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Rockit.it, 12 Settembre 2003



Incontriamo Marco Castoldi al 'Giffoni Music Concept' per una chiacchierata che si rivelerà interessante e per alcuni aspetti anche ricca di sfumature filosofiche - poteva d'altronde essere altrimenti?

Buona lettura.

Il pubblico del 'Giffoni Music Concept' è un pubblico di giovanissimi. Come imposterai il tuo concerto?
Pensavo di mettere in scaletta almeno due pezzi per bambini: mi piacciono molto le forme d'arte che hanno più letture, e la principale fra queste direi che è quella dedicata alla fruizione infantile. Anche nella letteratura ci sono esempi altissimi di questo genere letterario; direi che il più importante episodio è forse "Alice nel paese delle meraviglie" come romanzo in sé dal punto di vista della letteratura. E poi la fruizione fiabesco-giocosa, quella enigmistico-enigmatica ed, infine, c'è quella logico-matematica, che rappresenta quindi una serie di altre letture. Ad esempio, anche "Pinocchio" è un libro che è stato letto in vari modi; conosco la riscrittura di Giorgio Manganelli intitolata "Pinocchio, un libro parallelo", dove l'autore mentre legge il "Pinocchio" di Collodi riscrive un romanzo, praticamente entrandoci dentro come se la forma dello scrivere fosse cubica e non lineare, entrando perciò nella 'tridimensionalità' del romanzo.

Tutto ciò per dire che mi attrae molto come genere. Mentre nella musica ho trovato dei brani interessanti a proposito; Gianni Rodari, un grandissimo poeta di questo genere, ha scritto "Ci vuole un fiore", un pezzo che ha musicato Sergio Endrigo, Per fare un altro esempio, nelle arti figurative per me il maestro assoluto di questo tipo di cultura apparentemente infantile - perché sono delle opere molto più complesse di quello che sembra - è Bruno Munari, in quanto ultimo futurista e artista milanese a cui mi sono anche ispirato molto per fare il mio album. "The baby", ad esempio, è un pezzo ispirato alla letteratura di Munari, che ha scritto anche poesie, canzoni e fiabe visive.

Che tipo di rapporto hai con gli anni ottanta?
Ho sempre avuto parole di entusiasmo nei confronti della demonizzazione soprattutto degli anni ottanta. Quando ho iniziato a suonare professionalmente, alcuni giornalisti mi hanno chiesto se si potevano vedere, stilisticamente parlando, delle tracce di anni ottanta dentro il mio lavoro;io ho risposto che non si poteva negare questa cosa, perché io non li ho mai abbandonati. In verità non considero la moda degli anni ottanta neanche adesso, perché è talmente naturale che io mi sia formato musicalmente in quell'epoca che quasi non devo neanche razionalizzare questa cosa.

Dentro questi anni, comunque, ci sono anche i settanta, i sessanta e i cinquanta; per esempio, negli Style Council, che sono uno dei gruppi più interessanti degli anni ottanta, c'erano dentro gli anni sessanta, era una maniera di fare gli anni sessanta alla anni ottanta. Idem negli Wham di George Michael, che facevano una specie di rimanipolazione del rhythm & blues e del soul. Possiamo citare, poi, i Duran Duran, nei quali, invece, ritroviamo gli anni settanta.

Diciamo che io sono attratto dalla storia, più che dagli anni ottanta; l'infinità che c'è nella storia è molto più infinita dell'infinità del futuro che è nulla, perché non esiste. Nell'inattualità delle cose storicizzate, invece, c'è tutto quell'agire odierno, contemporaneo, moderno: se vogliamo conoscere cosa siamo, dobbiamo partire dall'analisi storica. "Altre forme di vita" è un pezzo che è stato giudicato anni ottanta più che altro perché lì c'è un preciso riferimento, un'ispirazione alla musica dei Devo e degli Ultravox.

Esistono ancora i Bluvertigo?
Sì, anche se momentaneamente sono congelati, nel senso che abbiamo un po' allentato la tensione del rapporto, in modo tale da non farci fagocitare dal music-business o, comunque, dalle pressioni che ha il gruppo. Poi i rapporti se sono troppo ravvicinati, troppo asfissianti, si corrodono, si rovinano, e noi abbiamo cercato di prevenire questo; c'era semplicemente bisogno di staccare ed io con "Canzoni dell'appartamento" ho staccato, ho fatto una cosa che non avevo mai fatto, un album in cui l'ultima parola spettasse a me.

