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MUSICA E DISCHI

Morgan
Non al denaro né all'amore né al cielo ****1/2
Produzione: Morgan
Columbia (Sony Music) 5197352

Decisamente Morgan conosce l’arte dello spiazzamento. E infatti questo suo nuovo progetto spiazza tutti e tutto: non un album di cover ma la cover di un intero album. E che album! Pubblicato nel 1971, Non al denaro né all’amore né al cielo era l’omaggio di Fabrizio De André al poeta Edgar Lee Masters e alla sua Antologia di Spoon River. All’epoca (Morgan non era ancora nato) l’album fece storia, suscitò emozioni e dibattiti, venne imparato a memoria da un’intera generazione di liceali e alcune canzoni (Un giudice, soprattutto) vengono ancora oggi considerate fra le più belle di De André. Ora Morgan affronta tutta questa ricchezza con la sapienza e la lucida incoscienza che in questi anni ha dimostrato di possedere: canta con una maturità straordinaria, rispetta l’originale ma ci mette del proprio. Rispetto all’edizione “fabriziana”, questa “morgana” è apparentemente meno declamata, meno “brechtiana”. Se De André aveva rispettato e accentuato la diversità dei caratteri di Masters, Morgan ne offre una rilettura più psicologica per la quale i diversi “morti sulla collina” sembrano più sfumature di un’unica grande anima. Tra tutte, la più riuscita è Un malato di cuore.

di Antonio Orlando

pubblicata su Musica & Dischi: n.686 - 2005/05 pp. 44




DELROCK

Ci sono dischi che non hai bisogno di ascoltare, ti basta sapere come sono fatti e che esistono. Questo di Morgan, per esempio, che più che un «progetto stravagante e paradossalmente inedito» (parole sue), sembra piuttosto un affettuoso e geniale gesto: ri-produrre minuziosamente un'opera famosa come l'album del 1971 di De André dedicato all' Antologia di Spoon River, di Edgar Lee Masters. Un re-make puntiglioso e impegnativo, usando i suoni della nostra epoca musicale ma attenendosi con cura all'originale e al «pop barocco», dolente e beffardo, disegnato da De André con le tempere di Nicola Piovani. Morgan dice che «nella ricostruzione mi sono accorto di ripetere, raddoppiare, allungare, rallentare la velocità, amplificare elementi nascosti, svelare, smascherare citazioni e inserirne di mie» ma il gioco è così sottile che alla fine le due tele si sovrappongono quasi precisamente - per la gioia del ri-produttore, credo proprio, che a tanto aspirava, e la sorpresa e/o frustrazione di chi ascolta, che forse aveva immaginato un intervento più invasivo e stravolgente. «Non un disco di cover ma la cover di un disco. Non un disco ma una dis-cover». Morgan sembra aver coronato un vecchio sogno, rientrando in quell'appartamento in cui era nato il suo disco prima, che poi è la stanza delle fascinazioni infantili; ed è così fiero del risultato ottenuto da spingere all'estremo il paradosso - «lo considero il mio disco migliore».

