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GQ, novembre 2003



Morgan viaggia intorno all'Italia e scrive, fotografa, immagina. Un fotodiario diurno in esclusiva per GQ, realizzato grazie alle multifunzioni dei cellulari Sony Ericsson. E non è finita qui. Il prossimo mese Morgan ci racconterà la sua notte.

 

Viaggio con fantasma

Alcuni secoli fa ogni buon Romantico era tenuto a compiere un viaggio attraverso l’Italia, per ragioni culturali, conoscitive, era un dovere spirituale. Qualche inglese se ne tornò in patria sdegnato, come l’acquerellista Tal Dei Tali, uno strano raro caso.

Io, cittadino italiano, compio il mio centesimo viaggio in Italia, mi fermo e passo. Non sono solo, c’è una creatura innocente al mio fianco, seguito e guida, vorrebbe regalare fiori ai cani. Con lei si va nei boschi a raccontare, nei prati a ripararsi, sott’acqua ad osservare. In ogni stanza trovo specchi sempre diversi, riflessioni e sdoppiamenti, tutte possibilità sfuggite, non colte; in ogni albero rami con forme contorte casuali e le foglie quasi tutte uguali, nel fiore più bello e profumato, come la rosa, anche la sua inutilità.

Ho sentito il terremoto, respirato l’incendio nel bosco, l’assenza totale di corrente elettrica, facendo finta di niente, sempre sono scappato, infine, ho evocato il vento. Sono entrato nelle città e le loro chiese, le botteghe preferite, quelle necessarie, non ho mai scavalcato cancelli, ho tentato di sedurre, ho penetrato gallerie segrete e castelli, violentando tutti i pianoforti che ho incontrato.

Alcuni giorni ho scritto e lavorato ad un computer: il pomeriggio musica, la notte testi, la sera per ascoltare, leggere, raccontare fiabe, che all’indomani mattino si sarebbero fatte rivivere nei luoghi dove realmente erano accadute. Quella di un compositore futurista che dovette nascondere due mogli sulle montagne, in tempo di guerra, un po’ come Barbablù.

Oppure la storia di un uomo che sospettava se stesso d’inettitudine, osservandosi nel compiere le azioni con successioni illogiche: prima andava verso una porta chiusa, poi tornava a prendere la chiave per aprirla, prima chiudeva una valigia e poi metteva dentro le ultime cose, prima riponeva un oggetto e poi lo voleva usare, prima viveva e poi sognava, aspettava il risveglio di tutti, mai una volta il suo.

 

29 settembre
(Laigueglia, Imperia)

Alcune osservazioni di
carattere naturalistico:
Tra le formiche, i maschi,
dopo essere stati utili
per riprodurre la specie,
muoiono,
ma sono i soli a poter morire
conservando le ali.
Tra le api c’è il fuco
Che non svolge alcun lavoro
Oltre alla fecondazione
Della sola regina,
e chi non lo fa
viene scacciato dall’alveare
a morire in giro di fame,
ma senza pungiglione.

 

6 Ottobre
(Dalla torre di Bellosguardo, Firenze)

Seppur da qui si vede tutto
Io ancor sono distrutto
tra il tappeto e il freddo legno
non ho pace, non quieto.
Questa nuova dipendenza
Che impedisce d’esser lieve
mi conduce all’impotenza
talmente mi ferisce.
C’è uno sguardo
che non colgo,
che non guarda il vero cuore
la mia anima vicina
la missione che ora svolgo.
Dove sono le promesse?
Perché m’ha abbandonato?
Come mai più non si volge
A colui su cui ha giurato?
Ecco giungere al momento
Una notte d’agonia
né risposte né carezze,
solo un cieco tormento.

 

7 Ottobre

Messaggi per un amore che si trascina in zone rischiose, che gioca sempre con la fine, sin dall’inizio, che nel nascondersi è sostituito dall’immagine sfuocata di scene forse neanche successe, idealizzato, che non c’è nella realtà. Amore mancato.