Con il tuo esordio da solista ti rifai alla tradizione, mentre con i Bluvertigo cercavate di distruggere gli stili antichi. I due lavori sono quindi da considerarsi in antitesi?
Musicalmente è chiaro che ho cercato di fare una cosa molto diversa, in modo tale che potesse essere letta come una strada parallela, alternativa, che non andasse a sovrapporsi a quello che era il discorso musicale della band principale. Ho intrapreso una strada che mi piace molto perché fa comunque parte di me: non ho fatto fatica, non ho dovuto inventarmi una nuova personalità o costruire qualcosa che non sentivo mio. Anche nei dischi dei Bluvertigo ci sono dei momenti, delle canzoni, degli episodi che potrebbero essere visti come il germe di quello che sto facendo adesso; in "Zero". Ad esempio, "La comprensione" è una canzone che ha molto a che fare con quello che faccio oggi, solo che là erano solo dei piccoli episodi, mentre ora ho fatto tutto un lavoro dedicato alla musica acustico-orchestrale.

Mi parli dell'esperienza del "Tora! Tora!"?
E' importante riuscire a creare degli spazi, dei luoghi, dove i musicisti che non hanno delle grandi potenze contrattuali possano esibirsi e suonare la loro musica. E' un impegno che ha degli aspetti sociali, e in questo il direttore artistico Manuel Agnelli è molto bravo; lui, poi, è sempre attentissimo alle performance di tutti gli artisti, ed è veramente mirabile questo sui impegno. Il festival si sta espandendo sempre di più, e spero che diventi importante come Sanremo e che, anzi, lo surclassi.

Dato che siamo ad un festival cinematografico, vorrei sapere quale influenza ha il cinema nella tua musica.
A livello di testi molte volte ho citato dei film: in "Decadenza", una canzone del primo album, cito "Blade Runner", mentre in "Zero" cito il "Cattivo tenente" di Abel Ferrara. Il cinema è una delle forme artistiche che apprezzo e conosco di più; infatti adesso sto lavorando a una colonna sonora di Alex Infascelli con il "Siero della vanità", di cui faccio il commento orchestrale. Nell'ultimo album, poi, "Canzone di Natale" l'ho scritta dopo aver visto il film "I vestiti nuovi dell'imperatore".

Tante cose, comunque, mi fanno venir voglia di scrivere una canzone: anche la situazione di questa intervista potrebbe esserne una!

Enzo Mosca

Fonte: http://www.rockit.it/intervista/15484/marco-castoldi-morgan-giffoni-music-concept-21-07-2003



Rockol, 30 Giugno 2003



Ha smesso di avere quell’arietta al confine tra snob e sballato. È diventato padre, è diventato grande, anche se lui probabilmente direbbe che le due cose non sono in relazione l’una con l’altra. Di certo c’è che il trentenne Marco Castoldi, in arte Morgan, è diventato un personaggio credibile – a tutto tondo: lo è nel look (gli fan gioco anche i capelli, già brizzolati), nel modo di parlare, di muoversi, di suonare il pianoforte. Lo è nel disco – il primo da solista – che ha appena pubblicato, e che si intitola “Canzoni dell’appartamento”: in parte di cover, in parte di brani originali, composti e registrati appunto nella casa di Milano in cui Morgan ha vissuto – un po’ da solo, un po’ con la sua (ex?) compagna Asia e la figlia - fino al 3 marzo 2003.

Tra le cover c’è “Non arrossire”, di Giorgio Gaber.
Ma si tratta di una versione un po’ speciale. Il fatto è che per interpretarla mi sono messo a leggere lo spartito, non ho ascoltato il pezzo: quello l’ho fatto solo in un secondo momento. Insomma più che alla tradizione orale mi sono affidato a quella scritta, e ammetto di aver modificato alcuni accordi per diminuire la ripetitività del brano. Battiato mi ha fatto notare che ho anche commesso degli errori. Il brano è stato uno dei primi che ho inciso e ha poi fatto da punto di riferimento per la stesura degli altri.

Come in un concept album?
Non proprio, quelli li facevano Richard Strauss ed Ennio Morricone. Il mio più che altro è un album ambientato, un album di musica influenzata dall’ambiente: un disco che ha assorbito gli oggetti, i suoni, i rumori dell’appartamento in cui l’ho composto, ma anche i consigli delle persone che passavano di lì.