Riccardo Bertoncelli
12.05.2005




BIELLE

Ben fatto, ma perché?
di Antonio Piccolo

Ben fatto, ma perché? Questa è la ovvia domanda che viene da porre, non dico nel sentire il disco, ma nel sentire la notizia dell'uscita del remake di "Non al denaro non all'amore né al cielo" di De André. Ossia, quello che il sottoscritto ha sempre considerato il miglior lavoro prodotto nella storia della musica italiana del '900. Perché, se proprio si vuole fare un atto d'amore a De Andrè - come è stato ribadito da Morgan e dalla Fondazione D'Andrè (che ha coordinato il progetto) - non si riprende interamente uno dei primi album, di quelli poco curati musicalmente, anziché questo?
La rilettura, in tal caso, deve essere una cosa spiazzante, che modifica completamente l’originale - azzardo comunque sconsigliabile per un lavoro così straordinario. Morgan è un musicista che sa il fatto suo, che unisce ad intuizioni d’avanguardia un’ottima preparazione classica: questo ci faceva sperare che la sua opera avesse quel rinnovamento che la rendesse interessante, anche se provocatoria o, persino, brutta. Macché. Un bel disco, sia ben chiaro.
Ma è un bel disco perché, in linea di massima, Morgan non scuce per ricucire, non sveste per rivestire, non imbianca per ridipingere. E’ un bel disco perché l’originale era tre volte più bello, e lui prende il materiale così com’era per adornarlo qui e lì. E per “materiale” non si intende parole e melodie, no! Si intende parole, melodie, ritmi e anche gli arrangiamenti eccezionali di quell’allora giovane genio che è Nicola Piovani.
Certo, rispettoso, viene da dire. E infatti lo è fin troppo se, spesso, i cambiamenti consistono in un basso dal suono più elettrico, sintetizzatori più moderni, ritmi allargati e cori polifonici. E poi, in sostanza, è anche un fatto di carisma e di presenza. Morgan forse sarà più intonato, eppure la sua voce non ha niente a che vedere con l’intensità delle interpretazioni di De Andrè, in generale, ma soprattutto in quel disco, dove più che mai diventa un cantante-attore.
Morgan non evidenzia e non ricerca il senso del testo, soprattutto quando ci dovrebbero essere rabbia, amarezza, rancore. Al massimo, riesce ad esprimere un senso disincantato e malinconico, cosa che lo rende particolarmente apprezzabile nell’interpretazione di “Un malato di cuore”, perchè quei sentimenti fanno parte dello spirito del brano stesso. Oppure è piacevole nel pezzo che, per armonia e ritmo, è la canzone più “nella norma”, ossia “Un matto”, dove gioca con la voce in perfetto stile-Locasciulli (ma è improbabile che Morgan sia esperto in materia). Studiato, eseguito con grande professionalità, con abbondanza di archi, fiati e clavicembali: bel disco, certo. Ma senza la creatività necessaria che dà un senso alla cover di un intero album. Tanto da non essere indispensabile nemmeno per gli ammiratori più fanatici di De Andrè.
Insomma, c’è poco da fare i conti e trastullarsi in pensieri filosofici: alla faccia dell’atto d’amore, l’intento appare più che altro commerciale. Tanto da parte di Morgan, che fa un occhiolino ad un pubblico - quello di De Andrè - su cui, evidentemente, non ha molta presa; tanto da parte della Fondazione, che fa altrettanto con il pubblico di Morgan.
Dove Morgan mette le mani con decisione, ne viene un risultato ottimo. Parliamo di “Un ottico”, dove l’interprete ci va giù in giochi ritmici e vocali, effetti psichedelici, per non parlare di una fantastica improvvisazione free-funk, eseguita dal gruppo Le Sagome. Occhiolino al jazz che offre un buono spunto anche ne “Il suonatore Jones”, grazie a piano e batteria. Perché Morgan non ha avuto la buona idea di fare la cover solamente di “Un ottico” in un suo nuovo album di inediti, come vero atto d’amore?




NEWSIC

NON AL DENARO, NON ALL'AMORE, Nè AL CIELO

Il coraggio di Morgan (cantante dei Bluvertigo) è dimostrato nel suo ultimo progetto: la pubblicazione di "Non al denaro, non all'amore, nè al cielo", la rilettura dell’album di Fabrio De Andrè del 1971, a sua volta liberamente tratto dall’Antologia di Spoon River del poeta americano Edgar Lee Masters.
Un’operazione unica nel suo genere, il primo re-make discografico della musica italiana. Dopo l’esordio con “Le canzoni dell’appartamento” , la colonna sonora “Il suono della vanità”, Marco Castoldi, questo il vero nome di Morgan, ha deciso di dare una libera e personale interpretazione del disco “alla moda sonora contemporanea”. Un disco barocco, in totale contro tendenza con l’attuale scena musicale, ri-arrangiato e ri-prodotto da Morgan. Non è un disco di cover…ma una dis-cover.
Morgan ha fatto una ricostruzione filologica dell’opera, agendo sulla materia in maniera rispettosa, senza alterare le note, come il direttore d’orchestra quando esegue una partitura. Un disco completamente costruito da canzoni personaggio, uno schema molto amato da Morgan, già utilizzato per il brano “The Baby” e con i Bluvertigo…
L’artista ha anche trovato elementi di riconoscimento e autobiografici in ogni personaggio dell’album, come ad esempio l’analisi della religione del Blasfemo (un ateo intelligente) nel pezzo “un Blasfemo”; con il ‘matto’ e il ‘suonatore Jones’, due intellettuali uno il paroliere (matto) l’altro il musicista (Jones), in “il suonatore Jones”….
Tutti conoscono il lavoro originale di De Andrè, ora sarà la nostra coscienza a valutare l’operazione di Morgan; bocciare l’iniziativa valutandola un ‘azione azzardata chiedendosi “era proprio necessario?” , oppure dare il giusto merito alla maniacale ricostruzione ed esecuzione del rocker di Monza.