Sono qui, sprofondo in struggenti ed insostenibili ricordi di una notte gelata riscaldata dai nostri soli corpi al canto intonato e selvaggio del vento. Harakiri.
Eri già stata in questo letto con altri uomini prima di me.
Mi manchi nel sole nella notte nella doccia nella macchina sulla tavola sulla strada sopra e sotto il divano al cinema allo specchio la mattina al telefonino alla tv e adesso che non sei più sulla spiaggia sott’acqua in taxi in moto al mercatino non ho più le orecchie e i piedi. Questo desiderio è una forza che trascina in basso, ma è acuto come sangue dalle gengive.
Notte. Hai un messaggio vocale d’amore nella segreteria. Io faccio pipì in un bagno dove ti vidi nuda stupenda incinta felice e non ti dimentico.
Sogno ti.
Ho gridato con la voce alla montagna: ti amavo! L’eco ha buttato le parole a mare. Il vento me le ha riconsegnate sulle onde. Allora le ho messe in tasca e adesso, in silenzio, te le scrivo.
Morire senza aver avuto.
Ascolto Tenco, mi spacco il cuore, fumo, bevo e converso ad libitum.
La mente più incredibile che c’è è a forma di cuore.


Morgan continua il suo fotodiario, in esclusiva per i lettori di GQ.com, e questa volta entra nel cuore della sua personale notte. Là dove i pensieri si fanno più rari, e corrono ai ricordi diurni, tra la tranquillità del bosco, la frenesia dei club e una poesia ripetuta con insistenza. Parole ma anche immagini catturate grazie alle multifunzioni dei cellulari Sony Ericsson.


Viaggio tra le nuvole con filosofia

La mia porta è aperta, entra l'aria, si dorme. Le poche parole sono zittite, sovrapposte, stillicidio, escono da un imbuto che ho in testa al contrario e che sembra un cappello a forma di tetto col camino che fuma.

Oggi sono stato sulle colline a perdere la memoria, fiori di campo per la tomba, nei boschi, dove s'incontra il tavolo di pietra. Ho calpestato il sentiero, e il piede fermo era sempre il più basso. Eravamo in due, e c’era il tuo fantasma bianco di vento spesso visibilmente mosso. 1972, la data di nascita di una goccia d’acqua, e da qualche parte c’è un padre che diventa triste.

Il filosofo dice che il vento non è altro che aere agitato, vapori, terra che leva in alto esalazioni calde contrastate da un freddo che trovano nell'aria, che, commossa, monta infino alle nuvole. Così si genera il vento: aria ribattuta, percossa dagli ardori di un'aria superiore, e quanto gli ardori sono più avversi, tanto il vento è più impetuoso.

E dopo il vento c'era il sole dei nostri migliori pomeriggi. Gli portavo rispetto, come al vento, al loro potere d'accecare, l'uno coi raggi l'altro con la polvere. Ho bevuto uva appassita che chiamano santa, il mattino, ma non voglio ricordare, è troppo tardi. Qui è ancora il millenovecentoquattro, niente cambia, e nel mentre abbiamo sovvertito tutto, milioni di volte. La data è la stessa, che ritorna, e non all'improvviso.

 

CHIASMIC-SUTRA
ALLO SPECCHIO

Sei riflessioni per una frase formulata allo specchio

le mie mani sul tuo petto >> la tua lingua sul mio tutto

sul tuo petto le mie mani <> la tua lingua sul mio tutto

sul tuo petto le mani mie >< la tua lingua sul tutto mio

le mie mani sul tuo petto <> sul tutto mio la lingua tua

la tua lingua sul mio tutto<< petto tuo sul mani mie le

[la lingua si scioglie e diventa ‘sciogli-lingua’ - una parola auto-referenziale]

le mie mani sul tuo petto <>< ottuto-imlus-aug-nilautal.