Buoni?
A volte sì, più spesso no. Hanno avuto la loro importanza anche i muri, i tendaggi, i soprammobili, che mi hanno raccontato delle storie, hanno influito anche solo dal punto di vista sonoro. La struttura del disco, il suo essere un “disco da appartamento” ha rappresentato da un lato un vincolo, dall’altro mi ha dato una grande libertà: sapevo che all’interno di quel campo avrei potuto muovermi come volevo.

Sei riuscito a concentrarti come speravi?
Ho un rapporto difficile con la parola “concentrazione”. Se mi concentro divento mentale e non mi piace esserlo. Diciamo che dentro quell’appartamento ho vissuto: e l’album ha vissuto, è cresciuto con me. Ho composto qualcosa anche mentre guardavo la tivù: un vhs con un’intervista a Paul McCartney.

Che diceva?
Una cosa buffa: raccontava di una sua esperienza lisergica durante la quale aveva scritto un pezzo che gli sembrava bellissimo. L’ha risentito il giorno dopo e ha capito che era una stronzata pazzesca. Da questo ho tratto ispirazione per scrivere un pezzo, “Heaven in my cocktail”.

All’inizio il tuo progetto era quello di scrivere un disco di cover. Perché hai cambiato idea?
(Ride) Non volevo che la critica pensasse che non avevo niente da dire. Volevo che evitassero di paragonarmi ancora a Battiato. E poi un progetto che contenesse anche brani originali mi sembrava più interessante. Tra le cover che pensavo di fare e che poi ho escluso c’erano “Put your head on my shoulder” dei Beach Boys, “Il cantico dei drogati” di De André. Ho tenuto praticamente solo “If” dei Pink Floyd, che oltre a essere un brano bellissimo ed estremamente intelligente è anche uno standard del chitarrismo – ammesso che nel rock si possa parlare di standard.

Che altre preferenze musicali hai in questo momento?
In questi giorni mi ossessiona, anche per ragioni sentimentali, “Arrivederci” di Umberto Bindi, che è un autore che in generale mi piace moltissimo. Ne ho spedito una copia anche ad Asia (che in questo periodo vive a Los Angeles, n.d.r.), ma non quella di Bindi che mi sembrava troppo sobria: ho preferito una versione più melensa, quella di Marino Barreto Jr., che più che una stretta di mano è una stretta di cuore.

Sulla copertina del disco c’è una foto di case popolari di Milano. E la città vien fuori un po’ dappertutto, nel tuo album.
Perché è una città che amo molto, anche se è bistrattata dagli amministratori. Era una città meravigliosa, un gioiello architettonico che nel tempo si è deteriorato. Bisognerebbe fare un progetto per sistemarla tutta da capo: a partire dai Navigli che sono stati trasformati in fogne.

Una canzone dell’album si intitola “The baby”. Quanto ha influito la nascita di tua figlia sul disco?
Quella della paternità è un’esperienza straordinaria e insieme di una naturalezza estrema. Comunico con mia figlia anche attraverso la musica: la prima cosa che ho fatto quando è nata è stato trascrivere al computer le Scene Infantili di Schumann, che mi sembrava avessero il potere di calmarla. Ho preferito evitare la classica Ninna Nanna di Brahms che sta in tutti i carillon: è vero che i bambini amano la ripetizione, ma in questo caso si tratta di ossessione. Per mia figlia suono anche le Variazioni Goldberg: ho la sensazione che le piacciano.

Qual è la differenza tra Marco e Morgan?
Sul cd ci sono entrambi i nomi disegnati in modo strano – come se fossero allo specchio. Si chiamano “ambigrammi”, sono giochi a metà tra la grafica e la semantica. Li fa Douglas G. Hofstadter, un filosofo cognitivista mio idolo da sempre. L’ho incontrato a un seminario tenuto da Umberto Eco, ho risposto al suo modo di giocare suonandogli “Changes” di David Bowie su un Preludio di Chopin. Un ambigramma musicale. Un esercizio affascinante, che insegna a leggere le simmetrie nelle cose, ma anche a disgiungere elementi apparentemente simili. Una bella prova di intelligenza.

