narciso. Quanto può esserci di vero?
M. Tutto quello che scrivo io è totalmente autobiografico, contrariamente a De Andrè io non costruisco personaggi altri da me, faccio dei lavori partendo proprio dalla mia esperienza personale quindi…un pò più alla Tenco. Nel senso che se volgiamo paragonare Tenco e De Andrè son molto diversi perchè Tenco si esprime in prima persona e parla sempre di se stesso, ogni volta trovandone un lato nuovo, o un punto di vista, un angolazione nuova però sempre partendo da sè. De Andrè invece il contrario, lui va fuori da se stesso e quando parla dicendo io, questo io non è mai lui, Fabrizio De Andrè, è un personaggio e quindi…De Andrè mi piace molto perchè è diverso da me!

RS. Parlando di Tenco mi è venuto in mente Bindi, so che anche lui ti piace molto.
M. Bindi perchè parla di un amore impossibile, irrealizzabile, un amore che sta proprio in un’altra dimensione, sta in una zona che non ha quasi niente a che fare con la vita ecco, un amore molto strano quello di Bindi e mi piace particolarmente. Devo dire che…strazia! Quindi sconsigliabile in certe circostanze. Quando un uomo viene mollato non può ascoltare Bindi perchè se no…affoga.

RS. Io sinceramente in momenti drammatici non posso ascoltare Aria e senza dubbio nemmemo Una Storia D’amore e vanità.
M. Bèh io Una Storia D’amore e vanità ad esempio l’ho scritta in un momento di massima disperazione di quest’anno!

RS. Hai detto che in tutti i tuoi lavori parli di te, quindi in questo disco, anche se è una colonna sonora c’è qualcosa di personale?
M. Assolutamente, assolutamente! Poi quando ci vado a mettere un testo ovviamente canto solo delle storie della mia vita.

RS. Quindi è più un “album di Morgan” che una colonna sonora?…
M. Beh no, diciamo che è tutte e due le cose, secondo me è tutte e due le cose. Non è un lavoro su commissione fatto in modo freddo, cioè cercando di assecondare le direzioni del regista senza metterci del mio. Tutt’altro, questo è un disco che io sento molto, anche se ho collaborato molto con Infascelli (il regista del film) nel farlo. Proprio nei momenti di crezione musicale anche in studio di registrazione col regista, lui è uno che se ne intende di musica quindi è stato divertente e utile anche, ho imparato molte cose.

RS. Hai utilizzato un metodo nuovo nel realizzarlo…
M. A me infatti piace molto cambiare metodo, la proposta della colonna sonora era fantastica. Poi ne ho scritta un’altra per il film di Asia, lei ha usato credo il 7% delle musiche che gli ho scritto (ci pensa un attimo), ma onestamente trovo che fosse il lavoro più bello che ho fatto nella mia vita.

RS. Quindi adesso ascolteremo queste musiche?
M. Ascolteremo solo due pezzi, io ho scritto tutta la musica di tutto il film, lei ha voluto metterne solo due, non ho ancora capito perchè…però accettiamo la cosa in quanto il regista è il “dittatore” massimo… . Invece adesso ho accettato di un altro lavoro che non ho mai fatto che è un musical!

RS. Di che si tratta?…
M. Bèh adesso non posso ancora parlartene perchè in realtà il regista lo sta ancora scrivendo, quindi è un operazione abbastanza segreta in questo momento…però ti dico: ho accettato questo incarico…sempre più difficile!

RS. Una cosa che mi colpisce di te è proprio questa, il fatto che attraversi tutti i generi: hai fatto musica elettronica, poi canzoni più tradizionali in “Canzoni dell’appartamento”, colonne sonore, ora pure teatro…
M. Ho fatto musica anche per pattinaggio artistico (sorridendo), ho fatto anche musica per la pubblicità…diciamo che mi piace…

RS. Metterti alla prova…
M. Si, mi piace sperimentare metodi diversi e vedere ogni volta delle tecniche di composizione, registrazione, produzione…se questo intacca la musica, cioè vedere dove ti portano queste strade. E poi, dopo invece, quando faccio un album più tradizionale, un album di canzoni, metto a frutto tutte queste sperimentazioni che ho fatto in altri ambiti. Mi piace l’ambito anche radiofonico, ho fatto anche siglettine per la radio, poi ho partecipato anche a programmi radiofonici, cioè…diciamo che il campo dell’audio mi piace!