Marco "Morgan" Castoldi 

 

 


Donna, supplemento de La Repubblica, 27 Settembre 2003
 


Scritto dopo il terremoto di settembre 2003

Ieri notte, a Bologna, in Hotel.
Stavo sotto le lenzuola con mia figlia Annalu, guardavamo i Pokemon ed eravamo a un passo dall'addormentarci. Improvvisamente il letto ha iniziato a vibrare e a muoversi.
Lì per lì pensavo ci fosse sotto una bestia. Da stanchi si può immaginare di tutto. Poi un segnale d'allarme. Era il terremoto. Siamo usciti di corsa. Dei pazzi si accalcavano per entrare in ascensore, altri scendevano a precipizio per le scale di sicurezza. Avevo una paura pazzesca, ma non volevo comunicarla a mia figlia.
"Che festa!" le ho detto "Tutti che vogliono partecipare" "Ma dov'è la casa papà?" "questa strada è un gigantesco corridoio, e il prato è il bagno: se vuoi puoi fare pipì vicino a quell'albero. E poi guarda quanti ospiti, tutti vestiti bene, con le signore con abiti lunghi e chiari". Ha riso tutto il tempo. Fortuna.
Che cosa ho portato con me uscendo?
Nell'ordine: Annalu con le sue scarpe e una felpa, le chiavi della macchina, i documenti, il cellulare. Nient'altro.

Marco "Morgan" Castoldi





sito marcocastoldi.com 2003


PRIMA PARTE: 28/04/2003, "IN RIGUARDO ALL'ALBUM"


Sono molto soddisfatto di questo lavoro, dei musicisti della nuova band (con Sergio Carnevale dei Bluvertigo alla batteria) e soprattutto della parte orchestrale delle canzoni, di cui ho fatto l'arrangiamento. I Bluvertigo sono vivi e vegeti, ma temporaneamente congelati. Negli ultimi tre anni ho speso il mio tempo a vivere, ad osservare, a scrivere canzoni, a intrattenere il pubblico e frequentare posti strani. Molto probabilmente questo è un disco pop, di canzoni apparentemente tradizionali che provengono da un'epoca imprecisata del passato, tutte nate e vissute in un appartamento a Milano dalla primavera 2001 al 03/03/2003. 



SECONDA PARTE: 29/05/2003, MILANO

Sto stampando dei testi di canzoni per aggiornare la mia ventiquattrore del mestiere. E' piena notte di fine giugno, caldo ventilato artificiale, ascolto e guardo nel frattempo una registrazione audio-video del 1970 del violoncellista Slava Rostropovich (quello che suonò al muro di Berlino mentre cadeva) che esegue una sinfonia concertata di Prokofiev. Questa musica è brillante e mossa, difficilissima da eseguire, e il violoncellista è un portento assoluto. Penso: potrei incominciare il diario così. Ora Rostropovich suona al piano una struggente melodia ad ottave parallele e sua moglie canta in russo quella che è una canzone di Mussorgsky. 
Nel frattempo ho stampato dei testi di Scott Walker e mi chiedo perchè i suoi dischi non siano distribuiti in Italia. So che alcuni di voi saranno incazzati perchè ultimamente sul sito sono venuto a mancare, sembrando assente. In parte avrete pure ragione, potrei anche darvi delle motivazioni tutte vere e plausibili tipo: ho lavorato alla costruzione dello spettacolo live, alla colonna sonora di un film (quello di Alex Infascelli n.d.r.), ho scritto articoli, preparato conferenze, fatto molte interviste, studiato Liszt, scritto e suonato dal vivo (sto parlando della vita artistica e non di quella familiare che ovviamente occupa una grande parte dei miei pensieri e delle mie azioni ma di cui ora non parlerò).
Ultimamente ho visto pochi film al cinema, Matrix, l'ultimo di Sergio Rubini e quello di Battiato. Altri non me ne ricordo. In dvd invece ho piacevolmente scoperto "Il barbarossa" di Akira Kurosawa, un capolavoro imperdibile e utile. L'ho visto tre volte di seguito. L'ultima volta che mi aveva entusiasmato così un film era "Il regno" di Lars von Trier, la prima volta un horror, la seconda un comico, la terza un assurdo. Perchè tutti questi elenchi? Non so, per aggiornare, per ricordare, per attualizzare, per informare, documentare, raccontare, archiviare, boh. 
Domani farò delle fotografie inserito nell'universo di Roy Lichtenstein, poi comincerò il lavoro sull'antologia dei poeti maledetti che devo consegnare per il 15 luglio. Questa sera a Milano suonavano i Subsonica al Palastilista, Battiato al parco liberty di largo Marinai d'Italia a Milano per la festa di Alleanza Nazionale (questo evento ha scatenato dibattiti interessanti nelle mie ultime due serate) e i Tiromancino non so dove. Non ho frequentato nessuno dei tre concerti.
Ora ho un dilemma: vado a letto o guardo un film di Pietrangeli ("Io la conoscevo bene")?
Letto. 