Paola Maraone

Fonte: http://www.rockol.it/intervista.php?idintervista=600



Blog Wittgenstein, 6 Giugno 2003



“Svincolarsi dalle convinzioni,
dalle pose, dalle posizioni”: provo a prendere Morgan in parola. Provo a sottrarmi a un’impressione di antipatia e spocchia, a un pregiudizio sulle sue capacità derivato dalla lettura di qualche intervista, da qualche volta che l’ho visto in tv (in tv capita di sembrare antipatici e presuntuosi, ma a volte è vero). Mi è sempre sembrato che si comportasse come se pensasse di essere David Bowie, cosa che ritenevo un tantino esagerata. Infatti, quasi tutti conoscono David Bowie, mentre alcuni dei lettori del presente articolo potrebbero non sapere chi è Morgan. Dunque: Marco Castoldi, nato nel 1972 che era quasi natale, milanese, figlio di un artigiano mobiliere e di una maestra elementare, cominciò a suonare nei piano bar ancora minorenne, per guadagnarsi da vivere, come si dice. “A 14 anni suonavo in un pub di Varese. Mi accompagnava mio zio. Facevo i pezzi degli anni Sessanta riarrangiati alla Depeche Mode, con i sintetizzatori”. Pochi anni prima è esplosa la new wave, e grazie alla neonata Videomusic gli si è aperto un mondo: “quando vidi Howard Jones con tutte quelle tastiere, persi la testa. Mio padre mi parcheggiava nel negozio di strumenti musicali e io suonavo le tastiere lì, prima che me ne comprassero una. Poi però suonavo anche David Silvyan. La più grande hit da piano bar è “Forbidden colors”, secondo me”. Si scelse un nome d’arte, che niente aveva a che fare con il film di Karel Reisz “Morgan matto da legare”, come sarebbe fiero di raccontare oggi. Ma siccome è uno sincero, spiega che invece è un nome da pirati, una cosa da ragazzi. Cantava le canzoni da piano bar, spartiti degli anni Sessanta, appunto, cose di repertorio che non aveva mai sentito davvero. Poi cominciò a fare musica sul serio. Prima incise un disco con una boy band ante litteram – “il contratto lo firmò mia madre” - e poi ebbe qualche piccolo sucesso con una band che si chiamava Bluvertigo: divenne un po’ noto – non come David Bowie, però – come Morgan dei Bluvertigo. Si fece vedere in giro con vesti vistose, pizzetto mefistofelico e battute polemiche. Andava matto per Battiato e ci fece amicizia (poi dice l’influenza dei genitori: chi piaceva a tua madre? “David Bowie”. Chi piaceva a tuo padre? “Battiato”). I Bluvertigo fecero musica pop con pretese di ricerca e intelligenza. Non si fecero notare moltissimo, per quanto le recensioni sottolineassero sempre l’anomalia “intellettuale” dei loro dischi, ma Morgan si faceva largo. Poi conobbe Asia Argento e fecero una bambina, Anna-Lou, e lo si notò ancora di più. Si facevano fotografare parecchio e sembrava fossero convinti di essere David Bowie e Asia Argento. Lui, che di musica ne capiva e ne capisce, non si tratteneva dall’esprimere pubblicamente giudizi piuttosto severi nei confronti di colleghi più celebri di lui (non come David Bowie, però). “Io non vengo da una famiglia borghese”, spiega adesso che gliene chiedo conto: come a dire che se uno è l’ultimo della fila e ha fiducia in se stesso deve sgomitare come può, a costo di passare per antipatico: “Io sono per forme di comunicazione più sottili: se tutti i giovani venissero ai miei concerti mi spaventerei. Vorrebbe dire che faccio qualcosa che non va”.