RS. Si vede!..c’è qualcosa che non faresti mai, un genere, qualcosa per cui non ti presteresti mai?
M. No. Direi che…penso che magari in certe circostanze della mia vita anche la prostituzione potrei accettare!

RS. …in senso artistico o fisico?
M. In senso artistico è molto meno pura come cosa!

RS. Sono d’accordo!
M. Invece adesso il mio trip, il mio nuovo viaggio sperimentale pensa tè è con le cassette! Cioè io sto registrando su cassette e trasferendo sul CD delle cose, dei suoni che registro su cassetta.

RS. Per come viene il suono sulla cassetta?
M. Sia per come viene il suono sulla cassetta e sia anche per quello che riesci a registare con la facilità di una cassetta con l’approccio analogico. Mi son comprato un bel registratorino stereo e registro mia figlia quando gioca, quando parla, quando inventa canzoni…cioè è un bel laboratorio la cassetta.

Non faccio in tempo a chiedergli del futuro dei Bluvertigo che vengono a reclamare la presenza di Morgan sul palco per il soundcheck. E indovinate qual è la prima canzone che prova? Proprio Il Cantico Dei Drogati!

Marco Venturini

Fonte



Indie-Zone, 6 Giugno 2004



morgan indie-zone
Innanzitutto un grazie per la tua presenza qui Morgan, mi premeva subito per riuscire a capire la scelta di musicare un film, quale è stato il tuo primo impatto con il cinema non esclusivamente nella persona di Alex (Infascelli ndr.) quanto con il cinema in generale, con l’ immagine?
Il mio primo incontro con il cinema risale quando ero ancora piccolino, per esempio ricordo di aver visto al cinema il film “ Saranno Famosi” ed era il 75, pensa allora avevo solo 3 anni. A seguire un altro ricordo che mi viene in mente è quello di “Star Wars” di Lucas...ai miei piaceva il cinema quindi sin da piccolo mi ci portavano. Ovviamente data l’età sono caduto in quel giro di tutti i film di Walt Disney, mi ricordo che come molti all’ epoca mi appassionai moltissimo alla trasposizione televisiva di “Pinocchio” di Comencini. Sono dei veri e propri ricordi d’ infanzia che affiorano…il Cinema e poi la musica ovvio. Nel cinema appunto la musica è una parte fondamentale, sia se ripenso a Pinocchio che a Guerre stellari, che porto nel mio inconsci cinematografico, rendendomi conto che oggettivamente sono due immagini che non centrano nulla tra di loro ma la musica….


Proprio per agganciarmi a questo, quale è secondo te il rapporto che corre tra immagine e musica , e quindi per diretta ricaduta tra Cinema e colonna sonora?
Bhe direi che il rapporto è simbiotico, per esempio anche nella musica pop l’ immagine è molto presente se pensiamo ai video clip degli anni 70 in poi , invece nel cinema anche nel film muto c’era la musica, non c’erano i dialoghi ma già c’ era la musica suonata in tempo reale. La musica quindi non è che abbia bisogno delle immagine per sopravvivere, tutt'altro non ne ha bisogno perché è immagine in sé. Però forse abbiamo un' esigenza inconscia nell’ associare l’immagine alla musica che porta inevitabilmente a produrre un sacco di arti. Una di quelle che attualmente è più nota è quella multimediale dove c’è appunto la musica, l’immagine e perché no anche il balletto. Il cinema comunque è l’ esempio più chiaro nel quali tutte queste arti si vengano a sommare in un unico prodotto che è appunto il film stesso dove ci sono tutti questi elementi che sono appunto musica, immagine, l’ arte della parola, la scrittura…


Godard diceva che il film non è solo la mera rappresentazione di una storia ma serve essenzialmente per far pensare…
Quello si, quando un film è bello , ma non necessariamente è così, un film porno per esempio non fa affatto pensare (sorride)