TERZA PARTE: 08/07/2003, MILANO

Carissimi, se non scrivo qualcosa stasera mi sento in colpa. Questo è lo spazio virtuale dedicato al Diario, quella forma di comunicazione del sé come segreto prezioso, privato, come non dovesse essere mai letto. Il Diario è scritto per nessuno, ecco perchè è vero. Il problema è sempre la disciplina, l'autoregolamentazione, anche oggi, giornata scapigliata. Si è conclusa con un percorso esistenziale Monza-Milano a due, ed era tutto un ricapitolare quello che si ha in testa di fare, una tangenziale in prospettiva - i lunghi sms interrompevano ogni tanto, e la notte da questa parte è il giorno dall'altra - ora sono le tre meno un quarto e domattina cioè oggi andrò a Torino. Torino in estate mi affascina, se non altro c'è ombra. Dall'ultima volta che ci siamo frequentati intendo io e voi newsgrouppers o sarebbe meglio newsgrupies o newscrupières, newskrackers, hopefully-hakers, è passato qualche giorno.
Di cose interessanti ricordo un incontro con Luis Sepulveda e Pino Cacucci e il mio piccolo concerto classico di "musiche stanche" nel cortile di un palazzo del quattrocento appartenente alla provincia di Milano ora presieduta dall'on. Ombretta Colli (Forza Italia, ex cantante, vedova Giorgio Gaber), io gratis, come reca il contratto "a tittolo gratuito"... Che sudata.
Ma tu, a che titolo stai suonando qui?
Io: a titolo gratuito.
Dopo il concerto, il dibattito. Massimo Rota il moderatore. Il pomeriggio mi aveva parlato di quanto secondo lui ci fosse di inattuale nel mio ultimo lavoro. Allora, col Diplomatico esco dal palazzo, cerco nella ventiquattrore, c'è un libro appunto di Sepulveda che parla del passato, ma non è questo che m'interessa. Ci sediamo alla birreria di corso Monforte, sotto i portici, chiamo Mimmo, il filosofo che conosce Nietsche come nessun altro che io conosca o abbia sentito mai proferire in proposito. Mimmo veramente utile e nel parlar con lui di orologio con lancette che scorrono i minuti che vanno e svaniscono nel vuoto e che sono il tempo attuale, contemporaneo quello dell'atto, ora, adesso, quello sessuale. Altro il tempo che sta di là, quello che non è adesso, quello ad esempio di una storia qualsiasi, della storia, ma non solo, quello di una passione idealizzante, di una teoria, il tempo inattuale, ecco l'unico che agisce veramente il presente, lo slancio che porta alcuni al matrimonio è qualcosa di inattuale. Mentre nella mia mente si chiariva e il concetto illuminava la mia prospettiva a tal punto che ero in possesso di un piccolo progresso, il cielo rischiarava all'ultima ora del tramonto, mi appare Massimo Cacciari che cammina non lento non veloce, in mano un giubbino leggero e chiaro portato sulla spalla alla francese, entra proprio in birreria e si siede con tre conversatori maschi, si inserisce subito nella discussione che subito diventa viva, vivace, concentrata, ravvicinata. Ho avuto l'eleganza di non intromettermi perchè lì per lì ho detto quasi quasi gli chiedo qualcosa sull'inattualità dell'amore e della coppia in Roland Barthes ma poi, meglio così, l'idea è subito caduta.
Al concerto. Ho dimenticato la giacca a casa. Pace, suonerò in panciotto.
Casualmente l'unico amico maschio che era venuto al concerto mi ha detto di avere una seconda giacca in macchina. E che giacca! Bianca, anzi panna, a sottilissime righe verticali bluette. Foderata. Adatta, sicuramente inattuale, del tutto non contemporanea, di genere confidenziale, chi mai oggi metterebbe più sù una giacca simile? Tu, amico Massimo, e io, che l'indosso per metà.
L'indomani, fuori da un negozio di dischi in cui cercavo le canzoni di Gino Paoli rimasterizzate, chi ti rivedo? Cacciari, che cammina solo per la città ad un'andatura non lenta nè veloce, con il solito capo-spalla portato in spalla, magrissimo, con la nobile barba folta e curatissima, tendente al rosso del legno. Che pense? Ora disturbo il suo flusso di pensiero, la sua camminata meditativa.