Le differenze principali tra la versione originale e quella di Morgan:

De Andrè
durata complessiva: 31’15"
numero brani: 9

Morgan
durata complessiva: 43’22”
numero brani: 17 (Nelle canzoni-suite c’è un ID all’inizio di ogni sezione)
Voto: 7
Carlo Cassani 02.06.2005




ROCKIT

Non al denaro non all'amore nè al cielo
Mescal / Sony BMG (2005)
di Carlo Pastore 31.05.2005

Non è semplice. Nel marasma dei tributi, nella folle rincorsa alla memoria e nel molto più naturale accostarsi ai modelli, non è semplice capire che cosa sia rivisitazione culturale, che cosa semplice ed onesta devozione ad un grandissimo e che cosa invece pura merda. Tutti sembrano riferirsi a tutti, e tutto si adagia su una mediocrità di fondo dilagante. Però poi c'è sempre la possibilità di stupirsi. Allora arriva uno che si metteva l'ombretto in un gruppo electro pop, ti piglia uno dei dischi più belli della storia e con una bravura fatta di tecnica e cuore - che non è nè mediocrità nè paraculaggine - riporta alle luci della ribalta e sul crinale dell'emozione la Storia.
Quando Fabrizio De Andrè pubblicava "Non al denaro non all'amore nè al cielo" correva l'anno 1971. Morgan non era ancora nato. I miei non si erano ancora conosciuti. Io ero solo un respiro affannoso in qualche progetto abbozzato a matita. Allora, già raccontava con la stessa poesia che lo ha consegnato agli annali della letteratura e della canzone di personaggi di confine, di bordo, di periferia. Di uomini e puttane, e di quelle storie che avrete letto in tutte le migliaia di articoli che gli hanno dedicato nel bene e nel male. Da grandissimo, da intellettuale ed artista superiore per sensibilità individuale e sentimento umano, da pittore solitario della realtà e giocoliere triste delle parole, il Faber di "Non al denaro" immergeva in una musica popolare e colta le vite di personaggi che alla vita erano arrivati per vie traverse e traballanti culle, uomini che nascevano nel letame come puzzolenti eppure meravigliosi e salvifici e autentici fiori.
Concept album. Lo definirono così perchè tutto era uno. La parte musicale, firmata Fabrizio De Andrè / Nicola Piovani, era una sequenza di storie musicali interconnesse. L'opera non si sfilacciava ma si rincorreva attraverso citazioni e rimandi, condivisione di note e ponti psichedelici. I testi, scritti da De Andrè con Giuseppe Bentivoglio, erano l'adattamento di nove dei 244 epitaffi che compongono l'intera Antologia di Spoon River, firmata da Edgar Lee Masters. Ciascuna canzone era un personaggio, e ciascun personaggio mostrava una sensibilità che andava oltre la semplice caratterizzazione.
Questo patrimonio non poteva andare perso. Dori Ghezzi - una vita dedicata ormai a mantenere viva l'opera del marito nel segno dell'oggi - lo sapeva, e sapeva pure che la vera audience di Faber sono i giovani, unico futuro possibile per canzoni dal messaggio eterno. Quale maniera dunque per trovare strade che parlino loro? Non portarli in un museo, ma creare su emozioni vecchie sensazioni nuove. Dori sapeva anche questo, e quando scelse Morgan per proporgli una rivisitazione personale di "Non al denaro" lo fece credendo che fosse il vero erede di Fabrizio e apprezzandone la sua personalissima maniera di interpretare il pop, ammiccante ma non vacua.
Castoldi dunque prese la palla al balzo, evitò le interpretazioni audaci, scansò i troppi intellettualismi noiosi si pose in atteggiamento di deferenza autorevole. Prese "Non al denaro", lo rifece da capo, aggiunse qualche riff, in "Un medico" ci mise il tema regio dell'"Arte della Fuga" di Bach e in "Un chimico" ci inserì il suo famoso canone. Praticamente, fece il primo remake della storia della musica italiana. Come San Paolo che parla di Cristo, folgorato sulla via di Genova. Con i suoi peccati alle spalle e con una nuova più autentica consapevolezza. Il risultato è questo disco: credibile, barocco, deferente ma tenace. Forse inutile per chi dopo De Andrè mette un punto a capo. Eppure, quando la rivisitazione originale e fedele di una tale immensa opera è condotta in cabina di regia con una mano così ispirata e una tecnica strumentistica e vocale tanto forte e poderosa, la cosa funziona. Per me, che sono un pivello incuriosito dal passato. Ma anche per chi, vecchio amante agganciato a quella fantastica voce, gradisce sentire come, anche nel 2005, dedicarsi ad una pagina di storia possa avere un semplice eppure importante senso.