Come è avvenuto l’ incontro con Infascelli e la decisione di lavorare con lui? E Inoltre come hai lavorato materialmente alla lavorazione di questo tuo “Suono della Vanità”?!
L’ incontro è avvenuto con una semplice telefonata, siamo diventati amici, comunque non esiste una collaborazione senza amicizia o senza stima reciproca. Per quanto concerne la lavorazione ho fatto un po’ di tutto, inizialmente leggendo ovviamente la sceneggiatura, incidendo subito alcune mie idee, ma senza mai esser troppo condizionato, poi non ho fatto altro che applicare le mie immagini che si erano create in astratto alla sceneggiatura. Poi ci sono state varie fasi di prova, di riascolto per poi arrivare alla fase finale del missaggio, che ho fatto in 5.1 sorround. Mi è servita devo dire molto questa esperienza perché forse non lo sanno in molti, ma nel cinema si lavora con il sorround con 5 punti di ascolto.


Percui ti sei addentrato molto nelle nuove tecnologie con questa nuova esperienza, rispetto ai tuoi lavori precedenti e magari alla tua attitudine di lavoro precedente?
No, devo dire non molto, ovvio il lavoro è stato “Diverso” ma egualmente complesso, ho sempre cercato di sfruttare la tecnologia anche nei miei lavori precedenti, con lo scopo preciso che questa venisse asservita alle mie idee ed alle idee che volevo comunicare, più genericamente parlando.


Alla conferenza di presentazione de “Il suono delle vanità” alla quale, per la cronaca, era presente anche Infascelli, ricordo in particolare, parlando della struttura del tuo album una frase “Il regista mi ha subito fornito le indicazioni di massima sulle quali ho costruito poi il lavoro: due zone diverse da rappresentare musicalmente, un “sottosuolo” e un “sopra-suolo”". come sei riuscito a rendere musicalmente questi  due momenti che si snodano all’ interno dell’ album? Come metodo di lavorazione quali sono stati i connotati che hai cercato di metter maggiormente in luce?
Bhe vedi, il sottosuolo è più magmatico, il soprasuolo è melodico, mentre ancora il sottosuolo è più rumoristico, il soprasuolo invece timbricamente è più musicale, sembra una dicotomia molto chiara.
Il sottosuolo è composto di tracce che io ho chiamato “Droni”, materici, istintivi. Mentre ancora il soprasuolo è composizione più classica, tradizionale, più legata alla tradizione delle colonne sonore più come dire, canoniche. Tutta quella musica che io associo per esempio ai Gialli, quella musica che mi rimanda ad un'idea di film che deve reggersi sulle parti.


Da un punto di vista compositivo, emozionale ma anche temporale, come hai sviluppato i due momenti di cui sopra? Ed ancora, l’ utilizzo comunque di un’ orchestra così ampia ti è stata necessaria per dare una maggiore pienezza al suono, una completezza che permettesse anche a chi non ha visto “Il siero delle Vanità” di rendere fruibile il disco?
La lavorazione è avvenuta contemporaneamente, non sono stati necessari due momenti compositivi disgiunti, credo comunque che la musica abbia un senso anche disgiunto dalla rappresentazione visiva, il film non è altro che un vincolo compositivo è un pretesto eanche una moda e come ti dicevo è una molla per far scattare dei meccanismi che esulano dalla visione, infatti poi la musica ha senso anche di per sé. Quando ascolti il disco senza aver in precedenza visto il film ti accorgi della musica, mentre se vedi  il film devi esser dentro nel film e paradossalmente non ti accorgi della musica. Secondo me una colonna sonora ben riuscita è una colonna sonora che non si sente, questo perché la musica non è estranea, ma invece diventa un mezzo per favorire la comprensione del film stesso.


Se non ricordo male, hai anche utilizzato dei dialoghi originali del film, questo sono un aiuto in più per far godere il disco ad un “non spettatore” o sono semplicemente un aiuto musicale, semplicemente perché nel contesto del disco stavano bene in quell’ istante ed in quel momento preciso?
Se hai notato bene non ho utilizzato la medesima musica che nel “Siero delle Vanità” contraddistinguono quei dialoghi, ho cambiato, volendo fare qualcosa che sembrasse un po’ come un radiodramma, volevo farla tutta così, cioè costruire una storia utilizzando i dialoghi, diversa dalla narrazione del film che quindi potesse essere una sorta di racconto sonoro. Alla fine poi ho rinunciato a farlo interamente così, ma ho deciso di lasciare due brani che comunque hanno una loro funzionalità all’ interno del disco.