Ciao Massimo, scusa se ti disturbo, mi chiamo Marco, ci siamo anche già conosciuti l'anno scorso ma non importa. Volevo solo dirti che seguo il tuo lavoro e ti stimo.
M.C.: grazie, ciao.
E s'incammina verso Porta Romana non lento, non veloce.
Poi dopo qualche giorno sempre nello stesso palazzo medievale per metà ricostruito in stile fascista, via Vivaio angolo corso Monforte, chiamato palazzo Isimbardi, ero là come spettatore, a vedere e sentire il maestro Ryuichi (Luigi) Sakamoto che improvvisava con Marelemboumm, non so se si scrive così. E' stata un'esperienza molto psichedelica, a tratti ambient, ma credo che sia un problema generazionale. Tutto sommato c'era un aspetto giocoso in quei loops e in quei delay usati molto stretti che producevano, nel random di un controllo mouse, una scala ascendente molto strana e inaspettata, con degli intervalli precisissimi nella stonatura dell'onda distorta sempre più quadra e acuta fino a degli overtones quasi inudibili. A quel punto ha cominciato a divertirsi lui, Sakamoto, nel non sentir più quel che stava producendo. Struttura, entropia. Applausi concettuali.
Io da una finestra che dà sul cortile al terzo piano del palazzo, col diplomatico.
Dibattito: Enrico Ghezzi coltissimo evaporato parlante, forse camicia in velluto blu, che era anfitrione di un regista polacco di cui non ricordo il nome, ah, sì, Zbigniew Rybczynsky, ma molto bravo e "lopper" d'eccezione. Lui ha con il film "The orchestra" tradotto visivamente la marcia funebre di Chopin.
La presenza di Umberto Eco, il professore chiacchierone che traduce i codici e i codici in altri codici, cioè, almeno si chiede cose che hanno a che fare col passaggio da un linguaggio ad un altro ad esempio le traduzioni, ma non solo quelle inglese-italiano, sanscrito-latino, anche ad esempio intersecando i campi artistici, gli insiemi. Da un film ad un libro e viceversa, da una poesia ad una canzone, da un quadro di Escher misto Bach con un po' di Godel farci lo Zibaldone moderno, tradurre in musica la forma, nella tridimensionalità sonora, di un teschio di uomo preistorico, costruire musiche con le proporzioni musicali che imitino le proporzioni statiche di una cattedrale gotica a cinque navate, l'ultimo libro di Nick Hornby, quello sulle sue canzoni preferite, Diamond Dogs di Bowie che è la "opera rock" di 1984 di George Orwell, insomma si potrebbero citare milioni di traduzioni o adattamenti, come li chiama Eco. Al dibattito era presente Sakamoto assortito agli altri tre su poltrone Luigi Sedici, telaio laccato oro, rivestimento di stoffa con trama floreale di dominante carminia.
Alla fine tutti parlano del "loop", tutti sono ancora fermi alla ripetitività, e forse è un bene, forse così entriamo sicuramente più a contatto con la natura, ok. E comunque fuori dal "loop" sono certo che c'è una selva fitta di questioni da esaminare altrettanto interessanti, ma mi sa che per me è veramente tardissimo, scusate, alle nove parto per Torino, sto producendo il videoclip di The Baby, con la regia a quattro mani di Riccardo Struchill, che è colui con il quale ho fatto "Altre forme di vita", ricordate, quello delle parrucche e della LEGO stazione lunare? Credo che questo video sarà molto psichedelico, forse il più psichedelico che ho mai affrontato, è totalmente caotizzato.
Come tradurre l'architettura organica in video psichedelico? Chiedere a Eco? Non credo sia utile. Qui mi sa che è una faccenda diversa. Lasciamo perdere, anche se per un momento, tutto quel ragionamento dell'appartamento e pensiamo invece che questo pezzo "The baby" necessita di un art-pop-video che si deve riferire principalmente ai bambini dai due ai tre anni e semmai avere poi anche altre chiavi di lettura per i più grandicelli, ma non necessariamente. Quindi ci saranno oggetti, simboli, espressioni, danze, gesti, mani, ombre, animali, fiori, giochi, forme varie, vestiti da incasinare, segni, direzioni, vero-falso, rovesciare, dentro-fuori, sopra-sotto, pieno-vuoto.
Livello 1 della ricostruzione cosmogonia futurista dell'universo, di questa notte.