BLOOMRIOT

Nel 1943 Einaudi pubblicò, con la traduzione di Fernanda Pivano, un libro di poesie di un poeta statunitense sconosciuto, dal titolo Antologia di Spoon River.
Nel 1971 Fabrizio De André riprese alcune di queste poesie e ne fece uno dei migliori album della sua carriera cantautorale: Non al denaro, non all’amore, né al cielo.
Questi due riferimenti sono fondamentali per capire l’opera di Morgan, il quale, esaltandone l’essenza orchestrale e poetica, ha riproposto nel 2005 l’album del cantautore genovese.
I quarantatre minuti del disco si diramano in diciassette pezzi, che danno l’impressione di trovarsi di fronte ad un’unica canzone: ci si sente quel signore che, persosi nel cimitero di Spoon River, ascolta le storie di coloro che sono dimorati in quel luogo. Le liriche sono rimaste quelle di Faber, senza alcuna variazione, così, una volta inserito il disco, ci si trova ad essere immersi prima nella presentazione del cimitero con Dormono Sulla Collina, per poi incontrare, nell’ordine: Un Matto, Un Giudice, Un Blasfemo, Un Malato Di Cuore, Un Medico, Un Chimico, Un Ottico, fino al saluto lasciato al Suonatore Jones. Marco Castoldi riesce a dar loro vita con un’interpretazione sofferta, coinvolta, ma soprattutto coinvolgente. L’ascolto è emotivamente carico e l’ascoltatore annega nelle storie di quei ritratti che, presentandosi in prima persona, diventano persone vere e proprie: amici, nemici, odiati e amati. Le musiche sono parte fondamentale in questa creazione di uomini, diventando i nervi e le ossa del loro corpo narrativo, non solo un contorno. Questo è stato colto a pieno da Morgan che, suscitando le critiche (ingiustificate) di molti, ha scelto, in collaborazione con Valentino Corvino, di non cambiarne le melodie, ma di valorizzarle. Per fare ciò hanno seguito due strade: da un lato hanno ritoccato e rimodernato gli arrangiamenti con ampliamenti strumentali e mani di elettronica (splendidi i sussurri di sottofondo a Un Matto), dall’altro hanno indicato come tracce singole alcuni strumentali quale, per esempio, L’Inverno di Vivaldi, che, in chiusura di Un Malato Di Cuore, sottolinea la storia di quell’uomo che si è visto calare il freddo sul cuore, una volta provato il primo amore.
Insomma, si può dire che Non al denaro, non all’amore, né al cielo consacra Morgan sia come esperto musicista, dato che lo studio che sta sotto questa riproposizione è estremamente approfondito nella ricerca di un suono nuovo che non rovini il gusto antico dell’originale, sia come interprete, dato che, con la voce sussurrata e accennata, ma anche piena e profonda, riesce a non far rimpiangere i bassi tremanti e coinvolgenti di De Andre.
Ciò che ne esce è un disco dai toni vibranti che, senza tradire l’originale, riesce ad avere una dignità propria e a prendere per mano l’ascoltatore fino a farlo sentire parte del viaggio narrato.