Una curiosità: Hai partecipato alla scrittura della colonna sonora del “Siero della Vanità”, ma cosa è per te  veramente la “Vanità”?
La vanità è per me l’ incapacità di vedere l’ altro e quindi l’ incapacità di vedere se stessi e le parti peggiori di noi stessi, quella zona che ci impedisce di amare gli altri ma soprattutto noi stessi nella nostra “VERITA’”. Ogni essere umano ha una parte gradevole e gradita, una parte meno accettabile quindi chi è schiavo della vanità non sa accettare, ne tanto meno vedere questa sua parte meno accettabile, i suoi lati oscuri cioè quelle che c’è dietro a questa sua maschera di fondo. Percui uno che è vanitoso non sa amare sé stesso ne gli altri, viene attratta da una ipotetica facciata, ma questa facciata è soltanto qualcosa che si trova davanti poi limita la vera comprensione del tutto. La vanità è molto pericolosa.


Da quello che mi sembra di aver capito riagganciandosi anche al film il tema attorno al quale ruota anche il film,se trasliamo questo concetto alla televisione, la vanità rappresenta la diretta conseguenza di questa cultura che rappresenta la tv?
In verità non so quanto di questa cultura dell’ immagine nello spettacolo sia vanità o semplicemente stupidità, pigrizia. Non lo so. Io interpreto tutto in termini platonici, l’ immagine delle cose che noi vediamo sono appunto l’ immagine riflessa delle idee che noi non vediamo, queste stanno in uno spazio al di là della nostra percezione concreta che si chiama iperuranio.
La televisione in tutta questa costruzione è l’ immagine riflessa di un'idea più generica di televisione che risiede nell’ iperuranio, ma io non credo che esista un “iperuranio televisivo”, comunque non guardando la tv da almeno una decina di anni mi risulta difficile anche giudicarla per il semplice fatto che non la ritengo per nulla interessante.


Una curiosità che mi sorge e che ho sempre desiderato chiederti, forse anche dovuto al doppio utilizzo che fai dei tuoi nomi “Morgan” e “Marco”: che contrapposizione si ha tra ilpersonaggio pubblico, il cantante che sale sul palco e il personaggio più “Comune” nell'accezione più alta che il termine può avere.
Inevitabilmente la dimensione dello spettacolo e del palcoscenico impone una scissione, uno sdoppiamento della personalità. Se tutto questo, è fatto per fini artistici è più che ben venuto, perché è un atteggiamento consapevole, mentre se è inconsapevole parliamo di schizofrenia, ma si sa che nell’ arte esiste una “Scena” ed uno “Sceno” ovvero un fuori dalla scena.
L’importante è vedere come stanno e come sono questi due ambiti che sono disgiunti, volendo si possono anche mescolare ma soprattutto si possono invertire...è bello poter portare lo “sceno” nella scena e viceversa.


Se non ricordo male parte dei proventi del tuo album andranno ad Emergency, cosa pensi in particolare di questo momento politico ed in particolare della guerra che sembra grazie alla televisione esser entrata nella nostra quotidianità?
Mi andava di dare un contributo essenzialmente ad Emergency di Gino Strada. La Guerra... (scandisce questa parola) L’ articolo 11 della nostra costituzione recita più o meno “ L’Italia è una democrazia che ripudia la guerra come mezzo di offesa” poi però un altro articolo forse il 48 dice che “le camere hanno la facoltà di far scattare lo stato di guerra”. E' un po’ incoerente questa costituzione ogni tanto, comunque credo che sia assurda questa guerra, non l’ ho mai desiderato mi fa persino schifo parlarne, la stessa parola guerra è oscena, preferisco il termine “battaglia”, è il lavoro che facciamo quotidianamente per difenderci dalle insidie che ci riserva la vita. La Guerra tra popoli, regioni, religioni, tra stati, con le armi, guerra dichiarata sono termini osceni, pensiamo poi a "guerra preventiva"... è una cosa impensabile già ora, è difficile immaginare che ci sia qualcuno che l'ha fatta, ma ancora più credere che ci siano ancora degli allocchi che la difendono, non traendone alcun vantaggio; Bush e gli altri ne traggono vantaggi e me lo posso spiegare ma non comprendere, ma sentire per esempio la “gente” che ritiene che questa guerra sia giusta...secondo me non sanno quello che dicono, sono semplicemente poco INTELLIGENTI, NON RAGIONANO. La guerra non ha a che fare con il ragionamento, proprio perché chi non sa ragionare fa la guerra.