QUARTA PARTE: 18/07/2003, MONZA

Giorno 18 luglio 2003, incredibile ma vero. Se penso a "1984", l'abbiamo superato da un pezzo (e quasi tutto si è avverato), se invece vado a "1999-fuga da New York", nulla o quasi. Stanotte al locale "Lato B" dentro una delle due dogane di Porta Ticinese - Milano - ho fatto l'accampato fonico per il duo "Lombroso": chitarra e batteria. Dario Ciffo a Ago (Elvis per i conoscenti). Suono scarno e tosto, ma fortunatamente nulla di noise o vagamente alla moda dei tempi.
Ieri ho scritto questo: "Confusione: scrivere o lavare i denti? Fabbricare una selinunte? Dire cose senza senso". Però la precedente, seppure comprensibile da una persona soltanto (in questo caso M.C.) non credo sia sintomo di confusione terminale. 
Tre giorni fa partivo per Torino allo scopo di girare il videoclip di "The baby", soggetto mio, elaborato a quattro mani con Riccardo Struchill. E' stato il solito tour de force allucinato e allucinante. C'è stato un momento in cui ero completamente nudo, o quasi: mi ha salvato un perizoma color pelle con cucite quattro foglie di edera finta. Cinque persone, cioè dieci mani, mi trastullavano per cucirmi e legarmi addosso della vegetazione sintetica con gambi malleabili di fil di ferro che mi s'attorcigliava intorno. Ad un certo punto, quando ero quasi albero, ho sentito la sensazione del soffocamento. "Stay away!", ho dolcemente recitato. Sono andato sul set pensando "posso anche muovermi" e un macchinista ha esclamato "è proprio un bel costume, non ho mai visto qualcosa di simile". A quel punto ho chiesto di essere innaffiato con uno spruzzino per capelli, ma con acqua di rose.
Riccardo mi fece "fai un bel sorriso" e io, in ritardo, capisco che la cosa giusta era invece piangere.
Risultato: sono stato immobile.