Bene, così si arriva all’appartamento:Morgan e le sue ragazze ci abitano per un anno e mezzo, in questo appartamento di Milano, zona Città Studi. “Ma è stata una convivenza fatta di assenze, discontinua. In questi lavori non si trova davvero una stanzialità”. Quando lasciano l’appartamento, lui ha composto e raccolto musica abbastanza per fare undici canzoni e un disco che si chiama “Canzoni dell’appartamento” – con una forte “presenza delle femmine” - che due settimane fa è uscito nei negozi e una settimana fa è entrato nelle classifiche. Il disco è bello, di canzonette: in superficie sono leggere e orecchiabili, e sotto, un po’ alla volta, si capisce una grande tecnica ed elaborazione: “poi però c’è un sacco di gente che ascolta la musica e basta, e va bene così”, dice. Dice: “Pensavo di fare un disco di cover, ma l’avevano appena fatto Battiato e Robbie Williams, e allora ho scritto dei brani originali e ho fatto finta di farne delle cover”. In effetti, c’è un sound retrò, da “canzone italiana”, in tutto il disco, il suono degli spartiti del piano bar. “Sto ascoltando solo Bindi, ultimamente”, dice, e attacca a cantare “Marie Claire”, in mezzo alla strada. Due cover ci sono, nel disco, ben mimetizzate: “Non arrossire” di Gaber, e “If” dei Pink Floyd, tradotta. Morgan allora spiega che gli sembra una canzone molto italiana, con quell’ipotesi che ricorda Cecco Angiolieri. Una cosa che potrebbe dire uno convinto di essere David Bowie (“Ma no, io sono Morgan, e basta”, obietterà lui, aggravando la sua posizione). Molti suoni sono stati registrati nell’appartamento, altri con un’orchestra, poi Morgan ha messo tutto dentro un Macintosh e ci ha lavorato e ripulito per sei mesi. Ha scritto i testi, e si è inventato versi e immagini all’altezza di David Bowie, ed è stato attento a non cadere in banalità e cliché. Ha fatto un bel disco, insomma, e ci ha messo sopra una copertina raffinata, di architettura razionalista, che allude all’appartamento ma anche a tutto un ragionamento su forma e funzione: forse ridondante, ma sincero.

Adesso sta per andare in tournée: farà serate di solo pianoforte, altre più rock, e altre orchestrali, più simili al disco. Lo si vede di nuovo, in giro, ma sta più attento: “Mi sono accorto che parlo troppo. Mi sono in visto alla tv, e ho realizzato che le persone in tv non dicono tutte le cose che dico io. E dopo un po’ mi annoio di me stesso. Ero stato compresso dal periodo dell’appartamento. Mi sono visto al tg2 parlare della suite come forma canzone…”. “Svincolarsi dalle convinzioni, dalle pose, dalle posizioni”, dice la prima canzone del disco, “Altrove”. Non è così antipatico.

Luca Sofri

Fonte: http://www.wittgenstein.it/html/venerdi060603.html



Divertimento.it, 15 Maggio 2003 



Ritorna Morgan, ma stavolta da solo. Messi da parte - ma solo per ora - i Bluvertigo, il cantante ex ribelle si presenta al pubblico più maturo. Nel look (capelli sale e pepe) e nella produzione musicale, più introspettiva. "Canzoni dell'Appartamento" è infatti un album delicato e a volte struggente, poetico senza perdere però la grinta che da sempre ha contraddistinto il musicista, papà della piccola Anna Lou avuta da Asia Argento.

L'abbiamo incontrato a Roma, ospite della festa di compleanno per i 130 dei Levi's 501, circondato da fan adoranti in attesa di un autografo sul cd. E tra una dedica e l'altra in copertina gli abbiamo chiesto qualcosa in più sulla sua metamorfosi di uomo e di musicista. Evitando l'argomento Asia Argento di cui rifiuta di parlare "farei un torto alla mia professione di cantante e allora vi privo volentieri della mia vita privata."

Morgan, cominciamo con una domanda classica, come mai un album da solista?
"Risposta classica: perché no? Ci sono stati altri esempi mi pare: Bryan Ferry, Freddie Mercury - Brian Eno, suggerisce un fan -. Così posso diversificare la produzione di quello che faccio, essere un po' schizofrenico artisticamente… e poi perché con una carriera da solista posso adeguare la mia musica alla mia età anagrafica. Quando invecchierò, cosa che spero succeda, sarà la musica di un anziano. Invece con Bluvertigo fingeremo sempre di essere eterni ragazzi. Faremo musica giovanilista. Del resto il rock non è altro che questo…"

Non ti è mancato il lavoro di squadra?
"C'è stato anche in questo disco. Perché ci sono un co-produttore, Roberto Colombo e un collaboratore, Carlo Carcano, con cui avevo già collaborato in "L'assenzio" (brano portato dai Bluvertigo a Sanremo nel 2001) e per alcuni brani del nostro primo cd "Zero". E c'è stata anche la consulenza artistica di Asia, ottima conoscitrice di musica rock e non solo. Insomma non mi sono sentito solo in questo album."