Che ruolo senti di avere all’ interno di questa realtà in quanto artista per contrastare questo terribile fenomeno chiamato guerra?
Spesso si vedono cantanti che vanno a fare performance in territori di guerra con la scusa di far divertire le truppe, secondo me l’ artista non può amare la guerra. I futuristi avevano delle idee strane sulla guerra, io le reputo delle ingenuità, ma forse per un fatto generazionale dovuto ad una loro primordialità di idee, il culto per la macchina, la velocità, l’ aereo... avevano tutti questi miti. Se penso invece a degli artisti penso a delle persone pacifiche, che combattono, fanno delle “BATTAGLIE”, ma non certo con le armi, ma con le parole, con la bellezza.


Rimaniamo un po’ sulla nostra situazione politica. Parlando di guerra mi viene in mente, forse perché anch’io condizionato dalla tv, il nostro televisivissimo premier Silvio Berlusconi…
Non amo molto farmi coinvolgere dalla vita politica anche se mi dicono che il mio nome è comparso su qualche cartellone elettorale, l’ idea di Sgarbi non mi dispiace, ma se si riavvicina a Berlusconi non ci sto, sono dipendente anch’io da questo sistema, ma sono indipendente da Sgarbi ed ancora di più da Berlusconi stesso. Io penso che Silvio sia completamente assurdo, soltanto l’ aspetto di Berlusconi è riprovevole, anche il solo vederlo in tv è osceno.


Berlusconi, Musica, Primo Maggio Censura. Sono elementi che mi vengono in mente pensando ad un determinato personaggio.. questa serpeggiante censura cautelativa non ti preoccupa in quanto artista?
Sono stato censurato un’ unica volta in Rai a Taratatà, la censura esiste, ovvio, ma non credo sia imputabile ad un sistema, ma peggio alla ottusità di certi individui. E' l’ essere umano che è censore in sé. Un esempio è il primo Maggio, ma c’è anche da dire, lo tengo a precisare, che finchè il primo maggio è così scadente musicalmente andrebbe censurato per ragioni musicali. Basta con la porcheria spacciata come musica. Sicuramente se avessi dovuto scegliere chi far suonare e chi no, avrei cancellato Kosturitza, una volta lo vidi che suonava, Lui che è un regista, siccome io non vado con i miei video clip al Festival di Cannes per favore non facciamo suonare Kosturitza con la sua band di schifezze! Non può e non deve suonare ad un festival di musicisti! Questo è comunque un esempio non ce l'ho con lui in particolare, ce ne sarebbero tanti altri. Questo primo Maggio è stato gestito da un manipolo di “romani”, che sono come al solito incapaci di sposare la qualità alla quantità. Sono unicamente dei nepotisti.


Ringraziando per il tempo, la disponibilità e la simpatia concessaci Morgan ed Alessandro Cereda.

Paolo Scotti

Fonte: Indie-Zone


Altre informazioni sul film in 7^Arte - Compositore

     


Este, Sabato 24 aprile 2004

Lo abbiamo incontrato a Milano, tra il pubblico del concerto di Roger Waters, poi nel suo primo album solista, le canzoni dell'appartamento, ha inserito "SE", cover di "IF" dei Pink Floyd. Potevamo non intervistarlo ? Con molta gentilezza ci ha regalato una intervista piena di passione musicale, eccola qui.