QUINTA PARTE: 20/07/2003, SALERNO

Sabato, autostrada del sole. "Blinded by the sun", cose di California. Per fortuna c'è l'aria condizionata al massimo, 34 gradi fuori, dentro 17. Deviazione per Ancona e una sosta all'autogrill, poi di nuovo direzione Abruzzi, un posto chiamato Fossacesia, le terre di Dannunzio. Là questa sera ci sarà un festival di musica indipendente italiana, il Tora Tora, e io suonerò solo, "a solo", assolo, ass-hole, us all.
Primo tempo della nona di Gustav Mahler nel lettore. Prima al bar ho dato una sbirciatina alla gossip-riviste: non c'è ancora nessuna sorpresina, per fortuna. 
Questa musica sinfonica quando si è fermi in coda è la migliore, distende, dilata i tempi e la lentezza non è patita, anzi è naturale. Mahler è molto denso nello scrivere, fluido come petrolio. Ora, su un groviglio di due o tre accordi sovrapposti, a destra, vola basso un piccolo aereobi-posto sopra l'appenino emiliano, perfora le uniche due nuvole. Tutto il resto del cielo è sgombro e l'unico vento è quello delle automobili che sfrecciano in carreggiata opposta e flettono le spighe gialle secche.Ecco perchè la coda: c'era un incidente. Crash.
Sono le 18:48, mancano sei chilometri a Imola (ricordati di comperare il rasoio). Sul sedile posteriore s'adagia "la nonna", ora più sdraiato, ora eretto ma dormiente, ora leggendo "Misfatti" di Carol Oates (una tipa americana), ora sostiene che durante una turnèe non si possa leggere assolutamente Luther Blisset (quei tipi di Bologna), ora estrae dalla borsetta "La società dello spettacolo" di Guy Debord. Penso: "ecco qua un bel volumetto anarcoide!". Mi sembra che lì dentro sia custodito il germe di ciò che alcuni definiscono "la corrente situazionista".
Mi viene in mente un ricordo e a voce alta racconto la storia di Joe, l'anarchico milanese ancora in attività. La sua storia non è di pubblico dominio, non ancora. Io l'ho conosciuto e frequentato nel cuore di Milano dal 2001 fino a circa il gennaio 2003. Una casa piccolissima e imbottita di libri e immagini, una molto visibile di Rimbaud all'interno di un mobiletto con le ante a vetro.
L'anarchico Joe è anche un musicista, raffinato, operistico, e forse anche un conoscitore degli astri. In quel periodo aveva sempre il televisore acceso, sintonizzato sul "peggio", ed erano continue sparate, invettive, altissimo disprezzo; delle volte non risparmiava neppure Ghezzi.


(si ringraziano gli utenti del forum http://smallville.forumcommunity.net per la paziente trascrizione di questo estratto)



GQ, Maggio 2003



Congelati i Bluvertigo, il musicista si è rinchiuso in una casa di Milano per registra-re nuove canzoni. E così affrontare finalmente temi per lui inediti, come l'amore e la vita di coppia. Ora anticipa a GQ il senso di questa scelta, dalla quale è stato scelto.