ROCKOL


“Il primo re-make discografico della musica italiana”, annuncia il comunicato stampa di presentazione del Cd. In effetti, siamo di fronte a un esperimento unico nel suo genere. Non che manchino, nella storia più recente della musica “pop”, gli interventi di restauro e di revisione storica dei classici (lo hanno fatto recentemente il Brian Wilson di “Smile” e il Mauro Pagani di “Creuza de ma”, altro capolavoro di Fabrizio De André: ma in entrambi i casi ad incaricarsene è stato un musicista coinvolto direttamente nella stesura del progetto originale). E in America, qualche anno fa, i Phish di Trey Anastasio avevano preso l’abitudine di celebrare le festività di Halloween riproponendo in concerto, pezzo per pezzo, pietre miliari del rock come il “White album” dei Beatles, il “Quadrophenia” degli Who, il “Remain in light” dei Talking Heads e il “Loaded” dei Velvet Underground. Morgan però è andato oltre, ispirandosi ai rifacimenti cinematografici e alle modalità con cui direttori d’orchestra e strumentisti classici tengono in vita la musica “seria”: il vecchio disco ispirato all’ “Antologia di Spoon River” lo ha studiato e metabolizzato, trascrivendo, analizzando, scindendone e ricomponendone le molecole sonore come un matematico o un piccolo chimico delle note. Quando l’album del grande genovese uscì, era il 1971, Marco Castoldi non era neppure nato. Ma chi è cresciuto in quell’epoca ne ricorderà perfettamente il forte impatto emotivo (capitò anche il miracolo di sentirselo proporre in classe da qualche insegnante di lettere particolarmente illuminato), la magia evocativa dei personaggi e delle parole (adattate sulla base delle traduzioni di Fernanda Pivano con il contributo di Giuseppe Bentivoglio: e chi si è dimenticato, tra i quarantenni/cinquantenni d’oggi, il rancoroso giudice nano, il suonatore Jones o la collina dove dormono le anime dei defunti?), l’ambiziosa, movimentata scrittura folk/prog/rock/barocca delle musiche composte assieme all’allora giovanissimo Nicola Piovani, che molte lune dopo avrebbe raccolto un premio Oscar per la colonna sonora de “La vita è bella”. Oggi, Morgan si è caricato sulle spalle il peso intero, badando personalmente a produzione, direzione d’orchestra e arrangiamenti, assumendosi la responsabilità di coordinare il gruppo di strumentisti (“le sagome”) e il quintetto d’archi (“l’orchestra scomposta”) che lo accompagnano lungo l’intero percorso. L’autostima, evidentemente, non gli fa difetto, ma non si può dire che non lo si sapesse. Sulle implicazioni e i risultati della singolare operazione si è già aperto un piccolo dibattito. Appropriazione indebita o giustificata, come sostiene l’interessato, dal carattere eminentemente popolare di un’opera entrata nel patrimonio condiviso degli italiani? Esercizio virtuosistico fine a se stesso o reinterpretazione geniale? Una premessa fondamentale è che l’operazione è stata non solo approvata ma persino istigata da Dori Ghezzi e dalla Fondazione De André, sigillo doc che taglia la testa al toro. E poi nulla vieta, in un contesto di libero mercato e di libero pensiero, di cimentarsi in una sfida di questa portata. A qualcuno è dispiaciuto che Morgan non abbia “osato” di più, plasmato creativamente a suo piacimento la materia: il monzese in effetti è rimasto fedele, fedelissimo alle partiture del ’71, e trovare le differenze tra l’uno e l’altro disco è un po’ come cimentarsi in quel vecchio giochetto da Settimana Enigmistica. Ma la sua