INTERVISTATRICE
: Puoi parlarci del tuo rapporto con la musica dei Pink Floyd, sia in veste di musicista che in veste di fan?
MORGAN: Ne parlavo giusto ieri con un mio amico tecnico del suono, i Pink Floyd sono fantastici da ascoltare, tutti i dischi, direi compresi anche gli ultimi The Division Bell e A Momentary Lapse of Reason. Sono gli unici che negli anni ’80 non hanno ceduto a determinate leggerezze musicali, a rimanere forse intrappolati nella loro visione delle cose, che non aveva nulla a che fare con quegli anni (e io amo gli ’80). I Pink Floyd sono rimasti indietro, fortunatamente, e questo gli ha permesso di salvarsi, ne sono usciti indenni, come se non si fossero accorti che erano arrivati gli anni ’80 con le batterie elettroniche e altre cose che loro non hanno mai adottato. The Final Cut dell’83, è un viaggio spirituale di Roger Waters, il disco della distruzione quasi preannunciata dei Pink Floyd, ma poteva essere un disco scritto nel ’69; lo riconosco dal punto di vista tecnico come disco dell’83 perché ci sono dei riverberi… per il modo di utilizzare la tecnologia tipicamente databile in quell’anno, ma per quanto riguarda il contenuto musicale è un disco totalmente fuori dal tempo. Poi arriviamo all’87 con A Momentary Lapse of Reason, anch’esso fortemente datato, anzi, inattuale, che poteva uscire anche molti anni prima. Loro non hanno tempo, e probabilmente è in questo la loro forza.

I: Hai fatto la scelta di inserire “If” ne Le canzoni dell’appartamento, dimostrando il tuo apprezzamento nei confronti dei Pink Floyd con una traduzione fedele del testo. Da cosa nasce questa scelta?
Morgan:If” mi è sempre piaciuta. Questa canzone a me procura uno stato d’animo terapeutico; è una canzone che dovrebbe esser quasi un po’ “storta” dal punto di vista psichico, e invece procura benessere, qualche volta una specie di pace interiore, quindi… perfetta.
Quando ho scoperto i Pink Floyd, ho cominciato a ricercare i loro dischi perché conoscevo il loro più famoso The Wall, che uscì quando avevo più o meno 10 anni; mio padre aveva comprato il singolo di “Another Brick in the Wall” e in casa si ascoltava, con anche il retro “One of my Turns”. Un paio d’anni dopo ho ascoltato l’album, e poi The Dark Side of the Moon e Wish You Were Here, i dischi più “commerciali”, diciamo così. Nell’adolescenza, a 15 anni, mi sono interessato ai Pink Floyd più psichedelici di Syd Barrett, poi Umma Gumma, Middle, e poi Atom Hearth Mother, che è un disco che loro stessi sottovalutano, che non considerano come uno dei loro dischi più importanti, anzi, forse, secondo loro, da quello che ho letto nelle interviste, l’hanno sempre considerato un po’ una specie di disco fatto male, mal riuscito; secondo me è in questo suo esser mal riuscito che è bello, quindi mi piace quanto è “storto”. Già il titolo e la copertina… poi c’è la suite della prima facciata che a me piace molto. Basterebbero queste cose a farlo considerare come un disco assolutamente inqualificabile. Non c’è una parola che possa definire il genere… rock sinfonico… però è già più che rock… è psico-sinfonico.

I: “If” si presenta molto visionaria, almeno nella traduzione, e a noi, leggendola, era venuto in mente un parallelo con “The Baby”, dove ci sono gli occhi di un bambino, gli occhi della purezza, che in “If” ritornano forse distorti dalla follia.
Morgan: Nelle canzoni spesso avviene uno straniamento, cioè l’autore si mette nel punto di vista di qualcun altro, ed è molto affascinante il punto di vista di un bambino, che è per eccellenza, forse, il punto di vista più straniante, e poi c’è quello del matto. La canzone in cui l’io è il bambino è “The Baby” e la canzone dove l’io è il matto è “If”. Io adopero la tecnica dello straniamento per scrivere canzoni. Per esempio, c’è un album di De André, Non all’amore, non al denaro, né al cielo, che è tratto dall’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master, dove ogni poesia è l’epitaffio, comunque le parole di uno che è già morto e che racconta la sua vita. In questo album c’è secondo me in modo emblematico lo straniamento, e guarda caso c’è proprio una canzone che si chiama “Un Matto”, che secondo me assomiglia molto a “If”.

