Intervista a Marco Santoro

14 luglio 2011

Interviste

E’ arrivato in punta di piedi, accompagnando Morgan dapprima come orchestrale nella Ensemble Symphony Orchestra e poi come solista, e concerto dopo concerto le sue note ci sono diventate sempre più “note”… Ci  sembra giusto approfondire e dedicargli lo spazio che merita.

BIOGRAFIA

Marco Santoro, diplomato in fagotto nel 1999, vanta numerose esperienze orchestrali con tournée internazionali ed esibizioni in prestigiosi teatri italiani e sale da concerto per occasioni quali commemorazioni per Luciano Pavarotti e Mons. Lorenzo Perosi presso la sala Nervi in Vaticano.

All’attività orchestrale affianca incursioni nel mondo pop: come vocalist e fagottista della “Strega del Carillon” apre i concerti di Bandabardò e Meganoidi e collabora con grandi musicisti quali Grupo Compay Segundo (ex Buena Vista Social Club), Francesco Renga (album Orchestra e voce, 2009), Iskra Menarini, Giovanni Allevi e prossimamente Sting con la Ensemble Symphony Orchestra.

Dal 2010 collabora con Morgan, dapprima come orchestrale per il tour Con-Certo 2010 e poi come solista.

INTERVISTA

 (di Viviana Sorbi)

Come è nata la tua passione per la musica, e soprattutto, cosa ti ha spinto a scegliere questo strumento così particolare, sicuramente non uno dei più noti ma interessante ed espressivo?

Non so spiegare esattamente com’è nata la mia passione per la musica, con probabilità, quella sorta di “imbarazzo” adolescenziale che mi apparteneva nel comunicare a voce parlata ha necessariamente fatto sì che si sviluppasse un altro canale di trasmissione delle emozioni attraverso i suoni. Custodiamo una necessità a volte nascosta e altre volte quasi palpabile di riversare fuori la nostra essenza, che tentiamo di veicolare sin da piccoli con ciò che più è affine ai nostri sensi.
Davanti a me, in quel momento, non ho trovato dei colori da miscelare con la cura di un pittore alle prime spennellate ma semplicemente dischi impolverati, un flauto dolce… poi una tromba… poi il fagotto e quindi la musica che mi ha rapito e mi ha fatto viaggiare, libero.
La tromba è stato il mio primo strumento, ma all’esame di ammissione in conservatorio mi hanno fatto capire chiaramente che io andavo bene ma lo strumento no! Il perché? Non c’erano posti nelle classi di tromba! La mia scelta è stata dettata da un bivio, dentro con un altro strumento o fuori. Passare al fagotto non è stato così traumatico, alla luce di questo, col senno di poi, sono convinto che non ero forse innamorato dello strumento in sé… ma di come la musica mi faceva sentire. E’ doveroso aggiungere che in 18 anni questo strumento, ingombrante e austero ma allo stesso tempo dolce e grottesco, appeso al mio corpo e cinto dalle mie labbra per gran parte della giornata, mi ha fatto invaghire perdutamente (risata)…

La tua preparazione ed esperienza classica non ti hanno però precluso delle incursioni nella musica pop. Vocalist e fagottista della Strega del Carillon, hai suonato con grandi musicisti: grupo Compay Segundo ex Buena Vista Social Club, Francesco Renga, Iskra Menarini, Giovanni Allevi, prossimamente Sting.
Quale delle due anime senti più tua ad oggi?

Credo fermamente che l’una non escluda l’altra, o meglio che l’anima classica non possa esistere senza l’anima moderna! Sarebbe come vestirsi sempre di nero e mai di verde. Non si riuscirebbero a cogliere le mille sfaccettature e quindi le diverse sensazioni che tale diversità può donare. Sono del parere che le due anime possano e debbano coesistere in ognuno di noi per un’apertura ed una ricezione maggiore, non soltanto verso la musica ma nei confronti della vita in generale. Tante volte mi capita di indossare il frac per suonare dei concerti di musica classica al mattino in orchestra e poi svestirmi e indossare jeans e t-shirt per suonare nei concerti rock alla sera; penso che non potrei mai privarmi della chiarezza con cui il mio corpo e la mia mente rispondono a due situazioni diversissime tra loro ma nate dalla stessa madre che è la musica.

Nel 2010 hai accompagnato Morgan come orchestrale nella Ensemble Symphony Orchestra.
L’Ensemble Symphony Orchestra collabora con artisti molto diversi, la cui opera forse non è sempre nota in dettaglio a tutti i suoi componenti: la preparazione prevede un approfondimento di gruppo sul lavoro dell’artista o ciò è lasciato alla libera iniziativa di ciascuno?

Il lavoro che un artista svolge solitamente in previsione di un nuovo spettacolo consta di una preparazione individuale, quindi una fase di studio necessaria all’assimilazione della propria parte musicale in tutti i propri aspetti. Successivamente l’unione del proprio lavoro individuale e quello degli altri strumenti che si crea nella Prova D’orchestra, lì dove tutte le parti s’intrecciano e comunicano tra di loro, danno vita alla magia.

Nel caso di Morgan i brani nascevano in buona parte già “orchestrali” ma questo non accade regolamente: in quest’ultimo caso l’arrangiamento viene proposto direttamente da una persona di fiducia dell’artista o viene elaborato da voi membri dell’Ensemble? Durante il Con certo, invece, era prevista una collaborazione con voi orchestrali, ad esempio mediante suggerimenti per la modificazione in itinere di alcune parti?