Nel cd c'è una canzone "The baby" dedicata a tua figlia Anna Lou…
"E' una canzone che assume la prospettiva del neonato… una cosa che andrebbe fatta quando si mette al mondo un figlio. Pensare che ha un punto di vista diverso da noi genitori. Cercare di capire che le sue esigenze sono tutt'altro rispetto alle nostre e che un figlio non è un prolungamento di noi ma anzi è un qualcosa che è altro da noi… "The baby" è una specie di regressione mia anche nell'uso dei termini, semplici e infantili. E' un pezzo che ha a che fare con il gioco ed è molto psichedelico secondo me."

Qual è stato il momento che ti ha commosso di più nel tuo rapporto con Anna Lou?
"In sala parto quando l'ho presa in braccio e le ho tagliato il cordone ombelicale. E quando al telefono abbiamo comunicato cantando e non parlando… perché lei per ora ha un repertorio di vocaboli molto limitato ovviamente e poi parla inglese e italiano e fa un misto incredibile tra le due lingue. Con me comunica cantando e questo è sempre molto emozionante… Canto per rasserenarla e per ricordarle la voce che avrà sentito quando era nel grembo materno - cantavo utilizzando il ventre della mamma come amplificatore."

Cosa le cantavi?
"Canzoni dei Beatles e le facevo ascoltare Bach. Poi le parlavo, le raccontavo delle storie… una volta la favola di Pinocchio. Questo perché pare che quando un bambino viene alla luce e ascolta la stessa voce che ascoltava quando era nel grembo si sente più rassicurato, non si sente perso."

Parliamo di look… ti ricordavamo con i capelli rossi.
"In Veneto mi dicono che stavo meglio prugna. In Piemonte mi dicono che stavo meglio nero… Onestamente ogni tanto mi vergognavo del mio vecchio colore, ma era una sana vergogna perché non sempre uno si trova a suo agio nelle situazioni. Per esempio quando una volta ogni tanto capita (quasi mai) di andare in banca. Con i capelli arancioni i direttori forse mi accoglierebbero con un po' di sospetto. Ora con i capelli sale e pepe mi preparo ai prossimi giorni venturi che verranno."

Tra i vari musicisti che ringrazi alla fine del libretto del cd c'è anche Antonella Ruggero che tra tutti è quella che fa la musica più diversa dalla tua…
"Beh, è la moglie del mio co-produttore (ride). In più è un'amica che apprezza quello che faccio. Ogni tanto veniva in studio e mi dava consigli anche su come cantare. E una volta mi ha fatto una telefonata molto simpatica. Quando ha saputo che non avrei fatto Sanremo mi ha chiamato per dirmi "grande! Hai fatto benissimo. Non ci andare". La ringrazio anche per quella telefonata."

Parliamo della grafica del cd…
"Mi piace molto. Innanzitutto perché ho contribuito e poi perché fa parte di un progetto più vasto. "Canzoni dell'Appartamento" è un cd da vedere e non solo da ascoltare. Alla musica è legato un documentario ambientato nelle stanze dell'appartamento e girato dal mio amico regista Dominique Degli Esposti da sempre collaboratore, fonte d'ispirazione, e maestro di vita. E' venuto ad agosto nel mio appartamento a documentare la situazione e ha documentato il nulla. E' stato una specie di girare a vuoto nell'appartamento e nell'isolato. Cioè il mio tentativo sempre mal riuscito di uscire dall'appartamento. Costantemente io mi trovavo a ritornare nello stesso luogo da cui provenivo. Sempre rinnovato ma sempre lo stesso luogo. Ecco il concetto di "Altrove" (prima traccia e primo singolo del cd). Nell'album ci sono due libretti: uno di testi e uno di fotografie, immagini tratte da questo documentario visibile. Come nel video clip del singolo che sarà un ennesimo montaggio di queste immagini".