I: Puoi dirci due parole sul particolare arrangiamento che hai dato a “If”, che ha incuriosito alcuni fan che frequentano questo sito?
Morgan: Secondo me “If” è una canzone leggera, quasi uno standard del song-writing: ha una struttura molto classica, molto antica, quasi come la canzone del Medioevo che cantava il giullare, proprio una canzone popolare nel vero senso della parola, in effetti ci sono dentro anche i temi tipici della canzone popolare.
“If” per me è la canzone del “matto”, la più psichedelica del disco, non musicalmente, ma concettualmente. Uno dei riferimenti dell’arrangiamento di “If” è stato proprio “Un Matto”; c’è questo intreccio tra De André e i Pink Floyd che mi sono inventato io. Poi c’è anche un disincanto, anzi, un incanto alla versione più fiabesca di Paul McCartney, che secondo me è stato un grande cantastorie nelle canzoni che ha scritto lui (anche lì, “The Fool on the Hill”, “Il matto sulla collina” tanto per cambiare). L’arrangiamento dei suoi pezzi a me ha sempre ispirato molto, l’ho trovato perfetto per descrivere lo straniamento del testo. “If” l’ho in questo modo resa ancor più popolare di quel che è, invece quella dei Pink Floyd è molto stilizzata, piuttosto pura, senza tante sovrastrutture, senza stratificazioni. La mia è invece molto arrangiata, come fosse entrata nel mio album, anche per un discorso di coerenza sonora. Questo modo di suonarla, comunque, è nato da serate in casa con amici, che è la maniera più naturale per far nascere canzoni.

I: Nel tuo ultimo album da solista, Le canzoni dell’appartamento, dici di voler ricostruire la forma-canzone tradizionale; volevamo sapere se questo percorso può essere avvicinato a quello intrapreso anche coi Bluvertigo, dove sembrava che ci fosse una decostruzione della forma-canzone. Dalla de-costruzione sei in realtà arrivato alla ri-costruzione attuale? C’è un legame tra le due esperienze?
Morgan: Sì, penso proprio di sì. In fondo la canzone mi ha sempre interessato come ambito musicale, come forma, sia nel distruggerla che nel ricostruirla. Sicuramente c’è un mio atteggiamento che non si può definire di-struttivo, ma de-costruttivo che è diverso: la differenza è precisa, perché per decostruire ci vuole la capacità di conoscere le regole. Per distruggere, invece, basta una mitragliatrice, così come per distruggere un sistema legislativo basta l’ignoranza. Mi interessa contestarle le leggi, ma per contestarle vanno conosciute. Le canzoni sono molto più benigne e più libere delle leggi: nel de-costruirle, le canzoni mi sono “simpatiche”, questo significa che non voglio vederle morte, che le voglio solo un po’ pungolare, che mi piace prenderle e girarle, oppure ascoltarle al contrario, se questo procura qualche magia. Nel decostruire, capisci che una canzone non è una cosa tanto stupida, piccola, leggera, perché in realtà è composta da tante parti, è un’operazione complessa, ha un mondo molto ricco.
Dopo anni passati a smontare le canzoni, mi sono trovato un po’ di materia prima intorno, e per una volta ho voluto montare io delle canzoni a mia immagine e somiglianza; per certi aspetti si sente proprio che sono canzoni di qualcun’altro che si è già divertito a smontarle. Invece, nel caso di “The Baby”, “Altrove”, “Canzone per Natale”, c’è una semplicità che ha sorpreso anche me che ero stato abituato, soprattutto dall’opinione degli altri, a considerarmi un essere sempre sfaccettato, per forza paradossale, ambivalente. Invece no, queste sono canzoni pure e semplici che mi piacciono e fanno parte di una mia curiosità ed eclettismo, che mi porta ad essere attratto da tanti ambiti diversi, oltre alla musica. Il fatto di far canzoni non esclude il fatto di distruggerle e viceversa.

I: Leggendo il diario che tieni sul tuo sito, www.marcocastoldi.it, hai definito i tuoi concerti “concerti classici di musiche stanche” e la cosa ci ha incuriosito. Puoi commentare la definizione?
Morgan: Il “concerto stanco” era un concerto specifico, mi riferisco a un concerto a Milano dove ho suonato al pianoforte un programma di musica classica, pezzi scelti in base alla quantità di pigrizia che il compositore riusciva a metter dentro, canzoni con un altissimo tasso di passività, proprio nel loro essere, nella loro armonia. Ho messo in fila una decina di brani di compositori anche famosi, da Satie, a Schumann, Liszt...
Nelle “Consolations” di Liszt, molto sentimentali come brani, a volte si capisce proprio che lui è stanco di questo sentimento che deve ossessivamente provare, e a volte si lascia andare a un oblio che non ha niente a che fare con la passione. Siamo portati a identificare Lizst con la passione, ma secondo me, stanco di questa passione, ci regala dei momenti di perdita di passione che mi hanno incuriosito molto; laddove ad esempio il tema della Quarta o della Quinta Consolazione non l’ha scritto lui, ma l’ha fatto scrivere ad una dama di cui era innamorato. Quindi, nella Consolazione con la stella, lui lo specifica “il tema non è mio”: questo è un buon metodo per sceglierla, questa è la Consolazione stanca, lui non aveva voglia di farla. Ha fatto fare una cosa praticamente a un altro.