Sarebbe assolutamente cosa buona e giusta che l’artista, per quanto concerne il lavoro sugli arrangiamenti, si affidasse ad una persona di fiducia, anche puramente per una questione di affinità di gusto musicale. Questo è ciò che si è verificato per i brani della scaletta del Tour il Con Certo 2010. Gli arrangiamenti sono stati magistralmente composti dal pugno del Maestro Carlo Carcano e oltretutto diretti con professionalità e sapienza dal medesimo.

Nel corso di questo anno, invece, stai collaborando con Morgan soprattutto come solista nel suo tour di concerti.
Come è nato questo sodalizio?

Ho conosciuto Morgan, anzi Marco (bel nome, mi piace di più ;-)) proprio durante il tour Con Certo 2010 e praticamente dopo il primo concerto assieme ho lasciato del materiale audio di alcuni miei lavori nelle sue mani (con preghiera di ascoltare), che lui ha posto nella tasca della sua giacca. Proprio alla fine del tour, quando ormai avevo dismesso l’idea di una possibile valutazione dalle sue parole e con convinzione che il mio disco fosse finito in lavanderia con tutta la giacca, mi sento dire: “Io e te lavoreremo assieme”. A distanza di un anno, fu proprio così…

L’impressione che si ha nei live è di grande sintonia, di estrema complicità e spontaneità, si intuisce stima reciproca.
Questo scambio di stimoli, di esperienze musicali diverse ma importanti, vi ha arricchito?

Mi arricchisce il fatto di vedere e sentire da molto vicino che Marco Castoldi oltre alla musica è un uomo che ama il suo lavoro. Ha una dote che non tutti i musicisti hanno, quella dote innata del riuscire a comunicare ed arrivare al cuore delle persone anche soltanto con le parole. Lui non è soltanto pallini neri su un pentagramma o tecnica strumentale, ma quel qualcosa in più che fa scaturire stima e complicità, che sono talvolta principi basilari su cui costruire un ottimo momento di condivisione, in questo caso su un palcoscenico.

Quanta preparazione c’è dietro una vostra esibizione? O preferite l’improvvisazione, seguire l’estro e l’umore del momento?

Ho perso di vista molte volte l’ora di giorno e di notte per dedicarmi agli arrangiamenti per questo tour del 2011: bisognava fare in fretta. Morgan mi ha dato carta bianca e questa condizione mi ha creato scompiglio per un verso, ma dall’altro molta serenità una volta iniziato il lavoro. Ricordo di aver seccato mezza bottiglia di Rum e 10 sigarette consecutive nell’attesa di una sua telefonata nella quale c’era il verdetto del mio lavoro di arrangiamento.

Il fagotto è uno strumento cardine dell’orchestra: ci consigli qualche brano per appofondirne la conoscenza?

Sicuramente Pierino e il lupo, un’opera del compositore russo Sergej Prokof’ev. Una storia per l’infanzia, narrata da un narratore e accompagnata da un’orchestra in cui il fagotto ricopre la parte del nonno, col suo timbro goffo e grottesco.
Adoro sicuramente autori come Villa Lobos che ha composto la meravigliosa Ciranda de sete Notas, o La sagra della primavera (titolo originale Le Sacre du Printemps) di Igor Stravinsky con una prima parte che si apre con la famosa melodia del fagotto al registro acuto, quasi per dire addio all’era della musica tradizionale per spianare la via all’atonalità.

Cosa troveremmo nella tua playlist?

Nella mia playlist non può mancare Miles Davis Kind of Blue, il White Album dei Beatles e per non farci mancare proprio nulla, sicuramente Morning View degli Incubus!

Grazie Marco, è stato un vero piacere conoscerti!

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2 Responses to “Intervista a Marco Santoro”

  1. Filindo Says:

    Per un fratello molto speciale
    Condividiamo cosi tanti ricordi:
    la nostra educazione, i nostri genitori,
    i giorni della nostra vita…
    Tu sarai per sempre
    accanto a me.
    “Grazie per esserci sempre stato, non importa quale distanza ci separasse. La tua voce al telefono, per informarti sulla mia vita o per augurarmi buon compleanno, la tua presenza nelle occasioni che contano, il tuo modo di essere unico, il tuo generoso sorriso per assicurarmi che tutto sarebbe andato bene quando ne ho avuto bisogno.
    Un fratello riesce a farti sentire sempre ancorato alla vita. Certo che, qualunque cosa accada, ci sarà sempre qualcuno pronto ad incoraggiarti: uno come te, con il quale puoi condividere le tue speranze e le tue paure. Sempre.
    Dovunque tu vada, qualunque cosa tu faccia, in qualche modo tuo fratello riuscirà sempre a saperlo. Sei una persona semplice con un cuore grande, una perla rara.
    Grazie di esistere Il tuo Fratellone Filindo

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  2. sophia Says:

    Viv…è stato davvero un piacere conoscere Marco in questa intervista.
    Ascoltare chi fa e parla di musica con passione è sempre meraviglioso. Il linguaggio musicale rende grande l’Umanità .
    Va be’ scendendo… quella della lavanderia è bella.
    Grazie Marco.

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