Vanessa Bozzi

Fonte: http://www.divertimento.it/musica/italiana/morgan-interview-1 e http://www.divertimento.it/musica/italiana/morgan-interview-2



Il Resto del Carlino, 7 Maggio 2003



MILANO — Morgan gira con una cappelliera piena di musica e parole, libri e cd, l'arredamento mentale di un artista civile (non pop), che licenzia un album solista come l'antologia-diario di questi ultimi due anni della sua vita. "Canzoni dell'appartamento", sono «undici pezzi retrò, fuori moda nel mondo contemporaneo, che usano un linguaggio più tradizionale, senza la pretesa di destrutturare e concettualizzare tutto. E la voglia di avvicinarmi — confessa l'autore — ad un mondo emotivo che non avevo mai affrontato. Una regressione che avviene, naturalmente, con l'esperienza dell'infanzia rivissuta attraverso i figli. Quello che mi è accaduto con Anna Lou». Morgan suona pianoforte, basso chitarre e altro con una band e una grande orchestra di archi, ottoni, legni e questo è un progetto di «musica organica in cui è l'ambiente a influenzare la prospettiva sonora. E non viceversa». Con la cover imperfetta di "Non arrossire" di Giorgio Gaber e la traduzione di "If" dei Pink Floyd. Un viaggio a ritroso nel tempo, accompagnato da canzoni «perchè le tematiche del rock sono quelle irrisolte o rimosse dell'adolescenza e la forma è una gabbia vincolante. Qui ho messo le mie anime, i dischi che ascoltavo di mio padre: vinili e cassette di Elvis, Beatles, Stones, Pink Floyd e De Andrè, qualcosa di Ravel, niente Bob Dylan, molto Little Richards e Platters, 45 e 78 giri...». Affascinato dalle contaminazioni fra classica-contemporanea-rock, Marco Castoldi, 30 anni, monzese, lavora per la prima volta «con i materiali trovati sul posto, come l'architettura di Lloyd Wright». La metafora preferita. «Perchè anche le tende e i soprammobili dell'appartamento (a Città Studi) hanno contribuito a questo lavoro, registrato con session al pianoforte e le finestre aperte. In modo che i rumori della città scorressero sotto, dal traffico allo sferraglire del tram. Riascoltando le tracce ho scoperto che gli uccelli cinguettano a Milano...». Nella musica entrano anche altri rumori domestici e quotidiani, come la televisione. O la voce di Paul McCartney che racconta un viaggio in acido in "Heaven in My Cocktail". Nella casa aleggia la presenza/assenza di Asia Argento, l'ex compagna a cui è dedicato "Aria", e della figlia Anna Lou, due anni, a cui canta "The Baby". Ci hanno vissuto per pochi mesi, adesso stanno in America. E' un argomento doloroso che affronta cominciando dalla figlia: «Con lei ho scoperto che i bambini hanno bisogno di ripetizioni, come i loop, perchè le forme moderne, dal minimalismo in poi, sono inpotiche e terapeutiche. Anche per un bambino grande come me». Continua: «Nell'appartamento per 3, 4 mesi c'era una famiglia. Un po' fantasma. Più spesso immaginata che vissuta. Quello che mi fa male è che ogni tanto leggo di loro e di me aprendo un giornale. Cose che a volte non mi piacciono e mi fanno pensare che la musica è fedele, non ti tradisce. Ti risponde di più, ti parla di più». L'album è stato «scritto per strada, in treno. "Italian Violence", in aereo, andando in America a trovare la famiglia. Tutto sul computer e poi trascritto su carta, per un'orchestra di 36 elementi, registrata al Teatro Giordano di Foggia. "Altrove" è nata al basso, mentre facevo il verso a "Stand By Me"». Doveva essere un disco di cover, «ma dopo che Battiato è uscito con "Fleurs", ho cambiato idea e ho scritto canzoni che hanno l'apparenza vecchia, potrebbero essere tranquillamente degli anni '60». Ma hanno la rarefazione consapevole della colonna sonora elegante, dell'impronta emotiva, del segno essenziale di un'epoca. Contemporaneo e pop, alla Battiato, mai minimalista. Morgan fa una postilla autobiografica su "Non arrossire". «Volevo sostituirla con "Arrivederci" di Umberto Bindi, ne ho solo mandato una versione ad Asia. Più melensa di quella di Don Marino Barreto jr.».

Marco Mangiarotti

Fonte: http://www.ilvademecum.it/2003/html_89/Foggia_Italia.htm

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05.12.2014 Pubblicata l'autobiografia di Morgan "Io, l'amore, la musica, gli stronzi e Dio"

Bibliografia

23.11.2014 Morgan canta ad X Factor il nuovo brano "Destino cattivo"

Video

06.12.2013 Morgan presenta l'inedito "Spirito e Virtù" a X Factor 2013

Video e Testo

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