I: Ci interessa molto il rapporto che hai sempre avuto coi numeri, che torna in varie canzoni e anche non-canzoni inserite nella tua raccolta “Dissoluzione”, in particolar modo con lo zero e il tre. Cosa ci puoi dire?
Morgan: La numerologia è molto affascinante, sempre che non confini col dare i numeri. Ad esempio Sgalambro, filosofo di Battiato, dice che i numeri non si possono amare e in questo bisogna capire cosa intende per numeri; perché c’è numero e numero, e se non si possono amare i numeri, non si possono amare neanche i concetti, invece trovo che questa frase non si possa considerare vera, perché i concetti si possono amare.
Penso che nella maggior parte dei casi, i concetti, purtroppo, si amano: c’è un concetto in particolare, quello di amore, che si ama. Quindi, c’è chi ama il concetto di amore (io credo di esserne vittima), e qui si entra proprio in un loop, direi, che ha molto a che fare col nostro discorso sui numeri. I numeri sono la struttura che si può tranquillamente amare, anzi, è proprio dentro la struttura tutto quello che c’è fuori, nelle cose. Se noi vediamo una forma che ci piace, questa forma è quella che meglio esprime il numero: cioè, se il numero è una forma, anche una donna molto sinuosa è un numero.

I: È uscita di recente la colonna sonora che hai fatto per il film di Infascelli “Il Siero della Vanità”. Vorresti parlarcene?
M: Non avevo mai fatto una colonna sonora, avevo sempre desiderato farla e Infascelli è stato il primo regista serio, accreditato, capace, però autorevolmente bizzarro, che ha avuto il coraggio di chiedermi di fare questa impresa; fare una colonna sonora è un’operazione molto grande, c’è tanta più musica da scrivere che in un disco. È stato molto bello per me che amo le strutture, lavorare con queste; mi ha interessato molto intersecare temi, sovrapporli, lavorare con tutti questi livelli sovrapposti e che interagivano tra loro. In un disco pop non si può fare, perché c’è una canzone, poi c’è n’è un’altra, e non è che poi la quarta canzone è l’insieme delle altre. Nella colonna sonora, invece, ci sono varie possibilità.
Normalmente i temi sono legati ai personaggi, rappresentano musicalmente il loro carattere: se i personaggi dialogano, i due temi dialogano. Io non ho fatto così, non sono stato così rigidamente ancorato alla prassi, sono andato in modo più libero e anche, spero, più moderno, perché sennò non mi sarei divertito. Ho de-strutturato, ho fatto una colonna sonora che per certi aspetti ha proprio tutto il fare di una colonna sonora, per altri è il contrario di una colonna sonora, perché a volte lavora per contrasto, non commenta, ma agisce in prima persona. Comunque, il vincolo che ti pone il regista con la storia che già preesiste alla musica, la sceneggiatura e tutto l’impianto visivo, credo sia talmente preciso e comodo come calzare un mocassino perfetto, e all’interno di questa gabbia si agisce più liberamente. Paradossale tutto questo, soprattutto perché vengono a cadere miseramente tutti quei piccoli punti di riferimento anche un po’ noiosi a cui si può rinunciare, che sono le certezze della musica radiofonica.
Le battaglie che fanno cantautori, gruppi, cantanti in genere che devono fare un singolo radiofonico che deva rispondere a determinati requisiti, tutto questo per quanto riguarda la colonna sonora possiamo proprio totalmente mandarlo a quel paese.

Intervista di Anna Fioravanti e Sara Zaniboni
Grazie alla Mescal e a Marco


Fonte: http://www.pink-floyd.it/wemeets/02ita.htm


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