Nell'appartamento ci si vive per nascondersi, per passare inosservati, per far silenzio, per riposarsi, per appartarsi.
Io l'ho usato anche per fare musica, la musica del mio primo album da solista.
L'appartamento è il luogo che ho usato per proteggermi, qui ho creato il mio microcosmo. E qui si è compiuta la mia metamorfosi, la mia regressione. Regressione avvenuta spontaneamente, con l'esperienza di aver avuto un figlio, evento che inevitabilmente risveglia sentimenti e pulsioni infantili.
Regressione perché avevo il bisogno di rigenerarmi. Per la prima volta, ho sentito la necessità di appartarmi.
Dentro all'appartamento, ho abbandonato le mie vecchie certezze e sono entrato in un mondo totalmente incerto, dove l'equilibrio è soltanto apparente. Ecco che spontaneamente esco dalla mia adolescenza, entro nella fase della "maturità", faccio le cose che un trentenne dovrebbe fare: avere un figlio, un appartamento, una rela-zione, entrare in un universo nuovo, che è poi quello che ho cercato di raccontare in questo mio primo solo album: "Canzoni dell'appartamento".
Ho iniziato un'avventura che mi ha dato nuovi stimoli e da dove ora ne esco rinnovato, rafforzato, più capace di guardare alle cose.
Le canzoni dell'appartamento usano la metafora del luogo abitato per parlare della vita di chi lo abita.
L'appartamento come luogo metafisico, dove corpi in movimento e mura si attraversano. Del resto la casa vive delle persone che la abitano, delle cose di cui le persone si circondano.
L'appartamento in cui sono stato è appartenuto anche ad altre persone, ma proprio per questo la sua neutralità, la sua capacità di accogliere qualcosa di diverso e di nuovo fa sì che vi si possa costruire un tracciato, degli schemi che descrivono la nostra personalità.
All'inizio, l'appartamento era spoglio, un foglio bianco.
Progressivamente si è riempito delle persone che lo hanno abitato, dei simboli del loro mondo, di loro stessi.
L'ho riempito di libri, di dischi, di fogli, quaderni, strumenti musicali, qualche mo-bile, il mio pianoforte.
E, cosa fantastica, che determina la differenza tra il mio passato e il presente, l'appartamento si è riempito dei giochi di un bambino e del suo pianto.
Fuori ho lasciato la televisione, gli intervistatori, ho fatto in modo che diventasse un nascondiglio che mi ha permesso di generare un lavoro nell'atmosfera tipicamente famigliare, casalinga.
Il luogo in cui è stato fatto era molto simile a quello della mia infanzia e adolescenza.
Anche per questo suona un po' retrò, quasi come se mi fossi voluto ricordare della musica della mia infanzia, una musica che avevo rimosso ma che è sempre rimasta viva nel mio subconscio.
Dal mio appartamento non si parla delle estremità sociali, il punto di vista parte da un semplice quarto piano, dentro al palazzo di una città come Milano, dove la luce del sole non arriva mai diretta.
Da qui, spingo lo sguardo verso un altrove interiore, un altrove che significa vivere la propria quotidianità con uno sguardo nuovo.
C'è stato un cambiamento spontaneo e consapevole al quale non mi sono opposto. Ho iniziato a dare la direzione estetica al disco nel momento in cui mi era stata chiara questa consapevolezza.
Non so se questo è un ulteriore travestimento, o una svestizione totale. Però sento che ho raccontato cose che non avrei mai avuto il coraggio di raccontare. Per la prima volta mi sono messo a parlare di desiderio e amore di coppia, un tema che ho sempre allontanato e considerato come la palude, la sabbia mobile, il passo falso nella musica rock.
Ora invece, essendomi innamorato, la musica ha assorbito questo mio stato d'animo, di è trasformata ed è diventata qualcosa di più luminoso.
Nell'appartamento ho posto l'attenzione anche su tutto ciò che avveniva fuori, ho fatto entrare nella musica il mondo esterno. Come in certe inquadrature cinemato-grafiche in cui si ha contemporaneamente una doppia visione della realtà, tra interno ed esterno.
"Canzoni dell'appartamento" è un disco concreto, realistico, crudo, crudele come è un tram che passa nel momento in cui si vorrebbe il silenzio. Ho accettato la mon-danità, i rumori del mondo, e li ho inclusi nei suoni del disco. Il cui tempo ora è scaduto, perché il 03/03/03 è scaduto il termine d'affitto dell'appartamento.
Il disco smette di avere senso per me, inizia ad averne per gli altri. Per chi lo fa, un disco è qualcosa di estremamente morto. E' vivo per chi lo ascolta, per il pubblico, ma è una vita dopo la morte.
Ora che sono fuori dall'appartamento, ora che non ne faccio più parte sto cercando di capire cos'è questo disco. L'ho vissuto, l'ho fatto, l'ho ascoltato e fatto ascoltare nell'appartamento.
Fino a quel punto era tutto vivo. E' un disco organico, cioè è stato fatto con i materiali dell'appartamento. Poi l'appartamento è finito e il disco ha avuto una sua conclusione.
Ora è un'illusione, un ricordo, qualcosa di svanito che si può vivere solo sotto forma di metafora.
Dall'appartamento si sta per uscire.

Marco "Morgan" Castoldi

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