non è neppure una copia carbone asettica, una clonazione inquietante e beffarda sullo stile delle cover che Todd Rundgren diede alle stampe nel 1976 con l’album “Faithful”. Ci sono piccole variazioni sul tema, che il musicista annota con dovizia di particolari nei suoi commenti al disco (se non lo ha già fatto, sarebbe utile li pubblicasse sul suo sito Internet, tanto aiutano a “leggere” il lavoro e le sue intenzioni): qualche avvicendamento strumentale, un flauto a coulisse al posto di un’ocarina, un theremin in luogo di una voce soprano; e poi pezze e pilastri di rinforzo agli arrangiamenti, i tempi rallentati, le “intro”, le code e le dilatazioni che allungano di dodici minuti circa la durata complessiva del disco, le riprese tematiche che servono a sottolineare il senso del “concept” e la ciclicità dei temi, vita e morte, scienza e religione, conformismo e libertà. “Un ottico”, mini suite onirico-psichedelica a ritmo cangiante, sembra fatta apposta per l’uomo dei Bluvertigo, che in una inedita coda strumentale in chiave funk jazz lascia i musicisti liberi, per una volta, di galoppare travolgendo i rigidi steccati delle partiture. E’ a suo agio e sembra divertirsi, Morgan, anche quando si tratta di sottolineare e amplificare le citazioni barocche e classicheggianti sparse da De André e Piovani (il Vivaldi de “Un malato di cuore”, il Bach di “Un medico”, il Pachelbel di “Un chimico”); alla danza popolare di “Un matto” imprime un tono più frizzante e giocoso, ad “Un giudice” una spinta ritmica più aggressiva con un cenno di boogie e rock blues. Nei titoli di maggior respiro melodico, “Un blasfemo” e “Un malato di cuore”, sembra di percepire nella sua voce un pizzico di emozione e di slancio romantico in più, rispetto all’esposizione asciutta e lineare di De André; in “Dormono sulla collina” una punta d’enfasi teatrale e un certo abbandono. Morgan assicura di non averlo fatto apposta e di considerarlo anzi un limite: ma sono proprio quelle increspature, quelle piccole frizioni a produrre un po’ di calore, a scongiurare che il tutto si riduca a un esercizio freddo e intellettuale che provoca ammirazione ma non coinvolge. Ha lavorato con grande cura dei particolari, il Castoldi, a partire dal packaging di copertina (peccato per il brutto, doppio refuso nel sottotitolo di “Un blasfemo”; e per quell’uso fastidioso e scorretto dell’accento grave invece che acuto sulla particella “né” del titolo: errore che, siamo andati a verificare, si replica dai tempi dell’album originale in vinile con la sola eccezione delle ristampe nella linea economica Orizzonte della Ricordi…). Ci ha messo competenza tecnica, probabilmente molte ore di studio matto e disperatissimo. Il giovane musicista (massì, ha solo 33 anni…), lo ha raccontato lui stesso, ha trovato facile identificarsi in personaggi come il matto e il suonatore Jones, e nella loro libertà creativa, soprattutto dopo che le sue “Canzoni dell’appartamento” lo hanno affrancato dal ruolo di rocker bistrato e post glam aprendogli le porte della canzone d’autore tout court. Ed è stimolante, la sua idea che le musiche e le parole di De André meritino di essere traghettate verso altri tempi e altri luoghi. Un’idea, appunto: la sua è stata inusuale, coraggiosa, insidiosa. Morgan, per beata incoscienza o presunzione che sia, s’è preso un bel rischio: e paradossalmente, proprio con il suo remake, si conferma uno dei pochi originali sulla piazza. Scommessa vinta, per quanto mi riguarda.

Alfredo Marziano
07.06.2005




KDCOBAIN

Dopo un album solista e due colonne sonore, il leader dei Bluvertigo con la benedizione di Dori Ghezzi e della Fondazione De Andrè, ha deciso di cimentarsi in una affascinante quanto rischiosa opera, ovvero quella di reinterpretare l'album più bello del famoso cantautore genovese Fabrizio De Andrè. Il disco uscito nel 1971 è un concept album ispirato all'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, poeta americano che in questo libro ha raccolto 244 epitaffi di altrettanti personaggi che appunto "Dormono sulla collina", come recita il primo brano del disco.
De Andrè scelse nove di questi personaggi per adattare la loro vita in forma di canzone, ballata o mini-suite, ed assieme alla penna di Giuseppe Bentivoglio scrisse splendidi testi poi musicati da un giovane Nicola Piovani. Morgan si attiene quasi fedelmente all'originale, reinterpretando questo straordinario disco assieme alla sua band "le sagome". Il rischio di una operazione di questo tipo è quella di suscitare polemiche soprattutto da parte degli estimatori di De Andrè, ma le scelte di ri-arrangiamento operate da Morgan risultano perfettamente in linea con l'atmosfera che il disco ha sempre trasmesso da oltre 30 anni a diverse generazioni.
Nessuna rivoluzione quindi, tanto che Marco Castoldi ha addirittura ricercato le partiture originali di Piovani per potere essere più fedele possibile. Questa versione è quindi una sorta di restauro di una vera e propria opera entrata di diritto nella storia della musica italiana. Le uniche aggiunte consistono nella prima traccia dal titolo "Inizio", modellata sul motivo iniziale di "Dormono sulla collina", "L'inverno di Vivaldi" eseguito al clavicembalo subito dopo "Un malato di cuore", e "Coda" anch'essa modellata sul tema iniziale per dare una certa circolarità all'opera.
Poche sono sostanzialmente le differenze tra l'originale e questa nuova versione, e consistono più che altro in una dilatazione delle melodie e degli arrangiamenti. Un disco da ascoltare sia per chi si è commosso ascoltando la prima edizione di De Andrè, sia e a maggiore ragione per chi non ha mai ascoltato neanche l'originale. Morgan ha dimostrato anche questa volta le sue doti di ri-arrangiamento in veste di restauratore, in una prova difficile ma gratificante e decisamente ben riuscita.

Nicolò, 8.6.2005




OLTREMAGAZINE

Diciamo subito che Marco Castoldi, in arte Morgan, ha avuto coraggio. Cimentarsi nella reinterpretazione di una delle opere più famose e apprezzate di Fabrizio De André richiede forza d'animo, se non altro perché il rischio di una operazione di questo tipo è quello di suscitare polemiche da parte di un'intera generazione, che di quel disco ha fatto una vera e propria bandiera. Uscito nel 1971, il disco di De André è un concept album liberamente ispirato alla "Antologia di Spoon River" di Edgard Lee Master, poeta americano che in questo libro raccolse 244 epitaffi di altrettanti personaggi che, come ricorda l'ouverture del disco "dormono sulla collina".
Il leader dei Bluvertigo ripropone nel 2005 una versione riveduta sicuramente, ma non troppo corretta. Il disco di Morgan non è un disco di cover, ma la cover di un album intero che volutamente si mantiene il più fedele possibile all'originale; uguali le atmosfere, medesime le partiture di un Nicola Piovani allora ventiduenne, mentre il cantato mantiene intatta la magia che De André aveva saputo dare alla versione originale. Quella di Morgan non è una libera e personalissima rivisitazione "alla moda sonora contemporanea", tanto meno una trasformazione-deformazione che avrebbe condotto ad un totale stravolgimento. Morgan ha agito nel rispetto, mosso da curiosità e desiderio analitico verso la cosa "per ciò che è" e non per "ciò che potrebbe essere" e, come posto di fronte ad un'opera classica (nessuno si sognerebbe mai di "liberamente alterare" le partiture del Don Giovanni di Mozart nel serio e serioso universo della musica colta), ma alleggerito dal trovarsi a lavorare una materia "pop", ha operato una sorta di ricostruzione filologica, soltanto filtrata inevitabilmente dai suoi gusti, dai suoi mezzi, dalle sue possibilità.
Accompagnato dalla band "Le sagome" Morgan ricanta e risuona (nel disco si diletta col clavicembalo, col piano, ma anche con i sintetizzatori e col suo strumento più consono, il basso). "Non al denaro, non all'amore, né al cielo" restituisce all'ascoltatore una versione sapientemente restaurata, una sorta di atto dovuto, quello dell'artista che con estrema intelligenza e umiltà "ricalca" e non "rivisita" (sarebbe stato un atto di estrema presunzione) un Autore e la sua opera. Voto: 8.

Marco Pipitone 
n.9 Settembre 2005


Recensione Morgan - Non al denaro non allamore ne al cielo

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05.12.2014 Pubblicata l'autobiografia di Morgan "Io, l'amore, la musica, gli stronzi e Dio"

Bibliografia

23.11.2014 Morgan canta ad X Factor il nuovo brano "Destino cattivo"

Video

06.12.2013 Morgan presenta l'inedito "Spirito e Virtù" a X Factor 2013

Video e Testo

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